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Potevamo noi del Caffè Geopolitico esimerci dal visitare l’Esposizione universale di Milano? Ovviamente no. Ecco il nostro reportage, un racconto in chiaro-scuro dei padiglioni più belli e di quelli che, invece, ci hanno un po’deluso.

IL PARCO DIVERTIMENTI DELL’ALIMENTAZIONE – Le aspettative di chi, come noi del Caffè Geopolitico, ha seguito il percorso di avvicinamento a EXPO 2015 approfondendone le tematiche (alimentazione e sostenibilità globale delle risorse), sono comprensibilmente elevate quando ci si reca allo spazio espositivo di Rho; non  è detto che sia così per tutti, ce ne rendiamo conto. Il nostro punto di vista sarà perciò particolarmente esigente.
In primo luogo ci si chiede come i 145 Stati partecipanti alla manifestazione abbiano declinato e interpretato il tema all’interno del proprio padiglione, e come gli organizzatori abbiano “assemblato” i contributi di ciascuno per dare maggiore forza e coerenza al messaggio. Le risposte, date le aspettative in premessa, non sono del tutto soddisfacenti. Al di là della realizzazione scenografica di sicuro impatto e indubbiamente razionale dal punto di vista architettonico (il Decumano, e il Cardo che lo interseca, si prestano bene ad ospitare i padiglioni e a guidare il visitatore lungo il percorso), in diversi casi l’impressione è che ci sia preoccupati più di realizzare un bel “contenitore” finendo per dimenticarsi o quasi del contenuto. Un mega spot promozionale del proprio Paese, insomma, con relativa presentazione delle principali attrattive enogastronomiche; un messaggio promozionale che non ha tenuto conto dell’elevata statura del tema.
E ciononostante le numerose eccezioni di Paesi che, anche disponendo di risorse tutto sommato limitate, sono riusciti a elaborare e veicolare un messaggio convincente, la sensazione generale è quella di trovarsi in un grande parco divertimenti a tema sul cibo, sconfinando a volte nella semplice promozione turistica o addirittura dell’artigianato locale (aspetti che c’entrano ben poco con lo slogan ispiratore “Feeding the planet – Energy for life”).

IL PADIGLIONE ZERO: UNA TAPPA OBBLIGATA – È il primo, e per certi versi quello più azzeccato. È enorme e simbolicamente ricorda un quadro di Giorgio Morandi, netto e schematico. Introduce in una enorme libreria, che raffigura il sapere dell’uomo. Poi fa scoprire, in un climax storico, come si sono sviluppate le colture e da dove viene l’arte dell’allevare gli animali. Ripercorre le tappe della vita agricola e sociale dell’uomo prima di chiudere con uno sguardo sul futuro; sul display (modello Dow Jones di New York) scorrono le varie quotazioni delle commodities agricole con una grande, indelebile scritta, «il mondo ha bisogno di nuove regole». Un gran bell’inizio.

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Fig. 1 – Il Padiglione Zero: un ottimo modo per cominciare la visita dell’EXPO

PALAZZO ITALIA: UNA CATTEDRALE (SEMI)VUOTA – L’ora di coda necessaria per accedere a Palazzo Italia, cuore del Cardo lungo il quale si snodano i padiglioni italiani, non viene ripagata del tutto dal contenuto dell’esposizione. Filo conduttore che porta il visitatore fino al quarto piano della bellissima struttura in cemento biodinamico (un’innovazione realizzata da Italcementi) sono le quattro “potenze” dell’Italia, ovvero il saper fare, la bellezza, il limite, il futuro. Nonostante il tutto venga presentato in maniera accattivante e scenografica, il punto debole dell’esposizione italiana sembra essere la ridotta attinenza con il tema di EXPO: l’installazione sulla bellezza, ad esempio, è un bellissimo salone di specchi dove vengono proiettate immagini dei gioielli artistici e paesaggistici del Paese, che però hanno poco a che vedere con le problematiche dell’alimentazione e dell’uso delle risorse. Il “riscatto” avviene però nell’ultimo salone, quello del futuro, dove per ogni regione italiana viene presentato un case study illuminante di imprenditori nel settore dell’agroalimentare o delle biotecnologie che hanno apportato interessanti innovazioni che potrebbero agire da battistrada nei rispettivi settori di attività. Noi, esperti ed esigenti, ci aspettavamo di più. Anche perché se l’Italia vuole sfruttare davvero l’occasione per riprendere le redini di capofila sui temi agroalimentari deve per forza fare di più, oltre a decantare le lodi di taluni prodotti regionali .

I PADIGLIONI “TOP”I tedeschi hanno preso EXPO davvero sul serio. Quello della Germania è stato il padiglione più efficace, quello maggiormente rispettoso del tema tra tutti quelli visti. Invita il visitatore a essere responsabile poiché lo rende interattivo con delle lavagne luminose. Illustra i progressi scientifici compiuto fino a oggi sui temi della ricerca e dell’uso del suolo e dell’acqua, specificando il ruolo della tecnologia nell’alimentazione.
Lo stesso Padiglione è un tributo alla natura e all’ingegno al servizio del consumatore. È un edificio concepito come un pianoro paesaggistico in lieve salita. L’impiego di legnami locali, con le loro diverse venature e colorazioni, conferisce una nota caratteristica in cui il legno non è solo un elemento empatico, ma segno anche di un utilizzo consapevole di materie prime ricostituibili e caratterizzate da un bilancio di CO2 equilibrato. La facciata è semplice e “intelligente”: la permeabilità allo sguardo e alle correnti d’aria naturali ottenuta con la struttura lamellare rientra in un’idea di clima semplice ma efficace, che, insieme alle tecnologie di efficienza energetica, garantisce temperature accoglienti in tutti gli spazi espositivi. Eccola, la tecnologia.

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Fig. 2 – Il padiglione della Germania è a nostro avviso il migliore per qualità e quantità dei contenuti

A volte, invece, non è necessario investire grandi risorse per realizzare un padiglione interessante in grado di lasciare nel visitatore un messaggio profondo e positivo. È il caso ad esempio di Israele, il cui tema è “Campi di domani”. L’installazione si basa su un video trasmesso “a tappe”, ovvero nei vari saloni che compongono la struttura, che racconta attraverso un efficace espediente narrativo come gli agricoltori israeliani siano riusciti grazie all’uso di tecniche di irrigazione a goccia e agricole innovative a rendere fertile un territorio in buona parte arido come quello della Palestina e a dare vita ad una produzione autonoma, sostenibile e anche all’avanguardia nel proporre prodotti che si sono poi diffusi anche altrove (lo sapevate ad esempio che il pomodoro ciliegino fu inventato proprio in Israele?). E anche qui notiamo l’importanza dell’innovazione e il rispetto degli elementi naturali.
Lo stesso si può dire dell’Ecuador, il cui padiglione “La terra dell’evoluzione” punta invece con decisione sul tema della biodiversità, una ricchezza da tutelare e da custodire con cura. L’Ecuador è composto da quattro regioni distinte per clima e caratteristiche naturali (la fascia costiera, quella amazzonica, quella andina e le isole Galapagos): in ognuna di esse vivono specie animali peculiari e vengono coltivati prodotti importanti per l’economia del Paese sudamericano (non solo cacao e banane, ma anche rose, di cui l’Ecuador è uno dei principali esportatori mondiali). Un patrimonio da difendere, anche a livello costituzionale: è interessante venire a sapere che la costituzione dell’Ecuador approvata nel 2008 è la prima al mondo a contemplare e a codificare a livello giuridico i diritti della natura.

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Fig. 3 – Il padiglione dell’Ecuador, una delle migliori sorprese tra i Paesi “piccoli”

… E QUELLI “FLOP” – Spiace dirlo, ma il padiglione degli Stati Uniti è una delle principali delusioni della manifestazione. Nonostante il videomessaggio di Obama, che accoglie i visitatori all’ingresso, sia pieno di buone intenzioni sull’importanza di agire insieme per garantire la sostenibilità del pianeta (il tema è proprio “American Food 2.0: Uniti per nutrire il pianeta”), il resto della struttura sembra come una grande sala giochi con strumenti interattivi che però non aiutano il visitatore ad aumentare le proprie conoscenze o a irrobustire una idea personale. Al piano inferiore, prima di uscire si viene poi condotti in un cartone animato che descrive le situazioni abituali del “mangiare” americano (dal cenone del Giorno del Ringraziamento ai fast-food): una proiezione che lascia alquanto perplessi e della quale si fatica a comprendere il messaggio.
Anche il resto dell’America Latina, terra piena di risorse e ricca di opportunità per il mondo intero e di lezioni da insegnare, lascia un po’con l’amaro in bocca. Il Brasile ha costruito un padiglione molto grande e originale (per accedervi bisogna “scalare” una rete sospesa su piante tropicali), ma il tema “Soluzioni per nutrire il mondo” viene affrontato in maniera abbastanza superficiale, con una serie di slides che offrono informazioni interessanti (come ad esempio la leadership del Brasile nella produzione di biocarburanti) ma che non riescono a coinvolgere il visitatore. E così l’Argentina, il cui padiglione riproduce all’esterno dei grandi silos per i cereali (non a caso l’intento è quello di riproporre il proprio ruolo di “granaio del mondo”), non riesce a spiegare come e perché il Paese sudamericano può ancora “nutrirti” attraverso un video che è volto maggiormente ad esaltare gli antichi fasti (quando verso Buenos Aires emigrarono milioni di persone dall’Europa, facendo dell’Argentina una delle maggiori potenze agricole mondiali) piuttosto che a suggerire soluzioni innovative per i problemi attuali. Decisamente modesto il contributo dell’Uruguay, la cui installazione non consta in nient’altro che in un video che sembra più strizzare l’occhio a investitori e turisti piuttosto che raccontare le potenzialità di quella che, in fin dei conti, è una “piccola Argentina”.
La Gran Bretagna declina con fermezza il tema della scomparsa delle api come attentato alla biodiversità e si ferma lì. La Francia mette in mostra tutti i suoi portentosi prodotti alimentari e individua nel riciclo la soluzione alla scarsità di risorse, facendoci attraversare atelier di moda che usano materiali di riciclo.  Il Belgio punta sulla pesca e sulla tradizione, mentre l’Irlanda accoglie il visitatore con la riproduzione del momento della mungitura. Poco, troppo poco per gli irriducibili reporter del Caffè Geopolitico…

LE SORPRESEL’Angola ha saputo conquistare il pubblico con un enorme baobab inserito nella struttura di 4 piani che lo ospita. La struttura è interamente smontabile e illustra lo stile di vita del Paese africano, che cresce a ritmi vertiginosi da un po’. Viene riconosciuto il decisivo ruolo delle donne come custodi della tradizione e delle buone pratiche, che vanno sostenute. “Educare per innovare” è il tema, e si parte dallo sviluppo sostenibile. Per questo le cassette di frutta diventano cornici degli schermi e vengono presentate diverse donne che hanno contributo a rendere il Paese più equilibrato e attento.

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Fig. 4 – L’Oman è tra i Paesi del Golfo Persico forse quello meno conosciuto: eppure ha realizzato un padiglione molto bello e interessante

Complimenti anche all’Oman, che ha realizzato un padiglione bello e di grande interesse. La struttura, che ricorda una abitazione tradizionale su due piani, raffigura scene di vita locale descrivendo come il sultanato del Golfo Persico abbia deciso di scegliere una via differente da quella di Stati limitrofi come Qatar e Emirati Arabi Uniti, che hanno puntato tutto sulla modernità ad ogni costo. In Oman, invece, l’innovazione tecnologica (come l’irrigazione idroponica, che consente di coltivare vegetali in assenza di un terreno) si innesta sulle produzioni tradizionali, come la pesca (l’Oman esporta moltissima fauna ittica), rispettando e rendendo più efficienti antichi metodi di produzione, e garantendo in questo modo la sostenibilità all’economia locale.

Siamo stati troppo severi? Fateci sapere cosa ne pensate…

Andrea Martire – Davide Tentori

Le foto sono state scattate dagli autori.

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Un chicco in più

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Redazione

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3 Commenti

  1. Analisi che condivivo, anche se bloccato qui nelle Americhe nn ci sono stato…ma conosco bene l’Ecuador, che è forse il Paese al mondo, insieme alla Bolvia, ad abbinare la propria cultura allla diversità di offerta alimentare…in quei Paesi, malgrado la loro povertà, che presidenti illuminati stanno combattendo alla grande, si mangia benissimo, e differenziato sec le quattro fasce climatiche illustrate dagli autori.
    Perfetta la descrizione dell’Italia, che ancora si perde nel suo edonismo (il gioco degli specchi è simbolico) senza avanzare proposte concrete, e degli Stati Uniti e Brasile, che puntano sulla propaganda e sugli effetti visivi, la loro pochezza di idee su una cucina alternativa salutare e alla portata delle tasche di tutti…nn sorprende per gli USA, inventori del fast & Junk food, dispiace invece per il Brasile, il cui liberismo economico scopiazzato dagli yankee, sta uccidendo la cultura gastronomica locale, e accentuando i dislivelli sociali..oggi nel Pais Tropical si mangia bene solo se hai parecchi soldi…la chiusura del Pelorinho notturno a Bahia, e dei suoi localini a “bom preço” è il sintomo di un malessere nazionale.
    Una sola critica: lodare Israele (senza nulla togliere alla genialità degli agricoltori locali) senza accennare alla brutalità con la quale il popolo legittimo di quelle terre è stato messo fuorigioco dai coloni di Sion, (decurtato anche dell’acqua) non è eticamente giusto.
    E non scrivo “poliicamente corretto” perchè odio l’ipocrisia.

    Un saluto ad Andrea & Davide

    Flavio Bacchetta

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