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Alcune brevi note sulla vittoria di Obama, dalla demografia degli elettori, fino alla politica internazionale, passando per il valore della riforma sanitaria, la ripresa dell’economia e l’impatto mediatico dell’uragano Sandy. Cinque domande per i prossimi quattro anni

 

CHI SONO STATI GLI ELETTORI DI OBAMA? – Secondo i primi dati, Obama avrebbe ricevuto ampio sostegno dalle minoranze – sempre meno minoritarie – schieratesi con i democratici senza ombra d’incertezza. Basti pensare che hanno votato per il Presidente il 69% degli ispanici, il 74% degli asiatici e il 93% degli afroamericani (tuttavia, l’affluenza di questi ultimi è del 13%). Quanto ai bianchi, l’apprezzamento è stato quasi al 70% per Romney. Altro apporto significativo è stato quello delle donne, in particolar modo non sposate, che avrebbero scelto Obama per circa il 60%, mentre gli uomini avrebbero tendenzialmente preferito il repubblicano (45%). Tra i giovani, Obama sembrerebbe aver perso qualche consenso, ma si mantiene tra il 60% e il 65%, mentre gli over 64 hanno gradito di più Romney (51%). Riguardo alle comunità religiose, si è parlato molto dell’appoggio dei cattolici per Obama (55%), però è necessario prestare attenzione fino a quando non si avranno dati certi, poiché si potrebbe rischiare una sovrapposizione tra alcune etnie e i fedeli della Chiesa. Comunque, secondo le stime, Romney avrebbe dalla propria la schiacciante maggioranza dei protestanti, soprattutto delle comunità evangeliche, mentre il Presidente avrebbe conquistato il 70% degli ebrei (-8% rispetto al 2008). Le cifre proposte, tuttavia, sono ancora provvisorie.

 

QUAL È STATO IL RUOLO DEL NUOVO WELFARE DI OBAMA? – La demografia degli elettori democratici è connessa anche alla contestata riforma sanitaria voluta da Obama: queste elezioni per molti sono state una sorta di referendum sull’ampliamento del welfare negli Stati Uniti, al punto che l’argomento è stato al centro del dibattito dei candidati. Per esempio, alcune considerazioni nelle quali il repubblicano sosteneva di non volersi interessare di quei cittadini che attendano l’assistenza dello Stato hanno nociuto a Romney. È assai probabile che vi sia una correlazione tra la persistenza del favore concesso dalle minoranze a Obama e le misure per l’accesso più diffuso alla sanità, considerato che il sistema statunitense esclude i meno abbienti da molti dei servizi per la salute.

 

I SEGNALI DI RIPRESA ECONOMICA HANNO FAVORITO IL RISULTATO? – Obama è l’unico leader occidentale che ha assistito al dirompere della crisi economica ed è riuscito a mantenere il proprio incarico. Berlusconi, Brown, Sarkozy e Zapatero, sebbene in momenti e per cause diversi, sono usciti dalla scena con pesanti accuse circa la gestione dell’emergenza. L’economia è stata l’altro grande tema della campagna elettorale – addirittura è stato chiamato in causa Marchionne – e spesso lo scontro ha riguardato quale modello fosse migliore per il riavvio della produzione e dei consumi. Non è un caso che uno degli swing State fosse proprio l’Ohio, nel quale la componente operaia e industriale è molto forte. Alcuni segni di ripresa si sono cominciati a vedere, con 171mila nuovi posti di lavoro creati e una crescita prevista del PIL del 2%, nonostante non tutti gli osservatori siano concordi nel ritenere che questi dati siano stati a vantaggio di Obama. A incidere, piuttosto, potrebbe essere stata la concezione pragmatica che l’interruzione del corso del Presidente sarebbe potuta essere controproducente: meglio garantire ai progetti di Obama una continuità su due mandati.

 

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QUALI SONO STATE LE CONSEGUENZE DELL’URAGANO SANDY? – Sulle elezioni ha senz’altro inciso il passaggio dell’uragano Sandy sulle coste orientali degli Stati Uniti, a fine ottobre. Per alcuni giorni, la campagna elettorale è stata sospesa, cosicché anche i candidati hanno evitato dichiarazioni o interventi politici sull’argomento. Il contesto ha senz’altro costituito un vantaggio per Obama, il quale, di fronte all’opinione pubblica, non appariva come un concorrente alla Casa Bianca, bensì come il Commander-in-chief, che, trascendendo dal ruolo di Presidente, diviene la guida della Nazione. La leadership di origine militare – adattata all’emergenza – ha unito gli statunitensi attorno alla propria massima carica, sintesi del Paese. Di per sé, la costa nord-orientale è presidio dei democratici, ma, quest’anno, sono stati in bilico New Hampshire, Pennsylvania, Virginia e North Carolina, tutti, tranne l’ultimo, conquistati da Obama: l’uragano Sandy ha senz’altro creato condizioni favorevoli al Presidente. In merito, il sindaco di New York, Bloomberg, ha dichiarato che, fintanto che non si abbiano prove circa un collegamento tra l’uragano spintosi fino al New England e i cambiamenti climatici, sia importante supportare il Presidente, poiché sensibile ai temi ambientali.

 

PER CHI PARTEGGIAVA LA POLITICA INTERNAZIONALE? – La maggior parte della comunità internazionale sosteneva Obama. Da un lato, il Presidente – riprendendo il ruolo di Commander-in-chief – è riuscito a eliminare Osama bin Laden, dall’altro è stato capace di ripristinare un dialogo con il mondo islamico che era stato perduto negli anni precedenti. La politica estera americana sin qui non ha avuto una grande pervasività, mostrando anzi incertezze e contraddizioni, in primo luogo sulla Primavera araba. Gli Stati Uniti stanno affrontando un periodo di retrenchment, un ripiegamento militare e diplomatico a livello globale giustificato con l’emergenza economica, sebbene del tutto allineato con il riassesto degli equilibri geopolitici mondiali: Washington sta concentrando le risorse nell’Oceano Pacifico, considerato nel lungo periodo lo scenario prioritario, l’inevitabile scacchiere di scontro con la Cina. Bisogna considerare, inoltre, che Obama è l’unico presidente dal 1989 a non aver avviato un nuovo conflitto militare, limitandosi ad amministrare le operazioni precedenti. Più ambigui, invece, i rapporti con Israele e, in particolar modo, con Netanyahu: non è un mistero che il Primo Ministro preferisse Romney, per la maggiore propensione a mantenere toni minacciosi con l’Iran. In questo senso, Obama ha sempre preferito evitare scontri diretti con le altre potenze, privilegiando il controllo delle posizioni e spostando gli obiettivi principali del proprio mandato nel contesto interno. Una notazione sul petrolio: il calo dei prezzi precedente le elezioni è stato un chiaro segnale di posizionamento del mercato in favore di Obama. In Europa, gli apprezzamenti erano tutti per il Presidente: considerato il rapporto altalenante tra Washington, Bruxelles e i singoli Paesi, si preferivano le tenui aperture di Obama alla rigidità liberista di Romney.

 

Beniamino Franceschini

redazione@ilcaffegeopolitico.net

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Beniamino Franceschini

Classe 1986, vivo sulla Costa degli Etruschi, in Toscana. Laureato in Studi Internazionali e dottorando di ricerca in Scienze Politiche all’Università di Pisa, sono specializzato in geopolitica e marketing elettorale. Mi occupo come libero professionista di analisi politica (con focus sull’Africa subsahariana), formazione e consulenza aziendale. Sono vicepresidente del Caffè Geopolitico e collaboro al coordinamento del desk Africa. Ho un gatto bianco e rosso chiamato Garibaldi.

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