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Fin dall’indipendenza dal Portogallo, datata 1822, il Brasile è stato indicato come il chiaro egemone regionale in Sudamerica: per dimensioni, popolazione e risorse nessun altro stato della regione appariva comparabile. Eppure, per anni lo stato verdeoro ha di fatto abdicato al proprio ruolo, preferendo concentrarsi sullo sviluppo interno nel timore delle reazioni dei vicini. Con Cardoso e soprattutto con Lula il Brasile sembra aver deciso di rivendicare il ruolo che le sue dimensioni gli assegnano quasi naturalmente. Il tutto, però, all’insegna del soft power

 

L’INTEGRAZIONE REGIONALE – Con Lula al governo la politica regionale brasiliana ha cambiato marcia. Già con Cardoso si erano sviluppati ambiziosi progetti di integrazione regionale, ma era mancato quel riconoscimento del ruolo di leader e di potenza egemone che il Brasile si vede assegnare da anni: per territorio, popolazione e PIL lo stato verdeoro equivale agli altri stati sudamericani messi assieme. Una volta al governo, Lula ha invece dichiarato apertamente il suo intento integrazionista, con un ruolo di primo piano per il Brasile. I forum e le organizzazioni regionali che hanno visto il Brasile come attore di primo piano o anche come principale promotore si sono moltiplicati: oltre al Mercosur, che riunisce Argentina, Brasile, Uruguay, Paraguay e da pochi mesi il Venezuela, il Brasile ha promosso la nascita della comunità delle nazioni sudamericane, l’UNASUR, il cui primo vertice si è tenuto proprio a Brasilia nel 2008. I timori della reazione dei vicini e lo spettro del balancing hanno da sempre frenato le ambizioni brasiliane, oltre ovviamente ai problemi interni che il paese ha vissuto nel corso dell’ultimo secolo. Fortunatamente per Lula, lo sviluppo di una nuova politica regionale è avvenuto in una congiuntura geopolitica quanto mai favorevole: la retorica integrazionista di Lula e la sua posizione politica di sinistra si sono ben sposate con un continente dove vari governi di sinistra e centro-sinistra sono arrivati al potere. Allo stesso modo, Lula ha sfruttato la scia della retorica integrazionista promossa da Chávez, con cui ha sempre intrattenuto buoni rapporti.

 

TRA VENEZUELA E BRASILE – Una delle chiavi di volta per accreditarsi come leader sudamericano è stato lo sviluppo del soft power brasiliano. Questo sviluppo si è fondato su tre elementi: il posizionamento (geo)politico intermedio, la proposta di un modello economico e politico di successo e gli elementi culturali di vicinanza con gli altri stati della regione. Proprio la presenza del Venezuela chavista ha favorito l’emergere del Brasile come potenza regionale: presentandosi come potenza riformista e non rivoluzionaria, a metà strada tra Stati Uniti e Venezuela, il Brasile ha guadagnato il favore di molti politici sudamericani. Diretta conseguenza del posizionamento intermedio tra Stati Uniti e Venezuela, il Brasile è stato abile a presentarsi come via intermedia tra il neoliberalismo statunitense ed il socialismo del XXI secolo di matrice chavista. Sfruttando anche il generale disinteresse di Washington per l’America Latina seguito all’11 settembre, Brasilia ha riempito un vuoto: quello di potenza egemone della regione, in grado anche di garantire dividendi importanti attraverso accordi commerciali e politici. L’abilità di Brasilia di gestire allo stesso tempo buoni rapporti con Washington e con Caracas testimonia il successo di questa posizione.

 

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IL SUCCESSO DI UN MODELLO – Il modello politico proposto sta alla base dei consensi riscossi dal Brasile nella regione: il modello brasiliano rispetta le leggi di mercato e punta alla crescita economica classica e allo sviluppo della classe media. Allo stesso tempo il governo brasiliano ha cercato di migliorare le condizioni di vita dei poveri attraverso la promozione di numerosi programmi assistenziali sullo stampo di quelli chavisti, garantendo al contempo una crescita economica sostenuta in grado di attenuare i problemi strutturali della popolazione. In questo modo ha potuto attirarsi simpatie da entrambi i fronti, pescando consensi sia fra chi si preoccupa delle condizioni socio-economiche delle fasce più disagiate della popolazione sia fra le classi medie. Molti leader politici regionali hanno ammesso di ispirarsi a Lula: l’ultimo è stato l’avversario di Chávez in Venezuela, Capriles, che sperava così di guadagnare consensi fra i sostenitori del rivale. Particolarmente significativo è il caso di Ollanta Humala in Perù: nelle elezioni del 2006 sosteneva di ispirarsi a Chavez, mentre nelle elezioni vinte nel 2011 si rifaceva a Lula.

 

LA VICINANZA CULTURALE – Storicamente, il Brasile ha scontato il fatto di essere l’unico paese lusofono fra paesi di cultura ispanica, cosa che non ha favorito l’affermazione del Brasile come potenza egemone nel tessuto sudamericano. D’altra parte, la potenza storicamente dominante nell’emisfero occidentale è Washington, che fin dalla Dottrina Monroe del 1823 ha reso esplicite le sue mire egemoniche sull’America Latina. Nel corso degli anni ’90, però, l’antiamericanismo è cresciuto esponenzialmente nella regione, aprendo opportunità interessanti per chi aveva la forza – retorica o sostanziale – di presentarsi come alternativa, culturale e politica ancora prima che economica. Pur non raggiungendo gli estremi venezuelani, il messaggio implicito della politica regionale brasiliana è quello di presentarsi come una potenza latinoamericana in grado di esercitare un ruolo di leadership per i suoi vicini, e non di mera potenza egemone sostanzialmente aliena da un punto di vista culturale. Chiaramente tutto ciò potrebbe non bastare a fugare i timori di un nuovo imperialismo brasiliano: alcune voci si sono già levate in questo senso. Inoltre, permangono a livello sudamericano numerose criticità che rallentano sia il processo di integrazione che l’affermazione di una concreta leadership brasiliana, che dovrebbe occuparsi proprio di risolvere questi ostacoli. La lista è lunga: dalla mancanza di infrastrutture moderne alle barriere protezionistiche fra i vari paesi, dai conflitti sui confini alle problematiche transfrontaliere. Infine, soprattutto con la Rousseff il Brasile sembra aver messo in secondo piano l’integrazione regionale, aprendosi al mondo ed intensificando i commerci con Cina e Africa in misura maggiore rispetto a quelli con i propri vicini. A dispetto di questo momentaneo allontanamento, il Brasile si è comunque affermato come la potenza principale del continente: ottenerne i dividendi con una politica regionale coerente sarà fondamentale per le ambizioni brasiliane a livello globale.

 

Francesco Gattiglio

redazione@ilcaffegeopolitico.net

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