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L’assassinio dell’ambasciatore USA in Libia Christopher Stevens ha riportato alla luce l’evoluzione della situazione in Libia dopo la caduta di Gheddafi. Sembra facile farsi trasportare dallo sconforto e dalle opinioni sfavorevoli di fronte agli ultimi eventi, tuttavia la situazione locale ha più di una sfaccettatura, e non tutte sono negative. Andiamo ad analizzare la situazione con cinque domande dirette, e cinque risposte   Chi guida oggi la Libia? Le elezioni si sono svolte da poco e tutti temevano l’emergere dei partiti islamici più intransigenti. E’ così?   La Libia si è proposta come un’eccezione nel panorama dei paesi usciti dalle rivolte della “Primavera Araba”. Le prime elezioni libere dalla caduta di Gheddafi hanno infatti visto la vittoria di una coalizione di liberali, laici e islamici moderati che ha ottenuto 39 seggi su 80 disponibili nel nuovo parlamento, mentre i rivali più accreditati, combinazione della Fratellanza Mussulmana locale e del partito islamico “Giustizia e ricostruzione”, ne hanno conquistati solo 17. Bisogna stare attenti però a questi dati. Solo ottanta seggi erano a disposizione tramite elezione a meccanismo proporzionale, mentre altri 120 sono stati eletti direttamente e sono indipendenti, ovvero non hanno indicato alcuna affiliazione. Non è chiaro a chi possano dare il proprio supporto. Sicuramente l’elezione di Mustafa Abushagur, un moderato educato negli USA, a Presidente il 12 settembre scorso sembra aver consolidato il nuovo corso, per quanto il candidato finora preferito dall’Occidente, Mahmoud Jibril, sia risultato sconfitto (di soli due voti).   Ma allora perché questa violenza di matrice islamica estremista? Il paese non è pacificato?   La guerra civile è finita e le elezioni si sono svolte generalmente pacificamente, ma il numero di milizie ancora attive sul territorio è molto alto. Dopo la morte di Gheddafi molti gruppi si sono rifiutati di consegnare le armi, costituendo veri e propri mini-eserciti indipendenti, spesso proteggendo singole città e procedendo a vendette incrociate. Il governo si è finora dimostrato incapace di controllare queste milizie che occasionalmente hanno aperto il fuoco per mantenere il controllo su alcune zone chiave che il governo voleva riportare sotto il proprio controllo. L’autorità sui gruppi più estremisti rimane molto dubbia – se non nulla – cosa che rende la Libia un paese tutt’altro che pacificato, nonostante i progressi. Alcuni gruppi legati ad Al Qaeda in particolare possono trovare In questa ottica un rifugio e una “mimetizzazione” che permette loro di organizzarsi e operare con poco disturbo; finora infatti il governo centrale non ha potuto – o voluto – iniziare una seria campagna per riprendere il controllo del territorio   Questo cosa centra con il film che tratta in maniera dissacrante l’Islam e Maometto? Questa viene definita dai media come la causa scatenante dell’attacco alle ambasciate USA, in Libia e altrove.   Per quanto riguarda gli attacchi contro l’ambasciata USA, la causa scatenante è stata in effetti assegnata alla messa in visione di un film che tratta in maniera dissacrante l’Islam e Maometto, tuttavia essa appare insufficiente e, molto probabilmente, solo un pretesto. L’attacco all’ambasciata è stato eseguito in maniera organizzata (apparentemente non spontanea) da un centinaio (o più) di miliziani armati con mitra e lanciarazzi e avviene dopo che altri bersagli simili erano stati colpiti nelle settimane precedenti (due moschee sciite, gli uffici della Mezzaluna Rossa e dell’ONU, il convoglio dell’ambasciatore britannico) senza il pretesto del film. L’indubbio carattere offensivo di quest’ultimo ha sicuramente contribuito a inasprire gli animi e a nascondere l’atto dietro la pretesa di semplice vendetta. L’attacco appare invece come la continuazione della strategia di tensione di alcuni gruppi estremisti ben organizzati.
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  La colpa è dunque di Al Qaeda?   Esistono alcuni elementi che portano a pensare che i colpevoli appartengano a un gruppo affiliato ad Al Qaeda; infiltrazioni salafite sono riportate da tutte le agenzie di intelligence fin dai giorni della guerra civile e lo stesso Ambasciatore Stevens aveva richiamato l’attenzione contro tale problema. Inoltre l’attacco è stato eseguito l’11 settembre e Al Qaeda cerca da anni di ripetere un attacco ad alta visibilità in occasione dell’anniversario dell’attacco al World Trade Center: quest’anno potrebbe avercela fatta, eliminando uno dei maggiori fautori dell’amicizia tra gli USA e il nuovo governo libico, un risultato dunque non solo simbolico. Allo stesso tempo però non bisogna ignorare la possibilità che altri gruppi estremisti, frustrati dalla sconfitta politica alle elezioni, abbiano deciso di “rubare la scena” alla nomina del nuovo presidente e siano intenzionati a mantenere visibilità proseguendo la lotta violenta ora che la via istituzionale appare compromessa – almeno per il breve periodo.   Dunque il paese scenderà nuovamente nel caos? Magari a causa anche della risposta USA, che hanno inviato navi e marines in risposta all’attacco?   Il Presidente USA Barack Obama è in periodo elettorale e non può permettersi di apparire debole – tasto sul quale il suo sfidante Mitt Romney sta già premendo – pertanto l’invio di navi e marines risponde sia alla necessità di maggiore sicurezza del personale diplomatico sia alla necessità di “fare qualcosa” in ottica di voto USA. Difficile che gli USA inizino a bombardare le basi salafite o sbarchino in forze, a meno di accordi preventivi col nuovo governo libico. Non bisogna però vedere la situazione globale del paese come compromessa, perché molti indicatori sono in realtà positivi: come detto, le elezioni hanno per ora mostrato una maggioranza che rifiuta l’estremismo e che è aperta ai contatti con l’Occidente. I salafiti, per quanto presenti in molte aree, costituiscono ancora solo una piccola parte dei combattenti sul territorio e i loro modi brutali sono spesso fonte di attrito con altri gruppi locali, cosa che potrebbe far perdere loro popolarità. La produzione di petrolio sta progressivamente ritornando ai livelli pre-conflitto e questo fornirà i fondi sia per finanziare il nuovo esecutivo sia per acquietare quelle tribù che su tali ricavi basavano la propria esistenza. Infine, proprio gli attentati potrebbero finalmente dare l’impulso per un’opera di “pulizia”del paese dalle milizie ostili, finanziata e coordinata dall’Occidente e, magari, proprio dagli USA.   Lorenzo Nannetti redazione@ilcaffegeopolitico.net
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Lorenzo Nannetti

Nato a Bologna nel 1979, appassionato di storia militare e wargames fin da bambino, scrivo di Medio Oriente, Migrazioni, NATO, Affari Militari e Sicurezza Energetica per il Caffè Geopolitico, dove sono Senior Analyst e Responsabile Scientifico, cercando di spiegare che non si tratta solo di giocare con i soldatini. E dire che mi interesso pure di risoluzione dei conflitti… Per questo ho collaborato per oltre 6 anni con Wikistrat, network di analisti internazionali impegnato a svolgere simulazioni di geopolitica e relazioni internazionali per governi esteri, nella speranza prima o poi imparino a gestire meglio quello che succede nel mondo. Ora lo faccio anche col Caffè dove, oltre ai miei articoli, curo attività di formazione, conferenze e workshop su questi stessi temi.

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