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Il processo di ridefinizione degli obiettivi di sviluppo globale post-2015 sta arrivando a termine. L’ultimo ciclo di negoziazioni si è tenuto alla fine di luglio a New York, e la prossima e ultima tappa sarà il 23-25 settembre, quando il testo finale dell’Agenda di sviluppo sarà adottato dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Dal 1° gennaio 2016, i 17 Obiettivi Sostenibili di Sviluppo (SDGs) sostituiranno gli Obiettivi di Sviluppo del Millenio (MDGs) che arrivano a scadenza alla fine dell’anno.

OBIETTIVO 2030 – Se il nuovo quadro servirà a continuare il lavoro iniziato con gli MDGs e a rafforzare i risultati raggiunti, la portata e l’impatto degli SDGs sembrano essere molto più ambiziosi: «finire la povertà e la fame ovunque», «combattere le ineguaglianze all’interno e tra i Paesi», «costruire società pacifiche, giuste e inclusive», «proteggere i diritti umani e promuovere l’uguaglianza dei generi», «assicurare la protezione del pianeta e delle sue risorse», sono alcuni degli elementi che rappresentano la visione di questa nuova Agenda. Il tutto da raggiungere entro il 2030.
Il risultato di più di due anni di lavori, negoziazioni e consultazioni è dunque questa dichiarazione di 29 pagine che include 17 obiettivi, a loro volta dettagliati in 169 “target”. Oltre al carattere particolarmente ambizioso di questo testo, in primo piano è da sottolineare il carattere universale dell’Agenda. Se lo spirito degli MDGs è stato quello di fornire un quadro che sostenesse lo sviluppo dei Paesi del sud, gli SDGs nascono universali, e sono applicabili a tutti gli Stati membri allo stesso modo («developing and developed countries alike»). Tutti i Paesi firmatari, dunque, si impegnano ad agire all’interno dei propri confini per contribuire allo sviluppo globale. Uno sforzo comune che è reso ancora più universale dalla riaffermazione del principio della common but differentiated responsibility (principio 7 della Dichiarazione di Rio del 1992): l’impegno a raggiungere gli obiettivi entro il 2030 è comune a tutti i Paesi, così come lo è la responsabilità; ma rispettando i diversi livelli di sviluppo, le realtà e le priorità nazionali.

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Fig. 1 – La povertà estrema sarà debellata entro il 2030?

IL RUOLO DEI PAESI SVILUPPATI – Questo carattere universale è particolarmente interessante se si pensa alle implicazioni per i Paesi più sviluppati. Il loro ruolo all’interno di questa nuova Agenda, dunque, non è più solo quello di principali finanziatori dello sviluppo attraverso l’Assistenza Ufficiale allo Sviluppo (Official Development Assistance – ODA), ma anche di veri e propri “soggetti degli obiettivi”. Quelli particolarmente rilevanti anche per gli Stati più sviluppati, infatti, necessiteranno, per la loro implementazione, di azioni di politica interna che ne possano migliorare le performance. Tra questi, per esempio, il raggiungimento dell’uguaglianza di genere, la riduzione delle ineguaglianze interne e la promozione della piena occupazione.
A queste sfide interne, però, per i Paesi più ricchi si aggiunge una dimensione ulteriore, quella degli obiettivi che, pur dipendendo da decisioni nazionali, hanno implicazioni anche a livello internazionale.
Un paradigma nuovo, quindi, quello dell’Agenda 2030, con al suo interno una nozione più larga di responsabilità internazionale. Tra questi troviamo gli obiettivi che necessitano di decisioni volte a ridurre gli impatti negativi della propria implementazione – quali la riduzione delle emissioni di gas serra e l’utilizzo più efficiente delle risorse – e quelli che implicano azioni concrete per sostenere lo sviluppo dei Paesi in maggiore difficoltà – legati non solo all’ODA e al famoso 0.7% del PIL, ma anche a politiche più ambiziose, quali la promozione di un sistema commerciale internazionale equo e non-discriminatorio.
L’universalità della nuova Agenda è ulteriormente rafforzata dal principio del leaving no one behind (non lasciare indietro nessuno). Un approccio, questo, che pur essendo benvenuto perché sottolinea il carattere inclusivo dello sviluppo cui si ambisce con questo nuovo quadro, è allo stesso tempo estremamente ambizioso e costoso. Nonostante sia più volte riportato nel testo, questo principio resta molto generale: non vi sono indicazioni specifiche su come tale risultato potrà essere misurato né sulle risorse necessarie a garantirlo.

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Fig. 2 – Il Segretario generale dell’ONU, Ban Ki-moon

DAL DIRE… AL FARE – Una volta adottato il testo in settembre, resteranno ancora molti punti su cui lavorare per tradurre questa dichiarazione globale in un piano di azione più concreto e in agende di politica nazionale. A livello interno, i diversi Stati dovranno lavorare per inserire questo nuovo quadro nei propri piani di sviluppo, adattandolo alle realtà nazionali e prendendo in considerazione i risultati raggiunti negli MDGs. A livello globale, importanti cantieri saranno quelli per l’elaborazione di indicatori che permetteranno di misurare i risultati e per il set-up di un sistema di monitoraggio e di rendicontazione a livello e globale, regionale e nazionale. Il processo di sviluppo degli indicatori globali sarà guidato dalla Commissione statistica delle Nazioni Unite e sarà finalizzato per marzo 2016. Questo quadro sarà poi completato da indicatori a livello nazionale elaborati dagli Stati membri.
Da notare anche la posizione che la società civile riuscirà a ritagliarsi nel processo di implementazione: se questa ha avuto un ruolo chiave durante la fase di negoziazioni e di stesura dell’Agenda (attraverso le consultazioni e attraverso varie iniziative quali Beyond2015 e Action2015), affinché il processo mantenga questo carattere collaborativo e partecipativo, e che una certa trasparenza sia garantita anche durante la fase di implementazione, la società civile dovrà continuare ad essere parte attiva nel processo.
A ciò si aggiunge la questione dei mezzi per poter realizzare gli obiettivi. Se l’ambizione dell’Agenda è riconosciuta e apprezzata, le risorse per renderla realistica restano vaghe. Nel testo si parla di questi mezzi e l’approccio è in linea con il cambio di prospettiva della Conferenza sul Finanziamento per lo Sviluppo di Addis Abeba (Addis Abeba Action Agenda, AAAA), secondo cui lo sviluppo non si può più basare solo sull’ODA. Ogni stato deve collaborare con le sue risorse interne, e i mezzi devono venire anche dal settore privato. Nel testo si rimanda all’AAAA e si si sostiene che gli obiettivi possano essere raggiunti grazie a una partnership globale e alla mobilizzazione di queste nuove risorse. Nonostante la dichiarazione di intenti, però, né nell’Agenda 2030 né l’AAAA (come spieghiamo qui) si includono impegni precisi per sostenere le ambizioni del post-2015.

Valentina Origoni

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Un chicco in più

Per saperne di più sull’agenda post-2015 vi segnaliamo il link alla pagina ufficiale delle Nazioni Unite.

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Foto: ses7

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