Puoi leggerlo in 3 min.

L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato a larga maggioranza di concedere lo status di “Stato non membro Osservatore Permanente” alla Palestina. Apparentemente si tratta di un evento di portata storica, eppure l’effetto sul breve termine potrebbe non essere così rilevante. Vediamo perché con cinque domande e cinque risposte

 

Cosa significa diventare “Stato Osservatore”?

 

La Palestina era già un’”entità osservatrice”, ovvero considerata un’organizzazione che, pur non essendo uno stato e non essendo ufficialmente membro dell’ONU, poteva assistere ai lavori dell’Assemblea Generale. Guadagnare lo status di Stato Osservatore non cambia nella sostanza quest’ultima parte: la Palestina continua a non essere membro dell’ONU e può solo assistere ai lavori dell’assemblea senza votare. Cambiano però due cose: innanzi tutto un passaggio da “entità” a “stato” è un riconoscimento implicito della Palestina appunto come Stato, qualcosa che finora non aveva posseduto; secondariamente può richiedere di accedere alla Corte Penale Internazionale, nella quale potrà chiedere l’incriminazione anche di militari israeliani accusati di crimini.

 

Non poteva richiedere di diventare stato membro a tutti gli effetti?

 

Per diventare Stati membri serve un voto di maggioranza del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e tale maggioranza è più difficile da ottenere. Inoltre gli USA hanno annunciato che porrebbero il veto, dunque quel tentativo fallirebbe in partenza. Per ottenere lo status di Stato Osservatore invece basta una maggioranza semplice all’Assemblea Generale, dove i paesi favorevoli sono più numerosi, e non è possibile alcun veto. Era dunque una strada più semplice.

 

Grandi cambiamenti in arrivo dunque?

 

Molto probabilmente no. La mossa del Presidente Palestinese Abbas ha un valore più simbolico che reale. Come detto la Palestina rimane senza diritto di voto ed esistono dubbi riguardo alla possibilità che la Corte Penale Internazionale incrimini davvero tutti gli Israeliani che i Palestinesi e l’opinione pubblica filo-palestinese vorrebbero. La battaglia legale sarebbe feroce e non è detto che porti ai risultati desiderati – in molti casi la differenza tra difesa ed eccesso della stessa rimane labile e interpretabile. Pensiamo ad esempio al rapporto Goldstone sulla Guerra di Gaza del 2008-09 e alla sua successiva revisione da parte dell’autore stesso. Inoltre agli eventuali condannati israeliani basta rimanere in patria per evitare di scontare la pena.

 

content_1288_2

Almeno la situazione sul campo si modificherà?

 

No, neppure questo. Tutto questo non risolve infatti il problema dei negoziati bloccati o delle colonie e, nemmeno, della divisione dei territori palestinesi tra Fatah e Hamas. Sul campo dunque almeno nel breve termine non cambierà nulla. Del resto anche Israele aveva compiuto una mossa simile all’ONU nel 1948, ma fu una guerra a determinare la nuova situazione, una guerra che ora non si vuole combattere.

 

A chi paventa la possibilità che in futuro vengano inviati Caschi Blu per stabilire e proteggere i confini di uno Stato Palestinese deciso in sede ONU bypassando i negoziati va ricordato che non è realistico pensare che i paesi occidentali siano disposti a mandare i propri soldati considerando che comunque i coloni rimarrebbero all’interno dei confini palestinesi e nessuna nazione occidentale è intenzionata ad affrontare il problema di smuoverli, che facilmente scivolerebbe in scontri armati. E questo creerebbe nuovi dilemmi per l’Occidente e per Israele stesso. Vanno considerati infatti proprio l’aggressività del movimento dei coloni e l’estremismo di alcuni gruppi palestinesi.

 

Infine, serve l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza, dove gli USA metterebbero il veto non tanto per proteggere Israele, ma per evitare anche questo nuovo pantano diplomatico e militare. La via diplomatica rimarrà dunque quella preferita dall’Occidente e dalle maggiori potenze indipendentemente dallo status della Palestina all’ONU, almeno fino alla definizione negoziale dei confini e della questione dei coloni. Solo successivamente se ne potrà parlare.

 

Dunque tanta fatica per nulla? Perché farlo allora?

 

Per i Palestinesi è comunque una forte iniezione di fiducia e rimane un passo importante per ottenere un maggior peso negoziale nei confronti di Israele. Quest’ultimo ha annunciato che bloccherà i finanziamenti all’Autorità Nazionale Palestinese, ma va detto che tale gesto favorirebbe poi le frange più estremiste e dunque non è detto venga davvero compiuto. Inoltre era fondamentale per Abbas e il suo partito Fatah poter presentare al popolo palestinese una qualche vittoria, per non soccombere all’aumento della popolarità di Hamas in seguito al recente conflitto a Gaza. Per questo il valore simbolico rimane comunque molto rilevante. Volendo andare oltre è anche possibile che porti a un riavvicinamento tra le due parti, che potrebbero convenire l’opportunità di portare “in dote” all’opinione pubblica palestinese l’uno una popolarità militare l’altro una popolarità politica; è però ancora presto per valutarlo, causa vecchi e recenti dissapori mai domati su chi abbia la vera autorità.

 

Print Friendly, PDF & Email
Lorenzo Nannetti

Nato a Bologna nel 1979, appassionato di storia militare e wargames fin da bambino, scrivo di Medio Oriente, Migrazioni, NATO, Affari Militari e Sicurezza Energetica per il Caffè Geopolitico, dove sono Senior Analyst e Responsabile Scientifico, cercando di spiegare che non si tratta solo di giocare con i soldatini. E dire che mi interesso pure di risoluzione dei conflitti… Per questo ho collaborato per oltre 6 anni con Wikistrat, network di analisti internazionali impegnato a svolgere simulazioni di geopolitica e relazioni internazionali per governi esteri, nella speranza prima o poi imparino a gestire meglio quello che succede nel mondo. Ora lo faccio anche col Caffè dove, oltre ai miei articoli, curo attività di formazione, conferenze e workshop su questi stessi temi.

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci qui il tuo commento
Inserisci il tuo nome