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La questione nucleare iraniana è ormai da anni al centro dell’attenzione, tanto da aver perfino posto in secondo piano il processo di pace tra Israeliani e Palestinesi. Il recente discorso del Premier Benjamin Netanyahu all’Assemblea Generale dell’ONU non cambia i termini del problema, ma indica come Israele sia sempre meno convinto degli sforzi internazionali per fermare i progetti di Tehran. Facciamo il punto anche noi, con cinque domande

 

Tutto ruota attorno al programma nucleare iraniano. Ma è davvero così difficile capire se si tratti di un programma ad uso solo civile (come afferma Tehran) o se sia rivolto anche alla fabbricazione di bombe atomiche (come affermano Israele, USA e i loro alleati)?

 

Distinguere i due fini del programma nucleare iraniano non è per nulla semplice e, anzi, risulta sostanzialmente impossibile senza avere accesso totale ai dati scientifici e a tutte le installazioni coinvolte. I dettagli sono complessi (ne abbiamo già parlato in “La linea sottile”) e ruotano fondamentalmente attorno all’arricchimento dell’Uranio: il processo per arricchirlo fino a quanto necessario per un reattore civile per produzione di energia è lo stesso che viene usato per arricchirlo fino al livello giusto per una bomba. Dipende solo da quando ci si ferma. Ed è qui il problema, perché non si tratta di avere apparecchiature proibite o tecnologie differenti, magari facilmente distinguibili; l’unica prova sicura sarebbe trovare uranio arricchito oltre il necessario per usi civili. Ma poiché l’Iran non consente di visitare tutti i siti considerati sospetti ed è reticente a collaborare in pieno, alimenta l’incertezza e il sospetto. Alcuni rapporti di intelligence contribuiscono poi a rinforzare i dubbi.

 

Non converrebbe allora all’Iran collaborare pienamente e lasciare campo libero agli ispettori? Così, se il programma nucleare è effettivamente solo per usi pacifici, eviterebbe ogni rischio di attacco.

 

Per l’Iran è anche una questione di facciata. La leadership iraniana sa di non essere molto popolare presso vari strati della popolazione e di dover mantenere un controllo totale per non subire pericolose rivolte. Temono che acconsentire alle condizioni occidentali potrebbe essere visto come un’ammissione di debolezza, un’inaccettabile perdita di faccia davanti alla propria gente. Dimostrare risolutezza invece mantiene l’immagine di forza del regime e, al tempo stesso consente di rivolgere l’ira popolare contro un nemico esterno. Va detto tuttavia che l’Iran ha rifiutato ogni accordo che includesse clausole specificamente rivolte a controllare l’arricchimento dell’uranio oltre i limiti per uso civile.

 

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Ammettendo invece che il programma nucleare sia davvero rivolto alla costruzione di una o più bombe, a cosa servirebbero? Tehran le lancerebbe contro Israele come paventato dalla leadership ebraica?

 

Per rispondere è necessario capire la mentalità e le paure iraniane (“Gli occhi degli altri”). In generale il regime teme che l’Occidente voglia rovesciarlo, e crede che l’arma nucleare gli conferisca una deterrenza innegabile. Basti osservare la Corea del Nord: pur essendo uno dei regimi più sanguinari e isolati del mondo, il suo arsenale atomico ha impedito che esso venisse scalzato dal potere da interventi esterni: è molto probabile che sia ciò a cui aspirano anche i leader di Tehran. Risulta meno plausibile invece l’uso diretto dell’arma atomica contro Israele: l’Iran si guadagnerebbe il biasimo e la rappresaglia del mondo intero, cosa che porterebbe proprio a ciò che vuole evitare: la fine del governo degli Ayatollah, con qualsiasi mezzo. Più pericolosa invece risulterebbe fornire armi atomiche a gruppi estremisti alleati (Hezbollah, Jihad Islamica Palestinese, ecc…) grazie ai quali l’Iran potrebbe colpire i propri nemici professando però la propria estraneità. In realtà, anche in questo caso appare più probabile il semplice uso di tale minaccia (piuttosto che l’uso effettivo dell’arma) come mezzo di pressione sui vicini stati sunniti. L’obiettivo: aumentare l’influenza di Tehran rendendo l’Iran la nuova potenza regionale – se non fosse che questo è proprio ciò che spingerebbe gli altri paesi del Golfo Persico (Arabia Saudita in testa) a fare altrettanto, portando a una pericolosa escalation degli armamenti atomici nella regione.

 

Torniamo a Israele: attacca o non attacca? Può farcela da solo? Le minacce di attaccare sono sempre più frequenti, eppure per ora nulla si muove.

 

Impiegando al massimo le proprie risorse, Israele può colpire i siti nucleari iraniani e danneggiarli, in alcuni casi anche gravemente. Ma non può garantire la distruzione del programma. Innanzi tutto alcuni siti sono altamente fortificati sottoterra all’interno di montagne: nessuno riuscirà a capire se i danni causati siano sufficienti o meno (“Bersaglio Iran”). Secondariamente, la tecnologia alla base dell’arricchimento dell’uranio non è eccessivamente complessa e l’Iran potrebbe semplicemente ripartire, imparando dagli errori fatti e sempre più convinto che solo l’avere l’arma atomica eviterà ulteriori attacchi. Infine, non si è sicuri di conoscere tutti i siti nucleari: se installazioni chiave rimanessero intoccate, l’attacco non avrebbe alcuna utilità. Come ha affermato il Capo di Stato Maggiore interforze USA Generale Martin Dempsey, Israele può rallentare il programma nucleare iraniano, ma non distruggerlo. E il rischio di perdite rende l’operazione ancora più rischiosa. Servirebbe l’appoggio USA, che però sono in periodo elettorale e, ad ogni modo, non sono interessati a sobbarcarsi l’onere di un’altra guerra dove, anche questa volta, sarebbero loro a sopportarne lo sforzo maggiore.

 

Israele spera fino all’ultimo di ottenere l’appoggio degli alleati, ma nulla esclude che, prima o poi, pensi di non avere altra scelta all’agire da solo. Del resto anche l’Iran può giocare le sue carte: Hezbollah in Libano, provare a bloccare lo stretto di Hormuz… soprattutto quest’ultimo caso viene considerato particolarmente rischioso per le economie occidentali così dipendenti dal petrolio.

 

Ma l’Iran può riuscirci davvero?

 

Molto probabilmente no; l’apparato militare USA a difesa dello stretto è molto forte e distruggerebbe gli aggressori entro 24 ore, ma non è questo il vero punto chiave. Pochi si rendono conto che in realtà bloccare lo stretto colpirebbe molto di più gli interessi iraniani di quanto farebbe con quelli occidentali. Innanzi tutto bisogna ricordare che la maggior parte del petrolio che passa lo stretto (circa tre quarti) non finisce in Europa o Nord America ma in Asia Orientale. In particolare a soffrire uno stop delle importazioni sarebbero Giappone, Corea e soprattutto… Cina. Beijing uno dei pochi compratori residui di petrolio iraniano e l’Iran ha bisogno di quei proventi per sostenere la sua economia sempre più in affanno per le sanzioni internazionali. La Cina inoltre importa anche da Arabia Saudita, Emirati Arabi, Kuwait e gran parte degli altri paesi del Golfo. Cosa significa questo? Che a ogni minaccia da parte di Tehran di chiudere lo stretto, plausibilmente segue una telefonata da Beijing per assicurarsi che ciò non succeda, unita alla minaccia di ritirare il proprio appoggio al Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Inoltre, se davvero gli USA cercano in tutti i modi di stare fuori da un potenziale conflitto, attaccare lo stretto sarebbe il modo più veloce per costringerli ad entrare in guerra. Dunque niente attacco allo stretto: a Tehran servono i soldi del petrolio, serve che la Cina rimanga amica, serve che gli USA stiano fuori dalla (eventuale) guerra.

 

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Lorenzo Nannetti

Nato a Bologna nel 1979, appassionato di storia militare e wargames fin da bambino, scrivo di Medio Oriente, Migrazioni, NATO, Affari Militari e Sicurezza Energetica per il Caffè Geopolitico, dove sono Senior Analyst e Responsabile Scientifico, cercando di spiegare che non si tratta solo di giocare con i soldatini. E dire che mi interesso pure di risoluzione dei conflitti… Per questo ho collaborato per oltre 6 anni con Wikistrat, network di analisti internazionali impegnato a svolgere simulazioni di geopolitica e relazioni internazionali per governi esteri, nella speranza prima o poi imparino a gestire meglio quello che succede nel mondo. Ora lo faccio anche col Caffè dove, oltre ai miei articoli, curo attività di formazione, conferenze e workshop su questi stessi temi.

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