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L’Africa e le migrazioni: un continente in cammino (I)

L’esperienza quotidiana ci porta a prendere atto di un incremento dell’emigrazione dall’Africa che è vero, esiste, ma rappresenta solo la punta di un fenomeno molto più profondo. Quelli africani sono popoli che si spostano continuamente da una regione all’altra del continente, in proporzioni enormi, alla ricerca di momentaneo conforto a carestie, conflitti, persecuzioni etniche o “semplicemente” estrema povertà. Esodi e controesodi in continua crescita, anche in ragione dei trend demografici.

Prima parte

L’AFRICA AL CENTRO DEL DISORDINE MIGRATORIO GLOBALE – La globalizzazione, come è noto, si è condotta dietro un carico imbarazzante di contraddizioni e ingiustizie, nel cui novero rientrano a pieno titolo la portata e i modi operandi dei fenomeni migratori su scala planetaria. È forse troppo presto per tracciare un bilancio definitivo delle modificazioni intercorse nel mondo da quando ha iniziato a “globalizzarsi”, ma qualche tendenza si può già rilevare:

  • la diffusione del benessere ha causato un inasprimento della forbice tra “chi ha” e “chi non ha”, con l’impossibilità, per quest’ultima categoria, di colmare un gap divenuto troppo largo;
  • la corsa alla produzione e allo spreco ha generato disequilibri tali nell’ecosistema da produrre effetti su larga scala, quale ad esempio l’aumento di disastri climatici estremi anche in aree del mondo finora non soggette a questi eventi;
  • la secolarizzazione dell’Occidente ha scatenato reazioni opposte, esacerbando fondamentalismi in ogni dove, però in particolare tra le diverse “confessioni” dell’Islam.

Tutto ciò non poteva che dar vita, ovunque, ma in primis nel continente africano, a incredibili ondate di spostamenti, logica conseguenza di siccità, conflitti che dalla decolonizzazione si susseguono senza soluzione di continuità, focolai di terrorismo d’ispirazione cristiana (come la Lord’s Resistance Army ugandese) o assai più frequentemente musulmana (da Boko Haram in Nigeria ad al-Shabaab in Somalia, fino ad al-Qaida nel Maghreb islamico), sfruttamento neocolonialista da parte di potenze straniere (tipico il caso delle multinazionali che, in assenza di un Governo centrale forte o con la connivenza corrotta di quest’ultimo, eradicano dalle proprie terre coloro che vi abitano da secoli). Il vortice migratorio globale investe 250 milioni di persone ogni anno, che divengono più di un miliardo considerando i movimenti che rimangono contenuti all’interno di uno stesso continente. L’Africa è il continente più mobile, anche in ragione di uno sviluppo demografico che non accenna a rallentare: un sovrappopolamento che non s’accosta a un miglioramento altrettanto rapido della giustizia sociale, della sicurezza, della stabilità politica e soprattutto dell’accesso ai basilari mezzi di sostentamento. E se è vero che pressoché tutti i Paesi del pianeta sono al contempo area di destinazione, origine e transito, è altrettanto realistico pensare alla pressione demografica africana come a un problema pronto a esplodere, con conseguenze inenarrabili. Le recenti politiche di contenimento e respingimento adottate dall’Occidente non risolvono la questione, limitandosi a procrastinarla nel tempo: tali scelte costringono a una momentanea ridefinizione delle rotte tradizionali, con la conseguenza che enormi masse di persone si addensano sull’altra sponda del Mediterraneo, in un caos sempre più complesso da governare.

Fig. 1 – Il Cairo, Egitto

LE MIGRAZIONI INTERNE AI PAESI AFRICANI – La “filiera migratoria” ha origine all’interno dei Paesi medesimi, dove da un lato l’urbanizzazione del lavoro e dei processi produttivi, e dall’altro la ricerca di riscatto sociale attraverso l’istruzione, spingono milioni di persone a recarsi nei grandi centri urbani, che stanno divenendo vere e proprie megalopoli al pari di quelle asiatiche o americane: nella prima metà del XX secolo, solo Alessandria e Il Cairo superavano il milione di abitanti. Nel 2005, 43 centri urbani si assestavano su una media di 2 milioni e mezzo di cittadini. Entro il 2030 Kinshasa, Lagos e Il Cairo sfioreranno i 20 milioni. Un colossale e ineluttabile inurbamento che trascina con sé urgenze sanitarie e dissesti ambientali, micro e macro criminalità, contribuendo al sorgere di nuove inquietanti baraccopoli e altre tipologie di “insediamenti informali”. Di questo processo vanno però salutati con favore alcuni benefici: l’accorciamento delle distanze induce un maggior riconoscimento identitario, una “forza di traino” che potrebbe fungere da catalizzatore al tanto sospirato (ma ancora incompiuto) rinascimento africano. È ormai acclarato inoltre che una serie di meccanismi portano a fare delle grandi città dei “moltiplicatori di possibilità” che sostituiscono l’ascensore sociale dell’istruzione universitaria non ancora decollato. Il fenomeno non comprende comunque tutti i Paesi africani: nonostante le 25 città che crescono di più al mondo siano in Africa, vi sono Stati come il Burundi, il Ruanda, l’Etiopia con l’80% di popolazione rurale, inoltre, il 95% degli impiegati in agricoltura nel mondo si trovano in Africa e Asia. Dati non sempre facili da intepretare, ma accomunati da un’unica base: chiaro che, in un continuo incremento della popolazione mondiale, a crescere sia non solo quella urbana, ma anche quella rurale, in differente proporzione.

Fig. 2 – Lagos, Nigeria

MIGRAZIONI INFRACONTINENTALI TRA PAESI D’AFRICA – Ancor più ingenti degli spostamenti dalle campagne alle città, e ancor più tragici di quelli che portano centinaia di persone a morire nel Mediterraneo sono i flussi migratori interregionali, che spesso hanno quale fine ultimo l’emigrazione verso l’Europa attraverso il mare o (molto più raramente) i Balcani. Il denominatore comune della quasi totalità di questi spostamenti è l’area di destinazione, che s’identifica con quella fascia di territorio costretta tra il Nordafrica e il Sahel che accomuna la Tunisia, il Marocco, l’Algeria, la Libia. A essere attraversate sono in prima istanza le antiche rotte transahariane pre-coloniali che collegavano l’Africa Subsahariana occidentale con il Maghreb e la penisola arabica. Ogni anno, centinaia di persone muoiono nel tentativo di superare il deserto del Sahara, in un traffico legale e illegale che tra i maggiori “centri di smistamento” annovera la località di Agadez in Niger, dalla quale il percorso si biforca verso le oasi di Tamanrasset in Algeria e Sebha in territorio libico. Viaggi rischiosissimi, in cui le escursioni termiche sono l’emergenza meno avvertita: bande criminali ben organizzate caricano su ciascun camion decine di persone, che dovranno poi sopravvivere a soprusi d’ogni sorta (concertati tra le polizie dei Paesi attraversati, i gruppi mercenari ribelli e talvolta gli autisti medesimi). D’altro canto, l’attuale caos libico e l’avanzata del terrorismo jihadista spingono negli ultimi tempi a ripiegare “orizzontalmente” verso altre regioni interne, in una dimensione sud-sud che si sta affiancando e quasi sostituendo a quella verticale.

Fig. 3 – Bangui, Repubblica centrafricana

Riccardo Vecellio Segate

Un chicco in più

Come abbiamo visto, i flussi migratori interni al continente africano sono il risultato di una sommatoria di cause di diversa estrazione. Specifichiamo allora alcuni esempi:

 1) Cause ambientali di origine antropica diretta:

  • Deforestazione in Costa  d’Avorio e Repubblica Democratica del Congo, dovuta al boom del cacao e delle materie prime agricole;
  • Deforestazione in Liberia, per far spazio alle piantagioni di palma da olio;
  • Deforestazione in altri Paesi, quali Benin, Togo e Camerun;
  • Land grabbing, la cui responsabilità è imputabile a imprese di tutto il mondo, ma in particolare allo sfruttamento operato dalle multinazionali cinesi;
  • Potenziali ostilità sulla gestione delle risorse del Nilo;
  • Selvaggio sfruttamento dei pozzi petroliferi in Nigeria.

2) Cause ambientali di origine antropica indiretta o di origine naturale:

  • Progressiva e rapida desertificazione del Sahel, che interessa Niger, Mali e Mauritania;
  • Desertificazione di altri territori, tra i quali Sierra Leone, Ghana, Nigeria e Senegal;
  • Generale rarefazione delle precipitazioni, con conseguente inaridimento del lago Ciad (il cui bacino è diminuito di oltre il 95% negli ultimi 40 anni) e del lago Faguibine (a ovest di Timbuctu);
  • Drastico abbassamento del livello del fiume Niger;
  • Alluvioni in Mozambico (2000-2001);
  • Siccità (Mali, Burkina Faso, Togo, Etiopia).

3) Conflitti armati, genocidi e terrorismo:

  • Caso dell’esodo forzato di 2,2 milioni di tutsi e “hutu moderati” dal Ruanda alla Tanzania, al Burundi e all’ex Zaire (1994-1996);
  • Caso del Sud Sudan, il cui conflitto sta spostando centinaia di migliaia di persone in Sudan, Etiopia e Uganda (interessante notare qui la “scala di priorità” di chi emigra, che pur di scampare a una guerra si stabilisce in zone instabili sotto il profilo dell’accesso alle risorse alimentari e agli altri diritti umani fondamentali).

Foto: UNHCR

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