Cristina Kirchner
Cristina Kirchner, Presidente dell'Argentina
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Il Giro del Mondo in 30 Caffè 2013 – Quest’anno in Argentina si terranno le elezioni legislative che ridefiniranno la formazione parlamentare. L’esito del voto sarà una tappa cruciale per il kirchnerismo, in bilico tra la ricerca di nuove strategie e la tentazione di una riforma costituzionale. Mentre negli ultimi mesi del 2012 le strade tornavano ad ascoltare il rimbombo del cacerolazo (protesta pacifica e rumorosa dove i manifestanti sbattono pentole, mestoli e altri utensili)

 

RIFORMARE LA COSTITUZIONE – Una tensione democratica può innescarsi nel momento in cui l’esito di elezioni libere non permette l’alternanza parlamentare. Il chavismo rappresenta senza dubbio il caso emblematico di tale frizione, esempio di un autoritarismo scelto democraticamente dal popolo venezuelano grazie alla rielezione dello stesso Presidente e alla modifica della costituzione per consentirlo oltre i termini precedentemente previsti. La riforma costituzionale rappresentò un motivo programmatico nella campagna elettorale di Chávez, così come anche in quella di Morales e Correa, il blocco “bolivariano” formatosi nel nuovo millennio contrapposto alle riforme neoliberali degli anni Novanta in Argentina, Brasile e Perù. Tutto ciò è avvenuto nonostante, almeno teoricamente, fossero tutti in linea con il principio anti-rielezione proclamato dallo stesso Bolívar al Congresso di Angostura del 1819 (http://www.analitica.com/bitblioteca/bolivar/angostura.asp). Proprio il Venezuela di Chavez è infatti risultato l’unico paese oltre a Cuba a non porre limiti di rieleggibilità. Appare paradossale, ma prima di lanciarsi in un’invettiva anti-chavista, per un’analisi coerente è d’obbligo ricordare che il paese era reduce da tre default in poco più di dieci anni (1983, 1990, 1995), così come sottolineato da un working paper emesso nell’ottobre 2008 dal FMI (http://www.gragusa.org/blog/il-default-nella-storia/). E’ altrettanto vero però che il peso così accumulato lungo un’ininterrotta serie di mandati presidenziali rischierebbe di soffocare la pazienza democratica dell’opposizione con effetti imprevedibili. Le grandi proteste che hanno infiammato l’Argentina negli ultimi mesi del 2012 ne sono la prova evidente.

 

LE PAROLE SONO IMPORTANTI – Il conflitto sociale è stato innescato dallo stretto giro di vite dato dalla Presidenta Fernández alla propria strategia anti-corporativa. Il mancato accordo partitico per una sindacalizzazione del Partido Justicialista (PJ) con Hugo Moyano, dirigente del principale gruppo sindacale argentino, ha generato una frattura profonda sulla quale si sono condensate le forze dell’opposizione. Assimilare dunque acriticamente le mobilitazioni del 13 settembre e del 14 novembre scorso ai drammatici cacerolazos che si susseguirono nell’epoca della crisi finanziaria, risulta essere fuorviante per almeno due motivi fondamentali. Il problema principale è un tasso d’inflazione che rischia di compromettere i successi delle politiche redistributive promosse sin dal 2003, e non l’eventualità di un secondo default. In secondo luogo perché la composizione sociale delle folle che hanno occupato le strade non riflette il carattere massivo e trasversale che aveva contraddistinto l’acefalia di quelle proteste. Certo, i cittadini brandivano pentole e mestoli, ma se paragone deve essere, sarebbe più facile trovare delle analogie con le mobilitazioni scoppiate nel 2008 in occasione del Paro Agropecuario. Lo sciopero fu indetto dai grandi gruppi dell’imprenditoria agricola per protestare contro l’aumento delle imposte sull’esportazione della soia, con il coinvolgimento di alcuni gruppi sindacali, l’appoggio della classe medio-alta del paese e l’alleanza mediatica con il Gruppo Clarín. Sebbene i cacerolazos del 13/9 e del 14/11 non rappresentino una protesta esplicitamente politicizzata, non è un segreto che Mauricio Macri, Governatore di Buenos Aires e esponente del principale partito all’opposizione, abbia salutato con favore le manifestazioni. Senza dimenticare l’ormai scontro frontale con lo stesso Gruppo Clarín per la Ley de Medios e il fatto che tra il dicembre 2011 e il dicembre 2012 la Cina abbia incrementato di circa l’82,6% l’esportazione di soia argentina (http://www.americaeconomia.com/negocios-industrias/china-aumenta-en-701-importaciones-aceite-de-soja-desde-argentina-en-2012). Inoltre non è un caso che tra le città in testa alla rivolta, oltre alla Capitale figurino metropoli come Córdoba e Mendoza, con un’esigua partecipazione delle città più povere, in particolar modo quelle del Nord, prive di un rilevante potere d’investimento. Ricorrere a un simbolismo storico che ha segnato profondamente la storia moderna del paese può risultare una pericolosa strumentalizzazione.

 

IL MODELLO K – Nodo cruciale della questione, oltre all’esacerbata insofferenza dovuta ad una forse eccessiva “pesizzazione” dell’economia con la conseguente messa al bando del dollaro dal mercato argentino, sembra essere l’ipotetica volontà della Presidenta Fernández di riformare la Costituzione, creando quindi i presupposti futuri per una terza rielezione dopo la scadenza del secondo mandato nel 2015, ottenuto con la quarta maggioranza assoluta nella storia elettorale del paese. Per mettere in atto un cambiamento così profondo è necessario però  raggiungere maggioranza speciale al Parlamento, la cui composizione muterà con le prossime elezioni legislative di quest’anno che rinnoverà la metà dei Deputati e un terzo dei Senatori. Ed è proprio la prospettiva di un kirchnerismo bolivariano che preoccupa maggiormente l’opposizione. Ma l’Argentina non è né il Venezuela, né l’Ecuador o la Bolivia. Mettere da parte i sindacati e la classe media radicalizzerebbe la tendenza ad una forma di “populismo izquierdista”, sottovalutando indebitamente alcune richieste anche legittime reclamate durante le manifestazioni. Altra possibilità sarebbe quella di costituire una coalizione di “ricchi e poveri”, facendo leva sulle élite economiche del paese. Un “populismo menemista”, così come definito da Arroyo tra le colonne de Le Monde Diplomatique Edición Cono Sur. Una possibilità che in realtà non esiste, poiché oltre a rappresentare una clamorosa contraddizione, sarebbe la più grave offesa alla memoria di Nestor. Come suggerisce ancora il sociologo argentino, l’unica possibilità per il kirchnerismo sembrerebbe quindi il ricorso al kirchnerismo stesso. Ricomporre la frattura con il sindacalismo e una maggiore flessibilità sul tema del dollaro potrebbero senz’altro far rientrare la protesta, sedando in parte il malcontento di una classe media particolarmente influenzabile, il cui umore sale e scende seguendo il tasso d’inflazione. In fin dei conti si tratterebbe di ricompattare lo storico blocco socialdemocratico alla base del successo progressista.

 

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IL PERICOLO AUTORITARIO – Potrebbe sembrare facile sostenere che le politiche adottate a partire dal 2003 siano state buone solo per il fatto che dopo un default non si poteva fare di peggio. In effetti è così, ma fa notare José Natanson che il neoliberalismo degli anni Novanta non fu imposto dalle alte sfere del FMI. Fu piuttosto la conseguenza diretta di un doppio voto democratico a favore di Menem. Sin dai suoi inizi il kirchnerismo si configurò pertanto non come un fenomeno di cambio, ma come un costruttore di ordine per rimediare alle brecce storiche inflitte dalla dittatura e dal menemismo. Nel corso di dieci anni l’Argentina ha saputo riprendersi grazie soprattutto a politiche redistributive che hanno di fatto ridotto la differenza tra il 10% più ricco e il 10% più povero di tre volte rispetto al 1975. Dal 1997 al 2010, la spesa pubblica è aumentata dal 30,3% al 45,5%, con grosse inversioni nei settori dell’educazione e della salute. Senza dimenticare lo sforzo profuso attraverso imponenti programmi di recupero socio-economico per garantire una maggiore equità sociale, quali la creazione negli ultimi 8 anni di nuove unità abitazionali e la riforma dell’Asignación Universal por Hijo (AUH) dal 2010. Nonostante questi progressi però è indubbio il grosso limite per le prospettive di sviluppo del paese rappresentato dall’inflazione, balzata oltre il 20% nonostante le cifre ufficiali la valutino intorno al 10%. E’ in corso una fase di transizione cruciale per il paese, in cui si ridisporranno energie sociali e politiche che determineranno il futuro dell’Argentina. Sebbene il secondo e ultimo mandato terminerà nel 2015, la Presidenta Fernández dovrà stare attenta a non scadere in derive autoritarie trasformando il kirchnerismo in un vero e proprio “cristinismo”, con l’evidente rischio di vanificare la credibilità e le conquiste ottenute negli ultimi anni. Le elezioni legislative del 2013 rappresentano un crocevia capace di segnare il prosieguo o la fine di un’intera epoca della vita politica argentina.

 

Mario Paciolla

Laureato nel 2011 presso L’Orientale di Napoli, negli ultimi anni ha vissuto per i più svariati motivi tra Valencia, Parigi, Jodhpur e Salta. Ha partecipato alla realizzazione di alcuni progetti in Asia e in Sudamerica. Prima con la ONG indiana Sambhali Trust per un lavoro di Women Empowerment destinato a ragazze dalit, poi con la Organización Argentina de los Jóvenes para las Naciones Unidas sui temi della cittadinanza e la partecipazione democratica dei giovani. Scrive anche per altre organizzazioni e da diversi anni porta avanti collaborazioni giornalistiche preparando nuovi viaggi. Da grande vorrebbe diventare la sintesi perfetta tra McMurphy, Zorba e Fitzcarraldo.

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