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Prosegue il nostro speciale sulla Cina, volto ad indagare, al di là di facili semplificazioni e deformazioni della prospettiva occidentale, le vere caratteristiche del suo sistema politico. Vi proponiamo in due parti l’intervista al Prof. Domenico Losurdo, esperto di questioni cinesi.

Perché lo sviluppo della RPC degli ultimi decenni viene frettolosamente definito come capitalistico tout court – spesso aggettivato come autoritario – sia dai media occidentali che da molti studiosi di scienze sociali?

Faccio un bilancio storico: nei primi 15 anni di vita della Russia sovietica è possibile individuare il succedersi di tre diversi modelli di sviluppo postcapitalistico. Inizialmente c’è il comunismo di guerra, poco dopo, a partire da una situazione disastrata, c’è la NEP e, infine, c’è la completa collettivizzazione, anche alla luce dei pericoli di guerra. Non c’è dubbio che il terzo modello a un certo punto è caduto in crisi, come è avvenuto negli ultimi anni della Cina maoista. I dipendenti non si presentavano al lavoro e quando lo facevano si impegnavano ben poco, continuando tuttavia a godere di un salario garantito: ciò non corrisponde affatto alla definizione marxiana di socialismo, in cui la retribuzione deve essere proporzionata al lavoro erogato.

La storia della Cina è diversa. Se prendiamo le mosse dalle aree governate dal PCC già nella seconda metà degli anni Venti, per quasi novanta anni di storia c’è stata una sostanziale continuità: un sistema a economia mista con forte controllo statale. Edgar Snow riferiva che in Cina erano presenti tutte le forme di proprietà. Mao Zedong a metà degli anni Cinquanta fa una distinzione netta tra espropriazione politica ed espropriazione economica della borghesia e sostiene che l’espropriazione economica non va portata fino in fondo, poiché la borghesia ha conoscenze imprenditoriali e capacità manageriali utili e necessarie all’instaurazione del socialismo. Dunque Mao afferma molto chiaramente che la completa espropriazione economica delle classi borghesi sarebbe controproducente per il socialismo e solo l’espropriazione politica va portata fino in fondo. Oggi in Cina la ricchezza degli imprenditori capitalisti non si trasforma in potere politico. Per altro verso, se noi leggiamo la polemica di Deng Xiaoping contro la banda dei quattro, non c’è dubbio che ha ragione quando asserisce che «è assurdo parlare di socialismo povero». A caratterizzare la visione di Marx, infatti, è proprio questo aspetto: il socialismo è superiore al capitalismo non solo per l’accento posto su una più equa distribuzione della ricchezza prodotta, ma anche e soprattutto in quanto è in grado di produrre una ricchezza sociale su scala ben più ampia. La distruzione della ricchezza sociale generata dalle ricorrenti crisi del capitalismo, come quella scoppiata nel 2008, è una conferma di tale tesi. A questo riguardo possiamo tener presente la lezione di Gramsci, il quale sostiene, con riferimento alla situazione venutasi a creare nella Russia sovietica, che l’iniziale «collettivismo della miseria, della sofferenza», dovuto alla guerra, dovrà essere superato velocemente. Il socialismo non è la distribuzione egualitaria della miseria. Prima ancora di comportare una sua più equa distribuzione, il socialismo è in primo luogo la produzione di una maggiore ricchezza sociale.

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Fig. 1 – L’urbanizzazione è uno dei fenomeni principali dell’enorme sviluppo economico cinese

Quindi possiamo dire che la Cina ha mantenuto la barra sul progetto socialista – benché ancora a uno stadio primario – anche, e soprattutto, nella misura in cui i capitalisti non possono entrare a far parte della guida politica e strategica del Paese.

Mi trovo d’accordo con la formulazione di Xi Jinping: bisogna combattere entrambe le forme di «nichilismo storico», quello che prende di mira Mao e quello che prende di mira Deng. Sarebbe assurdo liquidare il periodo di Mao, protagonista della liberazione nazionale e senza il quale non sarebbe stato possibile il miracolo di Deng. Se in Cina non ci fossero stati una scolarizzazione diffusa, la presenza di una classe operaia con una buona qualificazione, un avanzamento igienico-sanitario grazie al quale sono state sconfitte malattie che mietevano vittime su larghissima scala, gli ultimi decenni di sviluppo non avrebbero mai potuto concretarsi. È vero, sono emerse serie diseguaglianze, ma faccio una domanda a prima vista paradossale e provocatoria: c’è più uguaglianza oggi o nel periodo di Mao? Per rispondere correttamente a tale questione occorre tener presenti non solo i rapporti interni al grande Paese asiatico, ma anche quelli globali, vigenti a livello planetario. Non c’è dubbio che la Cina odierna stia riuscendo a colmare il ritardo rispetto ai Paesi avanzati: a livello planetario si sta riducendo nettamente la «grande divergenza» (di cui parla Kenneth Pomeranz), che per secoli ha consentito all’Occidente di godere di un netto vantaggio economico e tecnologico (e di dispiegare il suo espansionismo coloniale). Per quanto riguarda i rapporti interni alla Cina, occorre distinguere tra diseguaglianza quantitativa e diseguaglianza qualitativa. In situazioni di miseria disperata, quando il godimento di un minuscolo pezzo di pane può comportare la sopravvivenza e il mancato godimento di questo minuscolo pezzo di pane può significare la morte, in tali condizioni anche una distribuzione delle risorse fortemente egualitaria sul piano quantitativo non riesce ad eliminare l’assoluta diseguaglianza qualitativa che sussiste tra la vita e la morte. Grazie al prodigioso sviluppo economico degli ultimi decenni, la Cina odierna si è liberata dalla tragedia della morte per inedia di cui soffriva a partire dall’aggressione colonialista; ha posto fine una volta per sempre all’assoluta diseguaglianza qualitativa. Certo, sussiste la diseguaglianza quantitativa, ma qual è la sua natura? Immaginiamo due treni (regioni costiere e urbane da un lato e interne e rurali dall’altro) che, dopo essere stati a lungo fermi alla stazione «Sottosviluppo», comincino ad avanzare, a diversa velocità, verso la stazione «Sviluppo». E’ chiaro che la distanza tra i due treni che viaggiano a velocità diverse si allarga, ma bisogna tenere a mente due aspetti fondamentali: in primo luogo la direzione è la stessa – lo sviluppo – e in secondo luogo oggi certe regioni dell’interno si sviluppano a un ritmo più rapido delle regioni costiere. Inoltre, poiché è in corso un imponente processo di urbanizzazione, il treno a più alta velocità è quello che ingloba sempre più passeggeri.

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Fig. 2 – Il Professor Domenico Losurdo

Spesso, quando si parla di Cina, sfugge il fatto che la disuguaglianza non è esclusiva della Cina. Voglio dire che trattiamo con supponenza le disuguaglianze in Cina, senza avere spesso un’adeguata conoscenza della questione.

Facciamo un paragone tra Italia e Cina. In Italia la questione meridionale – il sottosviluppo economico del Mezzogiorno – non è mai stata risolta, mentre in Cina la disuguaglianza regionale è stata affrontata energicamente e con risultati importantissimi. Si pensi a cosa erano Chongqing, Chengdu e Xian ancora negli anni Novanta. Anche la silk road, la nuova via della seta per terra e per mare, è espressione di una concreta volontà di ridurre gli squilibri: questo progetto ha sia una forte valenza internazionale, sia una grande valenza interna, in quanto è funzionale a far avanzare lo sviluppo economico e tecnologico delle regioni interne.

(Continua)

Fabio Massimo Parenti

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Un chicco in più

Domenico Losurdo è professore emerito (Università di Urbino) e dottore h.c. (Università di Niteroi-Rio de Janeiro).  Tra le sue pubblicazioni, ampiamente tradotte all’estero, ricordiamo quelle più recenti:

  • La lotta di classe. Una storia politica e filosofica, Laterza, Roma-Bari, 2013;
  • La sinistra assente. Crisi, società dello spettacolo, guerra, Carocci, Roma, 2014;
  • Il revisionismo storico. Problemi e miti, nuova ed. ampliata, Laterza, Roma-Bari, 2015.

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Foto: Snuffy

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Fabio Massimo Parenti

Ho avuto la fortuna di nascere a Roma, dove vivo da quasi 40 anni. Nel corso del tempo l’amore per la mia città si è esteso ad altri luoghi e paesi, come il Vietnam e la Cina. L’impegno e la passione costante per lo studio – insieme al fondamentale sostegno della mia compagna Ferdinanda e, più recentemente, dei nostri meravigliosi figli, Priscilla e Diego – mi hanno sempre accompagnato nel percorso scientifico-professionale. Oggi Professore associato in Geografia, sono laureato in Geografia all’Università la “Sapienza”, ho acquisito i titoli di Dottore di ricerca in Geopolitica e Geoeconomia all’Università di Trieste, di cultore della materia in Geografia Politica all’Università del Molise e di Affiliate Lecturer al Marist College di New York.

Attualmente insegno The Global Political Economy, Globalization, Global Financial Markets, China’s Development e War and Media presso l’Italian International Institute “Lorenzo de ‘Medici” e tengo lezioni e seminari presso varie sedi accademiche e istituzionali. Infine, borse di studio post-laurea e progetti di ricerca nazionali hanno arricchito le mie esperienze di ricerca su tematiche di geografia economico-politica e geopolitica.

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