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Continua il nostro aggiornamento sulla Repubblica Democratica del Congo. La stabilizzazione delle posizioni dei ribelli di M23 sembra oramai chiara, a scapito dell’esercito regolare congolese e delle forze dell’ONU. Proviamo a rispondere a 5 domande chiave, e a darvi altrettante risposte

 

Il conflitto in corso ha carattere etnico?

 

Non sembra esserci al momento una recrudescenza dal punto di vista dello scontro tra etnie, cioè Hutu e Tutsi, che in passato hanno dato vita a violentissimi scontri e vere e proprie guerre, soprattutto nei territori di Congo e Rwanda. Gli M23, che sono in prevalenza di etnia Tutsi, hanno preso Goma, senza mirare alla “roccaforte” Tutsi che è il territorio di Masisi nella provincia del Nord Kivu. Al momento non sembra esserci il desiderio di “liberare” i villaggi Tutsi dalle FARDC (l’esercito regolare del Congo) e dallo Stato Congolese in generale.

 

Quanto contano le ricche risorse minerarie in questi scontri?

 

Di certo contano parecchio, come sempre è stato nella regione del Nord Kivu, che attrae soprattutto i vicini ruandesi. Al momento però il controllo delle risorse minerarie non sembra prioritario, e gli M23 non sembrano finanziarsi dal traffico illecito di minerali oltre il confine (fonte: UN Group of Experts reports 2012). Ad esempio le miniere di Rutchuru e Masisi non sono (per adesso?) nelle mani dei ribelli. Resta il fatto che episodi di smuggling sono stati registrati tra Goma e il Rwanda prima della caduta della città, quindi con l’aggravarsi del conflitto ci saranno sempre meno controlli alle frontiere e per via indiretta si potrebbe creare un collegamento tra M23 e il contrabbando di risorse minerarie.

 

Quali sono le implicazioni politiche di questo attacco dei ribelli?

 

Ci saranno ripercussioni nei rapporti con il Rwanda; il gruppo di esperti delle Nazioni Unite che monitora la situazione nella regione ha già più volte evidenziato che il Governo ruandese fornisce supporto diretto ai ribelli. Anche rappresentanti del Governo ruandese pare siano direttamente coinvolti, su tutti il Generale Bosco Ntaganda e il Ministro della Difesa, Generale James Kabarebe. Su Ntaganda pende anche un mandato d’arresto della Corte Penale Internazionele per crimini di guerra e contro l’umanità. M23 inoltre punta a obiettivi strategici, come dimostra la decisa conquista di Goma e il tentativo di controllo dei confini nell’area. A riprova vi è anche una non casuale maggiore instabilità dei confini: nei giorni passati ci sono stati scambi di colpi tra militari congolesi e ruandesi dalle due parti del confini e sono numerose le testimonianze di sconfinamento di militari ruandesi (raccolte ad esempio da Human Rights Watch).

 

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Cosa fanno i peacekeeper dell’ONU e la comunità internazionale?

 

Il problema del mandato dei militari della missione MONUSCO è quantomai attuale. Durante l’avanzata di M23 sono arretrati evitando combattimenti in città, sebbene prima della conquista di Goma erano stati condotti degli attacchi con elicotteri contro le posizioni di M23. Fino a venerdì 16 sembrava che i ribelli fossero stati respinti, sabato è di nuovo cambiato tutto. La domanda è se possano ricorrere all’uso della forza. La risposta al momento è dubbia. Una revisione del mandato adesso sarebbe un messaggio forte da parte della comunità internazionale, che però si troverebbe nella posizione di dover chiaramente accusare il Governo ruandese e di dover preparare scontri in aree urbane, con la conseguenza di un ulteriore aggravarsi delle condizioni dei profughi. L’esercito regolare tra l’altro non sembra assolutamente in grado di contrastare i ribelli, e ha ripiegato a circa 30 Km da Goma, verso Sake, subendo anche parecchie defezioni (nella foto: militari in fuga).

 

Cosa succede alla gente del posto?

 

Da sabato 17 novembre una grande moltitudine di gente ha cominciato a capire che la battaglia si avvicinava alla città e sono cominciati gli spostamenti. Domenica mattina Goma era piena di gente che si avviava sulla strada verso il campo profughi di Kibati. Alcuni centri di gestiti da ONG hanno accolto persone in fuga, come quello di Ngangi, del VIS, che ha ospitato fino a 10.000 persone (foto in alto: ingresso del centro ieri – di Albino Pellegrino, VIS). Fino a ieri i camion degli aiuti umanitari e delle ONG sono dovuti rimanere fermi; si spera in una rapida ripresa della distribuzione di beni di prima necessità e di farmaci. Dopo che i ribelli si sono stabilizzati e quindi gli scontri sono diminuiti, alcune famiglie hanno cominciato a fare ritorno a casa, ma la situazione è in continuo divenire.

 

Anna Bulzomi – Pietro Costanzo

redazione@ilcaffegeopolitico.net

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