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Il settore spaziale italiano vive un momento di incertezza economica e politica. L’ultimo appuntamento della stagione con la rubrica spaziale ne analizza lo stato e il prossimo futuro

UNA GRANDE TRADIZIONE – La ricerca spaziale italiana ha radici antiche, con una particolare enfasi sulla missilistica grazie al lavoro delle Università e dell’Aeronautica Militare. Tutto ciò portò il nostro Paese ad essere il quarto nella storia a lanciare un proprio satellite in orbita terrestre dopo l’Unione Sovietica, gli Stati Uniti e il Canada. Il satellite era il San Marco-1 e il lancio avvenne dalla base spaziale della NASA di Wallops Island in Virginia tramite un vettore leggero Scout nel dicembre 1964. Da allora l’Italia ha avuto un ruolo da protagonista nel campo dei satelliti e dei razzi, diventando membro fondatore delle agenzie europee ESRO (European Space Research Organization – Organizzazione europea per la ricerca spaziale) e dell’ELDO (European Launcher Development Organization – Organizzazione europea per lo sviluppo dei lanciatori) dalle quali nacque poi l’ESA (European Space Agency – Agenzia spaziale europea). Inoltre, il nostro Paese, sin dal progetto San Marco, ha avuto rapporti bilaterali speciali con la NASA (e perciò con gli Stati Uniti), che hanno dato origine a diverse importanti collaborazioni scientifico-tecnologiche. Due esempi sono stati i test del prototipo del satellite a filo sullo Space Shuttle avvenuti nel 1992 e nel 1996 e che portarono in orbita tre astronauti italiani: Franco Malerba sullo Space Shuttle Atlantis nel 1992 e Maurizio Cheli e Umberto Guidoni sullo Space Shuttle Columbia nel 1996.

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Fig. 1 – Il modulo Cupola sulla ISS

RECENTI SUCCESSI – Gli anni Duemila sono stati ricchi di successi per il settore spaziale made in Italy. Il più visibile di tutti è il contributo alla costruzione della Stazione spaziale internazionale (International Space Station – ISS): grazie alla partnership con la NASA, l’industria aerospaziale del nostro Paese ha potuto costruire tre moduli per gli Stati Uniti (Harmony, Tranquillity e la Cupola) e i moduli logistici di rifornimento che volavano con lo Space Shuttle dei quali uno è ora permanentemente agganciato alla stazione (il Leonardo). A livello satellitare, la costellazione COSMO-SkyMed per l’osservazione della Terra tramite il radar ad apertura sintetica (Synthetic Aperture Radar – SAR) è apprezzata (e invidiata) a livello europeo e mondiale. L’esperienza acquisita grazie a questo programma ha permesso all’Italia di partecipare attivamente alla costruzione dei satelliti della serie Sentinel del programma Copernicus gestito dall’Unione Europea. Probabilmente il più grande successo italiano degli ultimi anni è il vettore Vega. Il razzo per carichi leggeri, che si è aggiunto all’Ariane-5 nella famiglia di lanciatori europei, ha compiuto 5 missioni tutte coronate dal successo. Di queste, la più importante è la seconda, in quanto il software di guida navigazione e controllo (Guidance Navigation and Control – GNC) era costruito in Italia in sostituzione di quello francese usato nel primo volo e del quale Parigi rifiutò di fornire i codici per la replica. A livello di voli umani, astronauti italiani hanno più volte raggiunto l’orbita terrestre: Roberto Vittori ha volato due volte con la Soyuz russa (primo non russo ad essere abilitato come pilota) e una con lo Space Shuttle Endeavour; Paolo Nespoli era parte dell’equipaggio dello Space Shuttle Discovery che ha portato sulla ISS il modulo Harmony ed è poi tornato sulla stazione come membro della Expedition-26/27; Luca Parmitano (che il Caffè ha intervistato) ha fatto parte della Expedition- 36/37 ed è stato il primo italiano a compiere le cosiddette “passeggiate spaziali” o, in gergo tecnico, EVA (Extra-Vehicular Activity – attività extra-veicolare); infine è da più di un mese rientrata Samantha Cristoforetti, che ha fatto parte della Expedition-42/43 e ha stabilito il record femminile di permanenza in orbita per una singola missione.

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Fig. 2 – Luca Parmitano al rientro dalla sua missione sulla ISS

UN FUTURO INCERTO – Un passato di successi dovrebbe far sperare in un futuro migliore, anche se, al momento, non è così per il settore spaziale italiano. Il budget istituzionale (pubblico) dedicato va contraendosi di anno in anno e l’Italia si avvicina a perdere il terzo posto tra i contributori dell’ESA. Il progetto COSMO-SkyMed Seconda Generazione, fondamentale a livello strategico e per mantenere e migliorare la capacità italiana nel costruire sistemi SAR, ha rischiato fino all’ultimo minuto di essere cancellato. Il nuovo assetto del settore lanciatori europeo vede sì confermato l’impegno a sviluppare la versione potenziata del Vega, il cosiddetto Vega-C (con la previsione della decisione sul finanziamento del Vega-E nel 2016), ma la configurazione dell’Ariane-6 riduce la partecipazione del nostro Paese, con il rischio di una totale esclusione nel caso dell’apertura di una filiera di produzione dei boosters a propellente solido in Germania (possibile per il 2025). Il futuro non è tuttavia così cupo. All’orizzonte si vedono due missioni europee a guida italiana: il programma Exomars per l’atterraggio di un rover sul pianeta rosso, in collaborazione con la Russia, e la sonda Bepi-Colombo, in collaborazione con la JAXA (Agenzia spaziale giapponese), che verrà lanciata verso Mercurio non prima del 2017. Inoltre, entro quest’anno, verranno annunciati i nomi dei due astronauti italiani che torneranno sulla ISS, il primo nel 2017 con la Expedition-52/53 e l’altro entro il 2020. I voli sono un ulteriore frutto della collaborazione bilaterale – di cui si accennava in precedenza – tra NASA e ASI (Agenzia Spaziale Italiana) riguardo ai moduli della stazione spaziale. Il futuro spaziale italiano dipende solamente dall’Italia: per mantenere il livello raggiunto dagli anni Sessanta in poi sono necessari opportuni finanziamenti, e, soprattutto, volontà politica. Se ci sarà la seconda, i primi non mancheranno certamente.

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Fig. 3 – Samantha Cristoforetti durante l’addestramento per la sua missione

Emiliano Battisti

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Un chicco in più

Satellite a filo – Il progetto italiano per un satellite a filo fu ideato da Mario Grossi e da Giuseppe Colombo. Si realizzò tramite la collaborazione ASI-NASA. I propositi scientifici di questo progetto erano quelli di studiare alcune questioni concernenti, tra l’altro, la gravità e la produzione di elettricità sfruttando il campo magnetico terrestre. Entrambe le missioni dimostrarono la funzionalità del sistema, anche se a causa di inconvenienti tecnici (nella seconda missione il satellite andò perso) non si riuscì a svolgere tutti gli esperimenti previsti.

Boosters – Sono razzi a propellente solido, di solito agganciati al fianco del primo stadio di un razzo (o del serbatoio esterno nel caso dello Space Shuttle) per fornire una spinta ulteriore nella prima fase del volo. Essendo a propellente solido, una volta accesi non possono essere più spenti fino all’esaurimento, dopodiché vengono sganciati. [/box]

Foto: europeanspaceagency

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Emiliano Battisti

Sono nato a Roma nel 1986 e ho conseguito la laurea triennale in Scienze Politiche e quella specialistica in Relazioni Internazionali presso la LUISS Guido Carli. Dopo due esperienze in Ambasciate come stagista (presso quella italiana a Washington e presso quella statunitense a Roma) ho collaborato con l’Istituto Affari Internazionali a Roma e con il Centro Militare di Studi Strategici. Ho un Master in Istituzioni e Politiche Spaziali e uno in Giornalismo e Giornalismo Radiotelevisivo. Scrivo per Il Caffè Geopolitico dal settembre 2013 iniziando con Miscela Strategica dove mi sono occupato (e mi occupo) di spazio, difesa antimissile e velivoli militari. Inoltre, analizzo i teatri di crisi internazionale. Attualmente sono responsabile dell’Ufficio Stampa, del coordinamento dei Social Media e del desk Nord America oltre ad aver creato il desk spaziale AstroCaffè.

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