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domenica 23 Febbraio 2020
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    Obama, nessuno, centomila (II)

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    Un Caffè americano – Continua la nostra analisi della politica estera statunitense durante la Presidenza di Barack Obama. Oggi parliamo del quadrante del Pacifico e dei rapporti con Russia, Africa, America Latina. La relazione con la Cina sarà indubbiamente una delle sfide principali della geopolitica USA nei prossimi anni, ma quello che servirà soprattutto alla nuova amministrazione sarà una visione strategica più chiara e profonda

     

    (Segue. Leggi qui la prima parte)

     

    LA PACIFIC POWER – Il nuovo orientamento della politica americana è incentrato sull’impegno nel quadrante est-asiatico. Un articolato intervento della Clinton su Foreign policy e alcuni passaggi del discorso presidenziale di inizio anno sullo stato dell’Unione, hanno chiarito definitivamente che gli Stati Uniti sono una “Pacific power”. Dal punto di vista militare e geopolitico il confronto sembra inevitabile. Esemplificativo è il veto, per motivi di sicurezza nazionale, appena posto da Obama sull’installazione di impianti eolici, di una azienda cinese, nei pressi della base militare di Broadman. Guardando al Pacifico, gli Stati Uniti si sono preoccupati di rafforzare le alleanze con Giappone, Corea del Sud, Australia e gli altri alleati asiatici. Un articolo, pubblicato sul New York Times lo scorso anno, rintroduceva la “gunboat diplomacy” (la diplomazia delle cannoniere) come futuro aspetto delle relazioni tra Cina e Stati Uniti. A questo proposito, nel 2010 il segretario Clinton, nel corso di una conferenza ad Hanoi, ha ribadito che gli USA avrebbero aiutato Vietnam, Filippine e altri Paesi alleati a resistere alla politica assertiva di Pechino nel Mar Cinese meridionale. Le esercitazioni nel Mar Giallo insieme alla Corea del Sud sono aumentate in numero e portata, ufficialmente per affrontare la minaccia nordcoreana, ma, di fatto, il segnale è inequivocabilmente rivolto anche alla Cina. Emblematico è il caso delle isole Diaoyu-Senkaku, contese tra Cina e Giappone. Il segretario della Difesa Panetta si è affrettato a far sapere che gli USA non vogliono prendere parte alla disputa, evitando di ricordare che il trattato di sicurezza nippo-americano copre anche i territori in questione, essendo sotto effettivo controllo giapponese.

     

    AMBIENTE E DIRITTI – Dal punto vista più strettamente politico, nonostante i numerosi vertici del cosiddetto G2, le frizioni maggiori si hanno sulla politica ambientale, altro caposaldo della campagna elettorale del 2008 di Obama, e, soprattutto, sulla questione del rispetto dei diritti umani. Le maggiori tensioni tra i due governi si sono verificate nel corso del 2010, in cui il segretario di Stato Clinton ha richiamato insistentemente la Cina al rispetto della libertà di espressione e di stampa, e nella primavera del 2012 con il caso Chen Guangcheng, dissidente fuggito dagli arresti domiciliari e rifugiatosi nell’ambasciata statunitense. Dal punto di vista economico, Stati Uniti e Cina sono le maggiori potenze mondiali, l’interdipendenza economica permette di scongiurare un’escalation militare nel breve periodo. Pechino possiede gran parte del debito pubblico americano. I problemi maggiori riguardano la sottovalutazione artificiale dello yuan che, secondo Washington, porta a la Cina ad essere una concorrente sleale e la tutela della proprietà intellettuale.

     

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    E IL RESTO? – Nonostante sia esplicita la volontà americana di rivolgere l’attenzione verso il Pacifico, l’Europa rimane un teatro fondamentale per le relazioni internazionali. Il successo europeo sottolineato dallo staff e dalla stampa vicini al presidente Obama riguarda in particolare i rapporti con la Russia. Durante il secondo mandato di Bush lo spirito di Pratica di Mare si era affievolito, e il progetto dello scudo spaziale e le tensioni nel caso ucraino e in quello georgiano crearono fratture insanabili tra i vertici dei due Paesi. Anche l’avvicinamento della Russia alla NATO subì un temporaneo rallentamento. Dopo il raffreddamento delle relazioni tra Mosca e Washington, il “reset”, la revisione del programma di dispiegamento del sistema missilistico difensivo in Polonia e Repubblica Ceca e la firma del trattato New START dell’aprile 2010, sulla riduzione degli armamenti strategici, sono stati importanti passi di distensione dell’attuale presidenza. Il clima di distensione non è però durato molto, poiché l’installazione dello scudo spaziale nei territori dell’est Europa non è stata completamente abbandonata (il progetto è affidato alla NATO) e le questioni libica, siriana e iraniana provocano tensioni diplomatiche da non sottovalutare tra le due potenze.

     

    QUALE EMISFERO SUD? – Gli scenari che hanno avuto meno spazio nell’agenda dell’attuale amministrazione sono l’Africa e l’America Latina. Per quanto riguarda l’Africa, gli Stati Uniti non hanno avuto un ruolo politicamente predominante, lasciando ampi spazi per una politica più assertiva sia da parte di Pechino sia dei gruppi terroristici islamici, che usano l’Africa come fucina di uomini da reclutare. Il discorso di Obama nel 2009 ai parlamentari e al popolo ghanese, i due lunghi viaggi del segretario di Stato nel 2009 e nel 2012 in tredici Paesi africani e il viaggio di Michelle Obama nel 2011 in Botswana e Sudafrica sono stati più che altro gesti simbolici, mentre le politiche concrete sono rimaste nel solco della continuità con il mandato di Bush. L’America Latina, storicamente il cortile di casa della politica estera americana, non è stata tra le priorità del programma obamiano. La recente ratifica dei trattati di libero scambio con Panama e Colombia riguarda un’iniziativa della precedente amministrazione, portata a termine da quella attuale. La Cina ha sostituito gli USA come maggior partner commerciale di un’economia importante come quella del Brasile. Il supporto specifico verso Paesi amici (come il Cile di Piñera o la Colombia di Uribe e Santos) è stato sostituito da un generico appoggio verso il miglioramento dei processi democratici sudamericani. Anche il rapporto con il Messico è complesso per via dei problemi riguardanti l’immigrazione clandestina e il traffico di droga, che sembrano di difficile soluzione senza una politica ferma da parte del governo messicano.

     

    CONCLUSIONI – In sostanza le discontinuità più evidenti dell’amministrazione Obama, rispetto a quella precedente, riguardano il modo con cui si è affrontata la guerra al terrore (droni ed operazioni speciali al posto di un confronto diretto), il sostegno ai nuovi movimenti arabi e islamici (invece del supporto ai regimi consolidati durante la guerra fredda), il diverso rapporto con Israele (non più appoggio incondizionato) e la rinata attenzione verso il quadrante del Pacifico. Nel giudicare il bilancio del mandato presidenziale di Obama, quotati analisti americani sostengono che ci sia una vera e propria mancanza nell’indirizzo strategico dell’attuale amministrazione, non essendo stati delineati veri e propri interessi vitali (con la parziale eccezione dell’Asia) né mezzi con cui sarebbero stati difesi tali interessi, rendendo, per questo, poco prevedibile il comportamento statunitense sullo scenario globale. A tal proposito, Leslie Gelb, presidente emerito del Council on Foreign Relations ed ex funzionario del Dipartimento di Stato e della Difesa, sostiene che Obama sia un ottimo tattico, in altre parole che abbia la capacità di rispondere a sfide concrete e prese singolarmente, con un alto grado di adattabilità ma manca di visione d’insieme, in grado di capire ciò che gli USA non possono fare a livello internazionale, ma con difficoltà a stabilire cosa gli USA possano fare.

     

    Davide Colombo

    Davide Colombo
    Davide Colombo

    Sono laureato in Relazioni Internazionali con una tesi sulla politica energetica. Ho frequentato un master in Diplomacy. Mi interesso e scrivo soprattutto di Stati Uniti. Le opinioni espresse negli articoli sono personali.

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