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Tra iconosclastia e lucro: l’ISIS e le opere d’arte

Da mesi l’ISIS distrugge resti archeologici nei territori sotto il suo giogo, perché considerati blasfemi. Cancellati dalla storia siti patrimonio dell’UNESCO, testimonianze di antiche civiltà, edifici e statue dal valore inestimabile. Ma oltre al significato propagandistico, lo Stato Islamico ben conosce il valore reale di tali reperti, e li vende per autofinanziarsi

CRONISTORIA DI UNA FOLLIA – Lo scorso marzo l’archeologo della Stony Brook University di New York, Abdulamir Hamdani, profetizzò che dopo la distruzione di Mosul (proclamata capitale del Califfato nel giugno scorso) e dell’antica capitale assira Nimrud, l’Islamic State of Iraq and Syria (ISIS) avrebbe attaccato Hatra, un’antica città a 100 chilometri a sud di Mosul, nella provincia di Ninive, fondata nel III secolo a.C. dalla dinastia dei Seleucidi e patrimonio della United Nations Educational Scientific and Cultural Organization (UNESCO), fonte della maggior parte dei reperti del museo di Mosul.
L’autoproclamato Stato islamico ha sposato un’interpretazione estremistica dell’Islam secondo la quale qualsiasi icona è da considerare oggetto di culto diverso da Allah, perciò blasfema e da distruggere. Il 21 maggio l’ISIS ha invaso e preso Palmira, soprannominata la “sposa del deserto”, minando le rovine greco-romane del sito, anch’esse patrimonio UNESCO. Il fatto è stato confermato il 21 luglio scorso da Rami Abdel Rahman, direttore dell’Osservatorio siriano per i diritti umani – un’organizzazione situata a Londra avente una fitta rete di agenti in Siria. Le statue romane “confiscate” nel Paese proprio a luglio sarebbero invece riproduzioni. I terroristi avevano diffuso in rete foto della fustigazione del sospetto contrabbandiere. A smentire la propaganda dell’ISIS ha provveduto il citato Osservatorio, riportando testimonianze da Manbij, sobborgo nord-orientale della provincia di Aleppo, le quali avrebbero dimostrato che i jihadisti si sarebbero limitati a distruggere le suddette copie per poi vendere gli originali. Il 2 luglio il direttore delle Antichità e dei musei siriani, Maamoun Abdulkarim, aveva denunciato la distruzione, perpetrata nel giardino del museo di Palmira, della statua della dea pre-islamica al-Lat, risalente al II sec. d.C., raffigurata sotto forma di leone che aggredisce un cervo.
Il 25 agosto l’ISIS ha diffuso in rete le immagini della distruzione del tempio di Baal Shamin, dedicato al dio fenicio delle tempeste, situato nelle prossimità dall’anfiteatro romano di Palmira. La barbarie è stata perpetrata dopo che il 18 agosto i terroristi avevano decapitato Khaled al Asaad, anni 82 di cui 40 passati come direttore del sito. La costruzione del tempio ebbe inizio circa nel 17 d.C., mentre nel 130 d.C. l’imperatore Adriano ne ordinò l’ampliamento e l’arricchimento artistico.
Il 1° settembre lo United Nations Institute for Training and Research (UNITAR) ha fornito immagini satellitari che hanno confermato la distruzione del tempio di Bel, unanimemente considerato il simbolo di Palmira. Il tempio, di epoca babilonese, venne consacrato tra il 32 e il 38 d.C. e dedicato per l’appunto a Bel, il “signore”, corrispondente al Giove dei romani. La notizia diffusa e confermata anche dall’Osservatorio, ha smentito Abdulkarim. Quest’ultimo sosteneva che nonostante i jihadisti avessero detonato 30 tonnellate di esplosivo, la struttura di base e le colonne avevano retto.

Fig.1 – Il tempio di Bel prima che venisse distrutto (2001)

STRATEGIE E TATTICHE COMMERCIALI – Secondo il professore di archeologia Daniele Morandi Bonacossi, docente all’Università di Udine e direttore della missione archeologica “Terra di Ninive”, il valore commerciale dei reperti è incalcolabile. Sarebbe tuttavia possibile per i jihadisti vendere solo reperti di dimensioni esigue (monete, monili, statue sezionate o porzioni di quest’ultime e affini), cosa che avverrebbe sia sul mercato nero che attraverso il popolare sito e-Bay. Perciò i reperti distrutti sarebbero quelli “invendibili”, come i “lamassu”, di enormi dimensioni.
Secondo l’archeologa e ricercatrice franco-libanese Joanne Farchack i reperti sarebbero «pezzi inestimabili che complessivamente possono valere miliardi di dollari». La ricercatrice dell’Università di Chicago ha spiegato anche il modus operandi dell’ISIS: depredare i siti monumentali per poi propagandare video della distruzione di questi con l’esplosivo ed eliminare ogni traccia di provenienza dei reperti. Secondo Farchack i terroristi starebbero inoltre applicando il capitalismo. Le prime distruzioni dei siti archeologici in Iraq e Siria sono state molto rapide, avrebbero quindi rallentato i ritmi e reso prevedibile la distruzione dei siti per far aumentare il prezzo dei reperti.

Fig.2 – Lamassu ritrovato negli scavi archeologici a Nimrud (2001)

IL BILANCIO DEL CALIFFATO – È noto che l’ISIS riceverebbe finanziamenti dall’Arabia Saudita, Qatar e Turchia. Ma il mercato dell’arte fornisce al Califfato entrate inferiori solo al traffico di petrolio. E, purtroppo, la compravendita illegale di reperti non conosce confini: per esempio è in Italia che è stato ritrovato il “Giovane patrizio” proveniente dalle tombe reali di Palmira. Secondo la US International Trade Commission nel triennio 2011-2013 le importazioni statunitensi di antichi reperti da Egitto, Iraq, Libano, Siria e Turchia sono aumentate dell’86%, passando da un valore di 51,1 milioni di dollari a 95,1 milioni. Il contrabbando dei reperti sottratti ad al-Nabuk, in Siria, ha generato 36 milioni, una cifra attendibile anche secondo l’intelligence inglese e inoltre stimata al ribasso – un team internazionale di archeologi sostiene che il valore raggiunto dal commercio illecito abbia superato i 1.500 milioni di dollari.
L’ISIS, previo pagamento della khums, la tassa prevista dalla legge islamica che obbliga a versare allo Stato una quota del valore dei beni generati dalla terra, concede a tutti di depredare i siti. Ciò ha fatto proliferare il fenomeno degli gli scavi clandestini, di cui il sito di Apamea è solo un esempio. L’importo della khums varia in base alla regione e al bene, così nella provincia di Aleppo è del 20% e a Raqqa del 50%. L’esportazione clandestina dei reperti archeologici passa soprattutto per il confine tra Siria e Turchia, attraverso il valico di Tel Abyad. I maggiori clienti dell’ISIS sarebbero case d’asta e musei in Germania, Hong Kong, Inghilterra, Svizzera e Stati Uniti. A peggiorare la situazione vi sono fondati sospetti che diversi reperti vengano rubati su commissione di anonimi sceicchi e magnati. Il traffico secondo l’UNESCO e la International Criminal Police Organization (Interpol) ha già generato a livello mondiale tra i 6 e gli 8 miliardi di dollari.
Secondo il presidente dell’Osservatorio internazionale sulle Archeomafie, Tsao Cevoli, vi sarebbe la «possibilità che in questo momento [si] stiano facendo acquisti di massa dall’ISIS […] e [che] queste opere le vedremo comparire lentamente nel corso dei prossimi decenni».

Fig.3 – Il direttore Khaled al Asaad in posa davanti a un sarcofago raffigurante un nucleo familiare di un sacerdote (2001)

POSSIBILI SOLUZIONI – In seguito all’attacco del sito archeologico di Khorsabad avvenuto l’8 marzo, il governo di Bagdad ha richiesto alla Comunità internazionale l’utilizzo delle forze aeree per ricognizioni e attacchi mirati.
La direttrice generale dell’UNESCO Irina Bokova ha dichiarato: «Lo statuto della Corte penale internazionale definisce crimini di guerra gli attacchi al patrimonio culturale, insieme alla distruzione di scuole e ospedali». Ha quindi richiesto l’immediata applicazione della Risoluzione 1483/2003 del Consiglio di Sicurezza dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) emanata per l’Iraq, che conteneva anche misure di protezione del patrimonio artistico e culturale. L’UNESCO ha provvisoriamente ovviato riunendo i ministeri competenti di Giordania, Iraq, Libano e Turchia ad Amman (Giordania) al fine di rafforzare i controlli alle frontiere.
La soluzione migliore potrebbe tuttavia risultare quella già adottata da Giovanni Falcone nella lotta al traffico di stupefacenti, bloccare i finanziamenti a monte.

Claudio Cherubini

Un chicco in più:

  • Curiosità: Palmira è la traduzione dall’originale aramaico “Tadmor”, che significa “palma”. Viene detta la “sposa del deserto” in virtù del grande patrimonio archeologico che porta “in dote”.
  • Per approfondimenti: il testo della Risoluzione 1483/2003

Foto: wortonline

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Un commento

  1. Insomma, il Califfato condanna la shirk, ma ci lucra anche sopra…

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