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Nel momento in cui lo spazio geopolitico del Medio Oriente risulta essere più che mai nel caos, a Vienna, il 14 luglio, viene siglato un accordo che, dai presupposti, cerca di ordinare o, perlomeno, arginare il caos presente, mettendo in difficoltà il Governo Netanyahu, l’alleato statunitense più importante dell’area.

L’ACCORDO – L’accordo stipulato tra Iran, NATO, Unione Europea e USA mira a una forte riduzione e al controllo del nucleare iraniano. Attraverso la certificazione della Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA), una volta che la stessa avrà determinato il rispetto degli accordi, le sanzioni comminate dagli attori interessati contro l’Iran cesseranno. In particolare, quelle relative al commercio di armi per l’Iran avranno scadenza quinquennale, mentre per quelle relative alla tecnologia balistica e ai missili il lasso di tempo sarà di otto anni. Se si arriverà alla cessazione delle sanzioni, ci sarà un riscontro anche in termini economici, in maniera particolare per il nostro Paese, da sempre partner di primo piano dello Stato sciita. L’accordo promosso dagli Stati Uniti e che ha come oggetto il nucleare iraniano fa emergere interessanti spunti di riflessione, e, in particolare, coinvolge il partner statunitense per eccellenza in Medio Oriente, Israele.

EFFICACIA DEL SOFT POWER Un dato di fatto che costituisce un elemento interessante è la vittoria della linea dettata da Obama in politica estera. Il Presidente americano ha improntato i suoi otto anni alla Casa Bianca su una diplomatica morbida che fa ampio uso del cosiddetto soft power. Per questo è stato fortemente criticato dagli oppositori interni, nonché da esponenti del suo partito, perché nel momento in cui la Primavera araba ha partorito l’inferno siriano la linea usata dal Presidente in politica estera è apparsa troppo debole, se non addirittura inefficace. Gli eventi del 14 luglio hanno invece sottolineato la consapevolezza e la determinazione di Obama nel tentativo di stabilizzare lo spazio geopolitico mediorientale, storicamente caotico per eccellenza. Questo risultato è stato reso possibile da due fattori, uno contingente e l’altro di necessità. Il primo è dato dal cambio di guardia come Presidente dal conservatore Ahmadinejad al più riformista Rouhani. Questo avvicendamento, avvenuto nel 2013, ha determinato un cambio di rotta nella politica estera iraniana, adesso meno incline a una politica radicale verso il mondo occidentale. Tale dato si sposa con quello di necessità, visto che una politica estera iraniana più morbida coincide, proprio per lo stesso Iran, con la necessità di ripensare la geopolitica del Medio Oriente, in quanto l’avanzata dei movimenti radicali sunniti diventa giocoforza un problema anche per lo spazio sciita. In politica è assai discutibile credere alla coincidenze, considerando che Rouhani è stato eletto proprio nel momento in cui in Siria si sviluppava la “bomba sunnita”. È quindi difficile credere che il cambio direzionale iraniano sia stato casuale.

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I PROBLEMI INTERNI DI NETANYAHU – Come già alcune dichiarazioni confermano, questo accordo va a inficiare, e non di poco, la tenuta del Governo israeliano guidato da Netanyahu. Il leader conservatore, che qualche tempo prima delle elezioni di marzo sembrava essere lontano dalla riconferma, è riuscito a ribaltare la situazione anche facendo leva sulla concezione di sicurezza del popolo israeliano. Il fattore sicurezza si è rilevato determinante: molti israeliani indecisi su come votare alle elezioni hanno preferito esprimersi in favore di una maggiore esperienza e, incentivati anche dalla campagna elettorale dello stesso Netanyahu, contro quello che percepivano come il loro più pericoloso nemico, ovvero l’Iran. È evidente che con questo accordo crolla la fiducia verso il Governo, che non era comunque uscito benissimo dal risultato elettorale. Evidenti i problemi interni al Likud tra Netanyahu e la frangia più estremista, in quanto le basi di fiducia stipulate nel momento del voto vengono a mancare. L’Iran non sembra essere più uno dei principali nemici degli Stati Uniti e di conseguenza, sul piano prettamente logico, non dovrebbe esserlo nemmeno di Israele. È stato curioso notare, durante la campagna elettorale, proprio l’individuazione e la sottolineatura del vecchio nemico comune (Iran) e non del nuovo (ISIS), che a oggi sarebbe potenzialmente più pericoloso per Israele.

I PROBLEMI ESTERNI DI ISRAELE – Lo status di attore fondamentale in Medio Oriente è stato attribuito a Israele in quanto solido perno sul quale le politiche occidentali, e in particolari degli Stati Uniti, facevano leva. Non è un segreto che nella regione del caos geopolitico Israele è da sempre l’attore più stabile e affidabile. In particolare, il suo importante peso politico è stato attribuito anche in ragione dell’ostilità mostrata verso Israele dal radicalismo islamico, Iran su tutti. È quindi evidente che l’accordo siglato il 14 luglio avvicina lo Stato sciita al mondo occidentale, con l’obiettivo di creare un fronte anti-ISIS, facendo di conseguenza diminuire il peso politico di Israele.
L’accordo siglato a Vienna il 14 luglio indebolisce il Governo Netanyahu più sul fronte interno che su quello esterno: la sua risicata vittoria alle ultime elezioni, infatti, è stata determinata da una presunta minaccia esterna a oggi molto affievolita – il che mette a dura prova la tenuta del Governo stesso, sostenuto da una maggioranza ballerina. L’esecutivo israeliano ha infatti visto la luce dopo circa due mesi dalle elezioni con una maggioranza di soli 61 seggi su 120, con una coalizione dal baricentro spostato verso l’estrema destra. Questo ha generato una difficoltà oggettiva nell’assegnazione dei posti ministeriali, con vari scontri, veti e barricate sui ministeri chiave, soprattutto Giustizia e Difesa, nonché il rafforzamento delle linee programmatiche conservatrici. Inoltre, l’azione delle opposizioni ha registrato una significativa vittoria, costringendo a sospendere il provvedimento del Governo che prevedeva la separazione negli autobus tra palestinesi e israeliani che si recavano nei territori occupati. Considerando anche gli sviluppi sullo Stato palestinese c’è da chiedersi quanto i partiti ultra conservatori che sostengono il governo Netanyahu saranno ancora disponibili a sopportare la mancata attuazione delle loro politiche.

Daniele Gallina

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Un chicco in più

Composizione del quarto Governo Netanyahu: la maggioranza che compone il  Governo Netanyahu è così suddivisa nel Parlamento Israeliano (Knesset):

  • Likud 30 seggi;
  • Kulanu 10 seggi;
  • Casa Ebraica (Bayit Yehudi) 8 seggi;
  • Shas (Movimenti ultraortodossi sefarditi) 7 seggi;
  • Giudaismo Unito nella Torah (movimenti ultraortodossi ashkenaziti) 6 seggi.

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Foto: hilyts

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Daniele Gallina

Classe 1986, laureato magistrale a fine 2013 in Relazioni Internazionali presso l’Università di Perugia con una tesi sulla Primavera Araba, Master alla SIOI con un lavoro finale sulla geopolitica turca, è evidentemente interessato all’area mediorentale. Ha vissuto per un periodo breve ma intenso ad Amsterdam grazie al progetto Erasmus. Attualmente Consigliere Comunale del suo Comune, appassionato di politica, viaggi e sigari cubani. E come diceva Schopenhauer “Chi non ama le donne, il vino e il canto è solo un matto, non un santo”.

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