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lunedì 6 Aprile 2020
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    La ricerca della stabilità

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    Nelle ultime settimane, mentre tutto il mondo ha seguito con affiatamento le elezioni presidenziali americane che hanno visto trionfare il Presidente Obama, in Cina sono continuati i ferventi preparativi per l’apertura del 18° Congresso del Partito Comunista Cinese (PCC), appena iniziato, durante il quale si assisterà al ricambio della dirigenza politica, chiamata a guidare l’Impero di Mezzo almeno per i prossimi cinque anni

     

    NON HO L’ETÀ – Dopo la lunga guida del Grande Timoniere Mao, che più o meno direttamente tirò le fila del potere nella Repubblica Popolare Cinese per quasi trent’anni, il suo successore, Deng Xiaoping cercò di stabilire una serie di regole che disciplinassero la successione del potere in Cina. Prima tra queste fu l’introduzione del congedo forzato dalle più alte cariche del Partito per sopraggiunti limiti di età, valido deterrente all’ascesa di leader carismatici che potessero imporre troppo a lungo la propria linea politica, come nel caso di Mao Zedong. Fu così che l’età di pensionamento dei membri del Politburo e del Comitato Permanente del Politburo, il cuore del potere politico cinese, iniziò gradualmente a diminuire fino a stabilizzarsi, in occasione degli ultimi due Congressi del Partito (rispettivamente nel 2002 e 2007) attorno ai 68 anni di età. Considerando, quindi, come requisiti il limite di età e un’effettiva e comprovata esperienza di governo maturata a livello locale e nazionale, è chiara la motivazione per cui la rosa dei possibili candidati alle prossime elezioni risulti così ristretta e perché le nuove nomine appaiano così scontate.

     

    LA NUOVA COPPIA – Il primo a venir sostituito sarà Hu Jintao, attuale Presidente della Repubblica Popolare Cinese, il quale sembra però destinato a rimanere in carica per altri due anni come capo della Commissione Militare Centrale, prima di lasciare definitivamente il posto al nuovo eletto. Con ogni probabilità la sua posizione verrà occupata da Xi Jinping, attualmente membro del Comitato Permanente e vice presidente della Commissione Militare stessa. Xi Jinping nacque negli anni Cinquanta da Xi Zhongxun, un eroe della Lunga Marcia nonché fondatore del Partito Comunista Cinese. Durante la Rivoluzione Culturale, il padre fu allontanato da Mao e a Xi Jinping toccò la sorte di molti suoi giovani coetanei: costretto alla rieducazione nelle campagne venne mandato in un remoto villaggio dello Shaanxi, dove per sette lunghi anni visse in una cava. Una volta abbandonata la vita bucolica, diventò membro del Partito con il quale iniziò la sua lunga carriera politica che lo condusse negli anni Ottanta a governare l’Hebei, poi il Fujian, la ricca provincia dello Zhejiang, fino a diventare capo del Partito a Shanghai. Il secondo a dover lasciare la propria posizione sarà l’attuale Primo Ministro Wen Jiabao, recentemente accusato dal New York Times di aver favorito l’arricchimento della sua famiglia durante il proprio mandato. La poltrona di nonno Wen verrà probabilmente occupata da Li Keqiang, altro membro del Comitato Permanente e attuale vice-premier cinese, grande sostenitore delle politiche della passata amministrazione e noto ai più per le proprie posizione riformiste.

     

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    IN POLTRONISSIMA – Non meno importanti, durante il Congresso dovranno essere riassegnate 7 delle 9 poltrone che attualmente compongono il Comitato Permanente del Politburo, la vera stanza dei bottoni dell’Impero di Mezzo, sebbene indiscrezioni non confermate rivelino il desiderio dell’uscente dirigenza cinese, e in particolare della fazione alla quale appartiene il Presidente Hu Jintao, di ridurne il numero a 7. All’interno del Partito Comunista Cinese, infatti, sono da sempre presenti delle fazioni in lotta, che sono andate proliferando con l’avvio delle riforme economiche e la conseguente moltiplicazione degli interessi all’interno della stessa Cina. E’ proprio nella dialettica tra queste fazioni che gli analisti più fiduciosi identificano il trampolino di lancio per un futuro modello di democrazia intra-partitica. Tra le fazioni in competizione, forse le più note sono quelle la cui condizione di appartenenza è determinata dall’origine all’interno della classe politica dei suoi membri. Il grande scontro vede contrapporsi i taizidang, noti come “principini rossi” in quanto figli dell’aristocrazia comunista che ha affiancato Mao Zedong durante la rivoluzione, ai tuanpai, leader provenienti dalla base del Partito che si sono formati all’interno della Lega della Gioventù comunista. Alla prima fazione, oltre all’uscente Primo Ministro Wen Jiabao e al futuro Presidente Xi Jinping sono riconducibili Wang Qishan, attuale vice premier con delega agli affari economici, energetici e finanziari e Yu Zhengsheng, attuale segretario del Partito per la Municipalità di Shanghai, entrambi in lizza per occupare le poltrone vacanti del Comitato Permanente. Mentre tra le fila della seconda fazione, oltre a Hu Jintao e l’attuale vice premier Li Keqiang ritroviamo altri possibili futuri membri del Comitato Centrale come Wang Yang, segretario del Partito della provincia del Guangdong, Li Yuanchao, direttore dell’Ufficio Organizzativo del Partito, e Liu Yunshan, direttore dell’Ufficio Propaganda.

     

    LA STABILITÀ PRIMA DI TUTTO – La costante presenza del termine wending, che nella lingua cinese esprime il concetto di stabilità, all’interno degli slogan coniati dai leader cinesi presenti e passati, quali Mao, Deng, Jiang e lo stesso Hu Jintao, è solo una riprova dell’importanza che tale concetto abbia sempre rappresentato nelle linea politica del Partito. Il mantenimento di un ambiente politico e sociale stabile è la condizione necessaria per garantire lo sviluppo economico e il benessere della popolazione cinese, sulla quale attualmente si fonda la legittimità del potere del Partito stesso. Forse nel caso cinese, più che l’indice di gradimento dei vari candidati, come ci si aspetta in genere dalle elezioni politiche, sarà proprio la ricerca del giusto equilibrio tra le fazioni in campo a determinare la ricetta vincente per la stabilità di un Paese, in cui i saggi da sempre insegnano che quando si assume un alimento non bisogna chiedersi se piace, ma a che cosa farà bene.

     

    Martina Dominici

    redazione@ilcaffegeopolitico.net

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    Martina Dominici
    Martina Dominici
    Instancabilmente idealista e curiosa per natura, il suo desiderio di scoprire il mondo l’ha spinta a studiare lingue straniere presso l’Università Cattolica di Milano e relazioni internazionali tra l’Università di Torino e la Zhejiang University di Hangzhou. Le esperienze lavorative presso l’Ambasciata d’Italia a Washington DC e Confindustria Romania a Bucarest hanno contribuito a forgiare il suo spirito girovago e ad affinare la sua arte nel preparare la valigia perfetta. Dopo quasi due anni di analisi strategica, si è occupata di ricerca per l’Asia Program dell’ISPI, prima di partire per la Thailandia come Casco Bianco per Caritas italiana in un programma di supporto ai migranti birmani. Continua ad essere impegnata nell’umanitario in campo di migrazioni.

     

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