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Il presidente brasiliano Lula annuncia l’istituzione di una Commissione della Verità per indagare sui crimini commessi durante la dittatura. Un ulteriore passo per la democrazia in America del Sud

TRASFORMARE I MORTI IN EROI” – Con queste parole Luíz Inácio “Lula” da Silva, presidente brasiliano, ha cercato di spiegare lunedì 21 dicembre il senso della sua proposta: la costituzione di una Commissione della Verità per fare piena chiarezza sulle violazioni dei diritti umani avvenute in Brasile durante gli anni della dittatura militare, dal 1964 al 1985. Secondo il leader della potenza sudamericana è necessario chiarire gli episodi di violenza che si verificarono in quegli anni per dare una risposta ai familiari delle persone uccise, e mai più ritrovate, in base a una prassi purtroppo diffusa durante quel periodo in Sudamerica. Diverse organizzazioni non governative che si occupano della tutela dei diritti umani avevano fatto pressioni in questo senso e la risposta di Lula dovrebbe portare all’istituzione di una commissione in seno al Congresso, la quale deciderà poi modalità e vincoli entro cui agire. In ogni caso, ha precisato il presidente, l’intenzione di questo progetto non nasce da una volontà vendicativa, bensì dalla necessità di fare chiarezza e ridare dignità e giustizia ai brasiliani uccisi. 

LA STORIA – Al pari di molti altri Paesi dell’America Latina, il Brasile fu governato da una dittatura militare per un ventennio, dal 1964 al 1985. Non fu un regime brutale e sanguinoso al pari di quelli argentino e cileno, ma si stima che ci furono comunque circa duecento “desaparecidos”, ovvero dissidenti politici che vennero arrestati e uccisi per poi essere fatti sparire senza lasciare alcuna traccia. La dittatura fu “inaugurata” dal maresciallo Castelo Branco in seguito ad un colpo di Stato che depose il presidente legittimo, il socialdemocratico João Goulart. Si succedettero da allora al potere diversi esponenti delle Forze Armate, che instaurarono un regime poliziesco tuttavia senza modificare, almeno formalmente, la pratica democratica delle elezioni (che si svolgevano però in forma indiretta e a suffragio ridotto). I militari cercarono di portare il Brasile sulla strada dello sviluppo economico attraverso un massiccio programma di industrializzazione forzata e di costruzione di infrastrutture (è in questo periodo che si comincia a sfruttare intensivamente l’enorme potenziale idroelettrico del Paese), che però non fu sostenibile per l’inflazione endemica e l’indebitamento crescente con l’estero. I militari seppero comunque preparare una conclusione “soft” al loro regime, cominciando a varare nel 1979 un decreto di amnistia a favore di quanti erano stati condannati per essersi opporti alla dittatura, e facendosi da parte spontaneamente nel 1985. Il generale João Baptista de Oliveira Figueredo, conscio della pessima situazione economica e memore di quanto era accaduto in Argentina, lasciò il potere a Tancredo de Almeida Neves, primo civile a riprendere le redini del Governo dopo vent’anni.

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I RISVOLTI – Il Brasile arriva in ritardo rispetto ai Paesi sudamericani che hanno vissuto pagine altrettanto (o ancora di più) buie, come Cile e Argentina. In quest’ultima, i militari furono costretti a dimettersi dopo la disastrosa spedizione alle Falkland/Malvinas e il governo di Raúl Alfonsín ebbe il merito di mettere sotto processo i principali responsabili dei massacri contro i dissidenti e di avviare un processo che fu in grado di dare giustizia ai morti e a porre le basi per una società democratica che oggi appare stabile, anche se ancora imperfetta. In Cile, invece, Augusto Pinochet si fece spontaneamente da parte nel 1989 ma rimase capo delle Forze Armate fino al 1998. Nonostante questa situazione all’apparenza paradossale, il popolo e i governanti cileni furono in grado di dare vita ad una delle società più avanzate di tutto il continente sudamericano.Il Brasile, infine, non aveva ancora fatto i conti con questa pagina oscura del proprio recente passato. Il gesto di Lula va nella direzione di fare giustizia e di rafforzare ulteriormente il livello della democrazia all’interno del Paese. Il Brasile non potrà essere un vero protagonista sulla scena globale se non avrà una società forte quanto la sua economia. È un dato di fatto la correlazione tra lo sviluppo eccezionale che si è verificato negli ultimi anni in America Latina e la diffusione e il consolidamento delle istituzioni democratiche, sia in termini di inclusione sociale nel processo politico che di lotta alla povertà. La possibilità per una crescita duratura e strutturale passa dunque proprio attraverso questo legame indissolubile. 

Davide Tentori 23 dicembre 2009 redazione@ilcaffegeopolitico.it

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Davide Tentori

Sono nato a Varese nel 1984 e sono Dottore di Ricerca in Istituzioni e Politiche presso l’Università “Cattolica” di Milano con una tesi sullo sviluppo economico dell’Argentina dopo la crisi del 2001. Il Sudamerica rimane il mio primo amore, ma ragioni professionali mi hanno portato ad occuparmi di altre faccende: oggi infatti lavoro a Roma presso l’Ambasciata Britannica in qualità di Attachè Economico. In precedenza ho lavorato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri dove mi sono occupato di G7 e G20, e a Londra come Research Associate presso il dipartimento di Economia Internazionale a Chatham House – The Royal Institute of International Affairs. Sono il Presidente del Caffè Geopolitico e coordinatore del Desk Europa

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