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    Dove va la Cina?: il futuro di una potenza globale

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    L’avvio della seconda modernità, con tutte le sfide della globalizzazione, vede come protagonista la Cina, Asian pivot che si sta imponendo su tutti e con tutti i powers, soft e meno soft, come abbiamo raccontato nel corso di questo speciale. Quali novità si profilano all’orizzonte? Il nuovo scenario del XIII piano quinquennale, lo yuan inserito nel paniere delle valute di riserva, il riavvicinamento con Taiwan e con la Santa Sede, il ruolo internazionale sempre più incisivo, sono il segnale di un ritorno dell’Impero Celeste, questa volta non circoscritto alla cornice asiatica? È un cambio epocale o solo passeggero?

    L’AVVIO DELLA SECONDA MODERNITÀ E LA CINA – Il nuovo millennio ha portato con sé un insieme di processi innovativi non solo economici ma anche culturali, politici e ambientali, che hanno riguardato tutto il pianeta. I bisogni si sono sempre più assimilati fino all’omogeneizzazione, mentre si sono affievolite le differenze culturali attraverso una “macdonaldizzazione” del mondo, omologato e standardizzato. La diffusione delle economie di scala ha contribuito all’immissione sul mercato di merci standardizzate, economicamente accessibili e fruibili dalle diverse aree del globo, rese interdipendenti dallo sviluppo tecnologico. La destrutturazione e la delocalizzazione della produzione, le turbolenze dei mercati finanziari, i problemi ecologici, uno sviluppo economico e sociale marcatamente diseguale, sostanziano la “seconda modernità”. Mentre questi eventi si susseguivano, la Cina attuava una politica complessiva volta a riprendere, lentamente ma inesorabilmente, il ruolo di catalizzatore dell’Asia orientale, aprendo all’economia di mercato fino a raggiungere livelli di ascesa inaspettati.

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    Fig. 1 – Due operai chiacchierano di fronte allo skyline del centro di Shanghai, cuore economico-finanziario della nuova Cina

    IL XIII PIANO QUINQUENNALE – Il successo economico ha raggiunto l’acme nell’ottobre 2014, quando la Cina è diventare la prima economia mondiale per PIL a parità di potere d’acquisto. Questo dato, pur messo in discussione da altri indici economici – come quello che riassume la prosperità globale, secondo il quale la Cina scende al 51° posto – pone il Paese di Mezzo ad un punto di svolta, riassunto nel XIII piano quinquennale (Shísānwǔ 十三五, 2016-2020), all’ordine del giorno nell’APN che si riunirà nel marzo 2016, ma già oggetto di vasta propaganda, addirittura attraverso un video rock. Le linee guida sono state elaborate dalla V sessione plenaria del Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese, che mantiene il timone della pianificazione e della gestione macroeconomica: l’obiettivo primario fissa una crescita che si dovrebbe assestare non al di sotto del 6.5% annuo del PIL, sostenuta da un aumento dei salari del 7%, da un miglioramento del welfare e da politiche ecosostenibili, con sostanziosi finanziamenti per le energie rinnovabili.

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    Fig. 2 – Targhe commemorative dedicate ai leader della Cina comunista, incluso l’attuale Presidente Xi Jinping

    LA CINA NELL’ORDINE ECONOMICO GLOBALE – Lo scopo che il Governo si prefigge è transitare «da un modello basato sugli investimenti e sulle esportazioni a un modello basato sul consumo» per sradicare dalla povertà i settanta milioni di cinesi che vivono sotto la soglia dei 355 dollari l’anno e approdare ad un sostanziale innalzamento del PIL pro-capite, ancora 7,8 volte inferiore a quello americano. L’approdo finale sarà una società moderatamente prospera in cui tutti i bisogni essenziali della maggior parte dei cittadini siano adeguatamente soddisfatti (Xiǎokāng shèhuì 小康社会). D’altro canto gli interrogativi suscitati dalla strabiliante crescita cinese, troppo repentina per un popolo considerato fino a pochi anni fa povero ed arretrato, almeno da una prospettiva eurocentrica, richiedono nuove letture dell’economia globale, punto di arrivo del processo di decolonizzazione e di partenza dell’avvenuta modernizzazione.

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    Fig. 3 – Nuovi mazzi di yuan, valuta inserita da poco nel paniere SDR del Fondo Monetario Internazionale

    LA CINA E LA FINANZA GLOBALE – I target legati al netto miglioramento della qualità produttiva, supportata da una divisione del lavoro all’avanguardia e da una minore pressione sull’ambiente e sulle risorse, saranno funzionali ad un equilibrio complessivo articolato nella “nuova normalità”, ancorata dal 30 novembre scorso, dopo un lungo cammino di  liberalizzazioni, economiche e finanziarie, nel medio e nel lungo termine, al paniere SDR “Special Drawing Rights” (diritti speciali di prelievo). Il Fondo Monetario Internazionale (IMF) ha dato l’imprimatur di moneta di riserva alla valuta cinese, “freely usable”, affiancandola al dollaro americano, all’euro, alla sterlina e allo yen. Un passo enorme per una moneta ancora pesantemente gestita dalla People’s Bank of China (PBOC), che non può più sottrarsi all’imperativo delle riforme strutturali, lasciando al mercato la possibilità di dettare il tasso di cambio. Tutto ciò implica una spinta verso la liberalizzazione e la fluttuazione della moneta ed un  trasferimento di governance verso istituzioni internazionali e sovranazionali, tra le quali si inserisce la nuova Banca Mondiale (Asian Infrastructure Investment Bank) cui hanno aderito anche i principali Paesi europei.

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    Fig. 4 – La Borsa di Shanghai, protagonista di violente oscillazioni nei mesi scorsi

    LE DUE CINE – Ai mutamenti prospettati del quadro macroeconomico si aggiungono eventi di natura più squisitamente politica, come il vertice di Singapore tra il Presidente della RPC, Xi Jinping e quello della Repubblica di Cina, Mǎ Yīngjiǔ. Alla vigilia e, probabilmente, in funzione di un’importante tornata elettorale, fissata per gennaio 2016 e in cui il Partito nazionalista è considerato dai sondaggi ai minimi storici, si scrive una pagina di storia. Il disgelo ha lo scopo di rinsaldare quei legami incrinati dalla caduta dell’Impero e dalla contrastata nascita della Repubblica e frantumati da tre decenni di guerra civile, cui misero fine le truppe di Mao quando conquistarono, nel 1949, il controllo della Cina continentale fondando la Repubblica Popolare Cinese, mentre l’esercito in rotta del Guomindang riparava a Taiwan. Come successore dell’Impero, la Repubblica di Cina manteneva il seggio alle Nazioni Unite e la rappresentanza della Cina intera. Solo nel 1971 avvenne l’avvicendamento in seno all’ONU, prodromo di continue questioni sull’unificazione, nate dall’idea di una “Grande, Unica Cina”, che condivide un’identità culturale al di là dei confini geografici.

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    Fig. 5 – Lo storico incontro tra i Presidenti di Taiwan e Cina popolare dello scorso novembre

    INTERCONNESSIONI STRATEGICHE ED ECONOMICHE – La distensione viene avviata con il Consensus, un accordo verbale del 1992, letto da Pechino come input per l’unificazione e da Taipei come conferma dello status quo. Alcune parentesi di acerrima tensione non riescono ad intaccare le relazioni economiche regolate, nel 2010, dall’Economic Cooperation Framework Agreement (ECFA). La Cina continentale è ora il primo mercato per le esportazione dell’isola e funge da collegamento con la Santa Sede per sciogliere il nodo delle ordinazioni dei vescovi, avvenute per la prima volta nel 2015 con il reciproco riconoscimento. Il “consenso parallelo” all’elezione episcopale rappresenta un ulteriore pilastro per la costruzione di un’immagine credibile del Governo di Pechino a livello internazionale.

    UN PRAGMATISMO ASSERTIVO – La Cina oggi si rapporta con il mondo circostante tra le Vie della Seta, vecchie e nuove, sulle quali si muove un volume di scambi sempre più esteso, intenso ed accelerato. Le relazioni internazionali, sempre più fitte, transitano per i continenti attraverso accordi energetici e infrastrutturali frutto di incontri, reali e virtuali, attraverso reti che tendono a superare il limes fisico, tra le isole artificiali e le dispute territoriali nel Mare Cinese Meridionale, per il quale è stata disegnata una nuova Mappa verticale, contenente la “linea con 9 tratti”, che ridefinisce i confini cinesi. A fronte delle rivendicazioni  per i valori democratici che provengono da Taiwan e che rafforzano quelle mai sopite della SAR di Hong Kong, si profila una nuova configurazione di rapporti politici ed economici derivati dall’intersezione tra maoismo, confucianesimo ed economia di mercato, tra politica e tradizione, tra individuo e società, tra conservazione e innovazione.

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    Fig. 6 – Turisti in posa al confine tra Cina e Pakistan, snodo importante lungo la nuova “Via della Seta” promossa da Pechino in Asia centrale

    TRA DEMOCRAZIA E AUTORITARISMO – Il tentativo di veicolare i valori democratici occidentali, tracimerà verso la tradizione imperiale, fondata su un sistema che gli illuministi francesi considerarono fonte di ispirazione per un’efficace riforma dello Stato e dell’economia o si ricompetterà sugli aspetti  paternalistico-autoritari, in conflitto con le libertà, in un sapiente mixage tra Rule of law o rule by law, che in cinese è Yīfǎ zhìguó  依法治国, Stato di diritto, in cui il Governo della legge viene accompagnato dalle virtù sotto la guida compatta del PCC? Di fronte a sfide senza precedenti, saprà la Cina accogliere le libertà ridisegnate nelle moderne agorà di democrazia partecipativa nel rispetto dei diritti umani? Saprà l’Occidente abbandonare gli ancestrali pregiudizi per accogliere i valori di solidarietà, attenzione ai bisogni di tutti, onestà e rettitudine, coltivati per cinquemila anni nei confini della grande Muraglia? Parafrasando un antico proverbio cinese, potranno le pietre di altre montagne incidere la giada?

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    Fig. 7 – Passato e futuro: una famiglia di turisti si fa un selfie di fronte alla Città Proibita, antica sede del potere imperiale cinese

    Elisabetta Esposito Martino

    [box type=”shadow” align=”aligncenter” class=”” width=””]Un chicco in più

    Per approfondire i temi discussi nell’articolo, si consigliano i seguenti testi:

    • Ulrich Beck, La società del rischio. Verso una seconda modernità, Milano, Carocci, 2013
    • Martin Jacques, When China Rules the World. The Rise of the Middle Kingdom and the End of the Western World , London, Allen Lane, 2009
    • George F. Ritzer, The McDonaldization of Society: 20th Anniversary Edition, VIII edizione, Los Angeles,  Sage Publications, 2012
    • Maurizio Scarpari, Ritorno a Confucio. La Cina di oggi tra tradizione e mercato, Bologna, Il Mulino, 2015
    • Simone Dossi, Rotte Cinesi, Milano, Università Bocconi, 2014 [/box]

    Foto: BoazImages

    Elisabetta Esposito Martino
    Elisabetta Esposito Martinohttp://auroraborealeorientale.wordpress.com/

    Sono nata nello scorso secolo, anzi millennio, nel 1961. Mi sono laureata in Scienze Politiche, Indirizzo Internazionale, presso La Sapienza con una tesi sul consolidamento della Repubblica Popolare cinese (1949 – 1957); ho conseguito il  Diploma in Lingua e Cultura Cinese presso l’Istituto Italiano per il Medio ed Estremo Oriente di Roma ed il Perfezionamento in Lingua Cinese presso l’ISMEO. Sono stata delegata italiana per l’International Youth culture and study tour presso la Tamkang University Taipei, e poi docente di discipline giuridiche ed economiche. Ho lavorato come consulente sinologa e svolto attività di ricerca. Ora lavoro in un ente di ricerca e continuo la mia formazione (MIP Business School del Politecnico di Milano e dalla SDA Bocconi School of Management, Griffith College di  Dublino, Francis King School of English di Londra, EC S.Julians di Malta). Ho pubblicato sull’”Osservatorio Costituzionale”, dell’associazione italiana dei costituzionalisti  (AIC) , su “Affari Internazionali” e su “Mondo Cinese”.
    Dopo aver sfaccendato tra pappe e pannolini per quattro figli, da quando sono cresciuti ho ripreso alla grande la mia antica passione per la Cina, la geopolitica  e le istituzioni politiche e costituzionali. Suono la chitarra, preparo aromatici tè ma non mi sveglio senza… il caffè!

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    4 Commenti

    1. Difficile fare un previsione precisa su cosa combinerà Pechino in futuro.
      Dico solo che la veloce crescita militare e l’atteggiamento superfluamente
      aggressivo di quello che di fatto è ancora un regime comunista molto lontano
      da uno stato anche solo blandamente liberale non promettono bene.
      A poco servirà il riorientamento verso il pacifico degli Usa, almeno con muppet
      leaders come Obama il quale quanto ad incapacità rischia di battere perfino quella
      calamità di Jimmy carter.
      Inoltre gli usa sul piano militare hanno il fiato sempre più corto.
      Buon divertimento.

      • Sono d’accordo, purtroppo c’è il rischio che lo stato liberale e democratico come modello dominante di sviluppo dal dopoguerra ad oggi venga messo in discussione. La forza della Cina è anche nel partito unico fatto da una classe dirigente competente e determinata nel perseguire i propri obiettivi di crescita e sviluppo e a quanto pare non c’è settore nel quale non abbia saputo imitare noi occidentali per poi suonarcele di santa ragione a colpi di concorrenza grazie ad una efficienza del lavoro che noi ce la sognamo.

        • La classe dirigente cinese è da sempre competente e determinata, perchè per tradizione veniva reclutata attraverso esami molto difficili che non erano preclusi per censo. Questa tradizione ha avuto una grossa influenza anche sulla nomenklatura del PCC. Per quanto riguarda la ripartizione del potere e il concetto di sovranità in Cina, il discorso è molto complesso ed è sicuramente difficilmente comparabile con le categorie occidentali, nel bene e nel male. Certamente distinguerei però le diverse teorie dello Stato, di cui spesso noi del caffè disquisiamo, in particolare in riferimento ai regimi asiatici, dai valori universali rappresentati dai diritti dell’uomo, che devono sovrintendere a qualsiasi declinazione dei sistemi politici ed economici, magari arricchendosi di alcuni peculiari aspetti della cultura cinese, senza mai rinnegare le nostre conquiste, anzi tenendocele ben strette.

    2. La Cina si sta affermando sempre più come modello sui generis: credo che un rafforzamento dello Stato di Diritto e un riconoscimento di alcuni diritti fondamentali dei cittadini potrebbero accelerare l’integrazione del Paese nel consesso mondiale, permettendogli di utilizzare uno smart power più efficace.
      Pur nel rispetto di alcuni valori universali, ciascuna Nazione dovrebbe trovare da sé la propria strada, sperabilmente con un coinvolgimento progressivamente maggiore della società civile locale.

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