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In tutta l’America Latina è iniziato un periodo di votazioni che culminerà con le Presidenziali brasiliane a ottobre 2010. All’orizzonte potrebbero esserci molti cambiamenti

TUTTI ALLE URNE – In America Latina è appena iniziato un periodo che potrebbe essere foriero di importanti novità, per lo meno dal punto di vista politico. Ha infatti preso il via una fase di tornate elettorali che porteranno a votare la maggior parte degli abitanti del subcontinente, chiamati a scegliere i nuovi Presidenti. Ha cominciato l’Uruguay il 25 ottobre: lo scontro tra José “Pepe” Mujica, esponente della coalizione di sinistra del Frente Amplio, e Luis Alberto Lacalle, non ha ancora decretato un vincitore e sarà necessario un ballottaggio che si terrà a fine mese. Negli stessi giorni, in Honduras si terranno le elezioni che nomineranno (o dovrebbero nominare) il successore dei “litiganti” Zelaya e Micheletti. A vincere, secondo le previsioni, potrebbe essere in ogni caso un esponente antagonista del Venezuela, che sia il candidato del Partido Nacional Porfirio Lobo o quello del Partido Liberal Elvin Santos. Sarà quindi la volta, a inizio dicembre, di Cile e Bolivia. Nel Paese andino Michelle Bachelet, prima Presidente donna al Palacio de la Moneda (la sede del Governo a Santiago) non potrà ripresentarsi per un secondo mandato consecutivo e a sfidarsi saranno il democristiano Eduardo Frei, già presidente all’inizio degli anni ’90, e il miliardario di centro-destra Sebastian Piñera. A La Paz, invece, sembra scontata la rielezione del “cocalero” Evo Morales. A gennaio toccherà al Costa Rica, dove Óscar Arias lascerà il potere, mentre in Colombia Álvaro Uribe competerà – sembra senza avversari in grado di impensierirlo – per un terzo mandato. Il “gran finale”, però, sarà ad ottobre 2010, con le presidenziali in Brasile, dove si sfideranno Dilma Rousseff, scelta come “erede” da Lula, e il socialdemocratico José Serra.

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LA SINISTRA AL TRAMONTO? – Negli ultimi anni si è parlato tanto del fiorire di regimi di centro-sinistra nella regione, che avrebbero così garantito una presunta identità ideologica in quasi tutta l’area. In realtà, le differenze tra Paese e Paese sono nette: la sinistra con accenti populisti di stampo chavista e che è al potere in Venezuela, Ecuador, Bolivia e Paraguay, per esempio ha poco in comune con il Cile della Concertación (una coalizione che siede al potere da vent’anni e che unisce democristiani e socialdemocratici), il Brasile del pragmatico Lula o la stessa Argentina dei Kirchner, che nonostante accenti di un ritorno al nazionalismo economico non si può dire che aderisca al “Socialismo del XXI secolo” ideato da Hugo Chávez. In alcuni di questi Paesi le coalizioni ora al potere potrebbero essere sconfitte: l’esito appare abbastanza scontato in Cile, dove Frei, oltre a non avere appeal perché appartenente ad una classe politica ormai appartenente al passato, perderà circa il 20% dei voti per la scissione operata dal giovane socialista Marco Enríquez-Ominami, che ha deciso di presentarsi da solo. Anche in Uruguay il ballottaggio potrebbe giocare un brutto scherzo a Mujica: Lacalle, esponente del Partido Nacional conterà sui voti dell’altro candidato “derechista”, Pedro Bordaberry, e la somma dei voti potrebbe superare quella destinata al Frente Amplio. In Brasile, infine, nonostante il successo planetario di Lula, Dilma Rousseff è per ora in notevole svantaggio rispetto al rivale Serra (che è comunque collocato politicamente al centro, e non a destra). La cosa più sorprendente è che in tutti i casi citati i Presidenti uscenti possono vantare anni di buon governo e di grande crescita economica: il tasso di approvazione della Bachelet è superiore al 70%, così come quello di Lula e anche Tabaré Vázquez, presidente dell’Uruguay, ha il sostegno della maggior parte della popolazione. E allora? La spiegazione più plausibile è il funzionamento della regola dell’alternanza, caratteristica di tutte le democrazie mature. Dopo vent’anni e al riparo da rigurgiti golpisti, i cileni decidono che l’esperimento della Concertación è terminato; dopo due mandati di successo di Lula (agevolati però anche dalle politiche economiche di Cardoso, suo predecessore) i quasi duecento milioni di brasiliani ritengono di poter affidare il loro voto ad un altro candidato che non sia esponente del Partido dos Trabalhadores. Non è il ritorno del conservatorismo, prodromo per nuovi regimi autoritari, ma semplicemente il sintomo di Paesi che stanno crescendo e maturando a livello politico e sociale, seppur ancora in mezzo a molte difficoltà e ingiustizie. 

Davide Tentori 3 novembre 2009 redazione@ilcaffegeopolitico.it

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Davide Tentori

Sono nato a Varese nel 1984 e sono Dottore di Ricerca in Istituzioni e Politiche presso l’Università “Cattolica” di Milano con una tesi sullo sviluppo economico dell’Argentina dopo la crisi del 2001. Il Sudamerica rimane il mio primo amore, ma ragioni professionali mi hanno portato ad occuparmi di altre faccende: oggi infatti lavoro a Roma presso l’Ambasciata Britannica in qualità di Attachè Economico. In precedenza ho lavorato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri dove mi sono occupato di G7 e G20, e a Londra come Research Associate presso il dipartimento di Economia Internazionale a Chatham House – The Royal Institute of International Affairs. Sono il Presidente del Caffè Geopolitico e coordinatore del Desk Europa

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