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    Cina-Vietnam: la “guerra dei litchi”

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    Per capire quali siano alcune delle dinamiche all’indomani della crisi diplomatica tra Cina e Vietnam a causa delle dispute territoriali nel Mar cinese meridionale, raccontiamo la vicenda di una “guerra” tutta commerciale che ha come protagonista il frutto del litchi.

    LE ORIGINI –  Le dispute territoriali che coinvolgono gli Stati che rivendicano la sovranità delle isole Paracel e Spratly al largo del Mar cinese meridionale attirano da anni l’attenzione di numerosi analisti che provano a delineare i futuri scenari geopolitici che tali attriti possono provocare. Restringendo il campo di analisi tra due soli Paesi, la Cina e il Vietnam, è noto come i rapporti diplomatici tra i due Stati asiatici siano stati messi a durissima prova nel momento in cui, lo scorso anno, il primo installò una piattaforma di estrazione petrolifera (la Haiyang Shiyou 981) nello specchio d’acqua rivendicato dal secondo.
    Se nessuno degli Stati coinvolti nelle dispute territoriali nel Mar cinese meridionale ha concretamente intenzione di arrivare a una qualche guerra, per spiegare invece alcune dinamiche economiche tra il Vietnam e la Cina (che traggono alcune delle proprie origini proprio dagli incidenti del 2014) è possibile ricorrere a un altro tipo di lotta, tutta giocata sul fronte economico-commerciale, che alcuni osservatori, talvolta con molta enfasi, hanno definito la “guerra dei litchi”. La crisi diplomatica dello scorso anno, infatti, ebbe tra gli esiti un crollo delle esportazioni vietnamite dei litchi verso la Cina: ciò causò un grave danno al settore agroalimentare dello Stato del Sud-est asiatico, produttore di questo frutto tropicale, che destina circa il 60% della propria produzione proprio all’esportazione verso lo “scomodo” vicino, spingendo ulteriormente il Governo ad adottare misure per limitare la propria dipendenza dalla Cina.

    LA STRATEGIA DI DIVERSIFICAZIONE DEL VIETNAM –  Durante la stagione di raccolta dei litchi, che dura all’incirca sei settimane e che nel momento in cui si scrive è ormai agli sgoccioli, gli organi di informazione e di stampa vietnamiti hanno dato molto risalto al commercio estero di questo frutto tropicale, sottolineandone in un primo momento soprattutto i dati positivi. Bisogna tenere infatti in considerazione che da qualche tempo il Governo vietnamita ha inserito la frutta nella lista dei prodotti strategici orientati all’esportazione, dove da molto tempo figurano il caffè, il riso e prodotti ittici come i frutti di mare o il pesce gatto. Dopo dodici anni di negoziazioni, per la prima volta il Vietnam ha raggiunto l’accordo per esportare i propri litchi in Australia. Questo nuovo mercato è andato ad aggiungersi a quello degli Stati Uniti, dove l’ingresso dei litchi vietnamiti è permesso dall’inizio di quest’anno. A fine luglio, infine, è stato raggiunto l’accordo per esportare il frutto tropicale anche in Francia. Come prevedibile, la stampa vietnamita si è lanciata in previsioni ottimistiche sulla crescita delle esportazioni dei litchi e sulle prospettive che l’ingresso in nuovi mercati diversi da quello cinese potrebbero fornire; altrettanto prevedibile, al termine della stagione di raccolta, quando i conti si fanno sui dati reali, ci si è resi conto che la strada è molto più in salita di quanto non ci si aspettasse.

    lychee vietnam foto
    Fig. 1 – Donna vietnamita seleziona i litchi raccolti

    LA CONCORRENZA CINESE NEGLI USA… – A rovinare la festa degli addetti del settore agroalimentare vietnamita, che pensavano di poter riprendere in breve tempo una boccata di ossigeno con l’apertura delle esportazione dei litchi in Australia e negli Stati Uniti, è stata (neanche a dirlo) di nuovo la Cina. La questione è semplice: sebbene il Vietnam abbia conquistato questi nuovi mercati, la capacità di penetrazione al loro interno è molto difficile a causa della concorrenza. Per quanto riguarda gli Stati Uniti, la concorrenza è determinata dai litchi prodotti in Messico e nella statunitense Florida ma, sul fronte dei prezzi, il reale competitor vietnamita è rappresentato dai litchi cinesi. Il Vietnam trasporta i litchi negli Stati Uniti per via aerea perché l’industria agroalimentare del Sud-est asiatico non ha ancora sviluppato metodi di conservazione abbastanza efficienti da poter permettere un trasporto più lento ma al contempo più economico. I litchi vietnamiti, come tutti gli altri, una volta arrivati negli Stati Uniti vengono sottoposti a ulteriori processi di selezione in conformità con gli standard di qualità del Paese: sembrerebbe che, in questa fase, la metà dei frutti venga eliminata. L’iter di esportazione dei litchi vietnamiti verso gli Stati Uniti fa sì che il prezzo passi dagli ottanta centesimi di dollaro al chilo pagato dagli esportatori vietnamiti agli otto dollari al chilo per il consumatore finale americano. Un prezzo, questo, di gran lunga più alto rispetto a quello dei litchi cinesi, che negli Stati Uniti vengono venduti a due dollari e mezzo al chilo. La differenza tra i prezzi al consumatore sarebbe quasi tutta determinata dalle differenti tecniche di conservazione dei litchi, molto più avanzate da parte cinese, che consente anche un trasporto più economico operato via nave.

    …E IN AUSTRALIA – A fine maggio, all’inizio della stagione di raccolta dai litchi in Vietnam e a ridosso dell’arrivo del primo carico di litchi vietnamiti in Australia, il vicedirettore del Dipartimento della protezione delle piante afferente al Ministero dell’agricoltura e dello sviluppo rurale, Hoang Trung, aveva tenuto a precisare pubblicamente che la sfida più grande per introdurre i litchi vietnamiti nello Stato del continente oceanico era stata quella di superare le rigide e complicate misure di quarantena cui viene sottoposta la frutta proveniente dall’estero. Evidentemente Hoang Trung non aveva calcolato che gli esportatori di litchi vietnamiti, una volta varcato il suolo australiano, avrebbero trovato una ferrea (e soprattutto organizzata) concorrenza ancora una volta da parte cinese. In fondo, le problematiche sono le stesse riscontrate negli Stati Uniti: conservazione del prodotto, costo del trasporto aereo, selezione secondo standard di qualità. Se c’è un aspetto che i mezzi di informazione e stampa cominciano a far emergere per giustificare i risultati positivi ma non propriamente brillanti di questo primo anno di esportazioni di litchi verso l’Australia (ma è verosimile che la cosa valga anche per gli Stati Uniti), è quello che gli esportatori vietnamiti si sono ritrovati a dover partire da zero, vendendo i loro litchi solo in due città (Sydney e Melbourne) in piccoli supermercati o nelle bancarelle di frutta e verdura gestiti da persone della comunità asiatica. Le grandi società australiane di distribuzione al dettaglio, invece, sarebbero rimaste per il momento alla finestra ad aspettare e a valutare l’interesse e la risposta dei consumatori locali. Una situazione, questa, di gran lunga diversa da quella che oggi vivono gli esportatori cinesi, che per i loro litchi hanno da tempo creato un sistema di diffusione e di distribuzione più invasivo e capillare.

    asian fruit stall australia foto
    Fig.2 – Bancarelle di frutta e verdura in Australia gestite da asiatici.

    OLTRE AL DANNO – Qual è stato il risultato complessivo di questa prima annata di esportazioni di litchi vietnamiti nei nuovi mercati? Stando ai dati riportati dalle fonti di informazione e di stampa vietnamite, il volume dei litchi esportati in Australia e negli Stati Uniti avrebbe raggiunto complessivamente appena le trentacinque tonnellate. A far impallidire ulteriormente questo dato è la mole di litchi vietnamiti esportati in Cina, pari a quarantamila tonnellate: un dato, questo, che non si avvicina ai livelli di esportazione precedenti alla crisi diplomatica del 2014, ma che è comunque superiore di circa il cinquanta percento rispetto ai livelli minimi registrati proprio lo scorso anno. Come se non bastasse, c’è un altro aspetto di questa “guerra” dei litchi tra Vietnam e Cina che merita di essere approfondita. Non solo il Vietnam sta provando a limitare la propria dipendenza commerciale dalla Cina aprendosi nuovi mercati per i suoi litchi – per poi ritrovare in questi la stessa Cina a farle una agguerrita concorrenza a tal punto da tagliarlo fuori-, ma una quota dei litchi cinesi venduti in Australia o negli Stati Uniti a prezzi bassissimi non sono altro che litchi vietnamiti importati in Cina e successivamente riesportati. La ragione di ciò sarebbe piuttosto semplice: i commercianti cinesi comprano dai produttori vietnamiti litchi in grandi stock, così da poter abbassare il prezzo a circa diecimila dong vietnamiti al chilo (al cambio attuale, corrispondono a poco più di quaranta centesimi di dollaro) mentre i commercianti vietnamiti, non potendo comprare stock di litchi grandi come quelli che acquistano i cinesi, finiscono per pagare anche tra il cinquanta e il cento per cento in più per ogni chilo di litchi. A quel punto, i commercianti cinesi, per massimizzare il profitto, una volta importati i litchi vietnamiti, ne selezionano circa il trenta per cento dalla qualità migliore e lo riesportano in Australia e negli Stati Uniti dove, come mostrato, attraverso un risparmio sui costi di trasporto e grazie ad avanzate tecniche di conservazione, riescono a vendere i “loro” litchi ad un prezzo che è comunque molto inferiore rispetto a quelli provenienti direttamente dal Vietnam. Per il settore agroalimentare vietnamita si tratta del proverbiale cane che si morde la coda.

    Erasmo Indolino

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    Un chicco in più

    Nonostante le intenzioni del Governo vietnamita di svincolarsi dalla dipendenza commerciale dalla Cina, i dati statistici mostrano che questo obiettivo è stato finora disatteso. Anzi, stando ai dati più recenti, il deficit nella bilancia commerciale tra i due vicini asiatici pende sempre di più dalla parte vietnamita, confermando quindi una tendenza di lunga data. [/box]

    Foto: rahulaa

    Foto: mfm2010

    Foto: azizkadhi

    Erasmo Indolino

    Ha conseguito una Laurea specialistica in Relazioni e Istituzioni dell’Asia e dell’Africa presso l’Università degli Studi di Napoli L’Orientale con una tesi in International Political Economy riguardante “L’evoluzione delle politiche industriali nella provincia cinese del Guangdong”, affrontando il dibattito sulla middle-income trap e soffermandosi sulle dinamiche di delocalizzazione delle imprese dalla Cina meridionale al Sud-est asiatico.
    Ha studiato alla Shanghai International Studies University e ha svolto attività di studio presso la Hanoi University. Segue con passione le economie emergenti che si inseriscono nella divisione regionale del lavoro in Asia Orientale.

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    3 Commenti

    1. e_indolino Andrea Torti Grazie mille per la risposta: sicuramente si tratta di fenomeni (per il momento) marginali; in ogni caso trovo che la Cina dovrebbe fare di più per mitigare la sensazione – più o meno intensa – di “minaccia” avvertita dai Paesi vicini, che potrebbe portare, sul lungo periodo, ad un loro maggiore avvicinamento a “competitors” quali U.S.A., India o Giappone.
      Buona serata!

    2. Andrea Torti Ciao Andrea, ti rispondo innanzitutto per ringraziarti del tuo contributo. Questo articolo racconta una vicenda sicuramente minore, che tale va considerata senza troppo inseguire toni enfatici che talvolta puoi trovare su internet su questo stesso tema. Quanto all’opinione che esprimi in merito ad una eventuale altra causa di attrito tra Cina e Vietnam, mi permetto di avanzare qualche dubbio e provo a spiegartelo sinteticamente. È un dato di fatto che i salari di alcune province della Cina meridionale siano mediamente più alti di quelli vietnamiti, così come è un dato di fatto che ci solo alcune imprese (estere, ma anche cinesi) che spostano la propria produzione (o, spesso, le fasi a minor valore aggiunto di essa) verso paesi del sud-est asiatico come quelli che tu citi. Tuttavia, sembra più plausibile che una motivazione più forte possa essere rappresentata dalla possibilità di limitare il trasferimento di conoscenze che in Cina è quasi forzato. Ciononostante, dalla mia esperienza posso dirti che – almeno per il momento – la Cina resta ancora la località preferita per produzioni ad alta intensità di lavoro grazie ad un business enviroment di gran lunga superiore (in termini, ad esempio, di infrastrutture o di servizi alle imprese – oltre che politiche industriali coordinate ed efficienti) rispetto a Vietnam o Cambogia, per cui parlare di “fuga” sembrerebbe al momento ampiamente prematuro.

    3. Tra l’altro, un ulteriore motivo di attrito tra Cina e Vietnam potrebbe essere il fatto che molte multinazionali stiano iniziando a trovare i costi di produzione nella prima Nazione più elevati che nel secondo Paese, con una sorta di loro “fuga” verso il Vietnam, la Cambogia… le nuove “fabbriche del mondo”.

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