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Qualsiasi progresso sociale per il conseguimento di maggiore equità, giustizia e pacificazione delle relazioni tra Paesi richiede un faticoso e graduale processo di apprendimento. Inaugurando questo nuovo speciale sulla Cina abbiamo voluto, con il primo contributo del 13 luglio, aprire a uno sforzo interpretativo non giornalistico-fattuale, ma  scientifico-divulgativo. Così abbiamo posto al centro della nostra analisi la problematizzazione dell’attuale “modello cinese”, cercando di trattare questioni teoriche e politiche di ampia portata. In questo secondo articolo cominciamo ad approfondire alcuni fatti, ma sempre nel solco dell’approccio proposto. Presentiamo brevemente le influenze storiche tra Cina e Occidente, il disconoscimento opinionistico-mediatico ‒ e quindi anche politico ‒ in merito ad alcuni progressi oggettivi della Repubblica Popolare, per poi concludere ancora una volta con considerazioni più generali sul modello cinese, in relazione all’emergere di nuove aperture e di nuovi riconoscimenti.

LE INFLUENZE RECIPROCHE TRA CIVILTÀ CINESE E OCCIDENTE NELLA STORIA – Fin dalle elementari abbiamo appreso della longevità della civiltà cinese e della sua centralità nella storia del mondo, per il contributo originale dato alla storia del pensiero e dell’avanzamento tecnico-scientifico. Com’è noto, le tecnologie sviluppate e ampiamente utilizzate in Cina già nell’antichità e nel Medioevo (come l’orologio, la bussola, la carta e la stampa, ma anche la polvere da sparo, il carbon coke, la pala di mulino rotante e molte altre ancora) rimasero a lungo sconosciute nel resto del mondo. L’Europa riuscì a farle proprie, a volte, dopo alcuni secoli, tramite esplorazioni, commerci e scambi politico-culturali di varia natura, e a sfruttarle nei più recenti progetti egemonici. Peraltro, proprio grazie a questa ricchezza storica, noi occidentali abbiamo assimilato e adattato nel tempo anche vari elementi della cultura cinese: si pensi ad esempio che verso la fine del XVIII secolo i britannici e i prussiani adottarono il sistema del mandarinato cinese come modello di riferimento per costituire una pubblica amministrazione meritocratica, selezionata cioè tramite competizioni pubbliche. È pur vero, tuttavia, che i rapporti tra Occidente e Cina hanno conosciuto un’inversione di tendenza tra il XIX e il XX secolo – periodo in cui la Cina è stata sottoposta a una condizione di semi-coloniale dipendenza dagli imperi europei, ma anche dagli Stati Uniti, dalla Russia e dal Giappone, per mezzo di distruzioni e violenze che hanno contemplato tra le altre cose la “tratta dei gialli”.

La Cina del presente è in parte erede della tradizione socialista europea, applica diffusamente elementi di diritto romano, ha aperto a modalità consumistiche tipicamente occidentali, benché abbia sempre declinato e continui a declinare a modo proprio tali influenze. Secondo Jullien «l’adozione dei cinesi di modi di fare e pensare tutti occidentali non deve farci dimenticare che, pur utilizzando appieno le risorse che la nostra dialettica offre loro, conservano la possibilità di ritornare anche su ciò che hanno tessuto da millenni. In questo modo hanno ormai il considerevole vantaggio […] di poter incrociare queste risorse».

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Fig. 1 – Una riunione plenaria dei vertici del Partito Comunista cinese

LA CINA DISCONOSCIUTA E LA MANIPOLAZIONE MEDIATICA – Oggi non è sufficiente ricordare che Voltaire, Leibniz e illuministi meno noti provassero una particolare ammirazione per la storia, l’organizzazione socio-politico-culturale e la laicità della Cina. Oppure che Goethe notò come la Cina conoscesse già una fiorente letteratura «quando i nostri antenati vivevano ancora nei boschi». Per dotarsi di uno sguardo più equilibrato nei confronti della Cina non basta neanche sottolineare l’unicità e la straordinarietà del suo sviluppo socioeconomico più recente, che, sottolinea Losurdo, «in un breve periodo di tempo ha assicurato il diritto alla vita a centinaia di milioni di uomini – nonostante gli aspetti discussi della politica del figlio unico –  precedentemente condannati alla fame e alla morte per inedia», realizzando la più significativa crescita dei salari medi annui (urbani e rurali) e la più grande generazione di ricchezza della storia dell’umanità. Queste considerazioni sono quindi necessarie soprattutto alla luce delle critiche che spesso dalla prospettiva occidentale vengono rivolte alle qualità della cultura cinese – nonché alla sua complessità politico-sociale –, in molti casi spiegate da una retorica politica e mediatica pregiudiziale e distorta. La Cina viene infatti dipinta spesso con toni sprezzanti come il Paese simbolo dei peggiori primati mondiali e né l’eredità storica, né le evidenze sui risultati conseguiti dalla Cina contemporanea sembrano in grado di scalfire una diffusa presunzione di superiorità della civiltà occidentale rispetto al resto del mondo.

Se prendiamo in considerazione le indagini condotte dal centro statunitense Pew Research (2010, 2012), si evince che il grado di soddisfazione del popolo cinese rispetto alle competenze e ai risultati raggiunti dai loro governanti è di gran lunga superiore ai valori registrati in Paesi come Germania, Regno Unito, Stati Uniti, Francia e Giappone. «Circa nove cinesi su dieci (92%) dicono che il loro tenore di vita è migliore di quello dei loro genitori e il 39% sostiene che è di gran lunga migliore. […] Dei 21 Paesi indagati, solo i brasiliani sono titolari di una valutazione estremamente positiva del loro progresso economico» (Pew Research). È possibile che alcuni lettori si stupiscano leggendo questi dati: soprattutto se abituati ad adottare una prospettiva autoreferenziale, che impedisce di prendere sul serio sia i progressi più recenti della società cinese, sia le analisi critiche, puntuali e ben documentate, sul declino delle nostre democrazie. In particolare, secondo Todorov i regimi politici “democratici” sono malati dei propri eccessi, «la libertà diviene tirannide, il popolo si trasforma in massa manipolabile, il desiderio di promuovere il progresso muta in spirito di crociata». Egli afferma anche che «l’economia, lo stato e il diritto non sono più dei mezzi in vista dello sviluppo di tutti e ormai partecipano a un processo di disumanizzazione. In alcune occasioni questo processo sembra irreversibile». Proprio oggi che i britannici acquistano treni ad alta velocità progettati e realizzati da compagnie cinesi, alcune delle maggiori compagnie di telecomunicazioni sono colossi cinesi (Huawei, Wampoa, ZTE, Lenovo), i più rapidi sviluppi nell’uso e sperimentazione di “materiali e tecnologie verdi” avvengono in Cina, il sistema di welfare-state della Repubblica Popolare sta registrando avanzamenti molto significativi e, solo per fornire un altro esempio, i sindacati di partito e quelli indipendenti sono riconosciuti in aziende come Wal-Mart – in cui i diritti sindacali sono meno tutelati negli Usa; nonostante tutti questi elementi sembra che una componente rilevante dell’opinione pubblica occidentale sia incapace di superare i propri pregiudizi e stereotipi.

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Fig. 2 – Lenovo, azienda cinese divenuta leader nel settore dell’informatica

QUALCOSA STA CAMBIANDO – Se ciò che è stato scritto fin qui è ampiamente documentato, è pur vero che qualcosa sta cambiando nella visione occidentale della Cina. Ciò emerge chiaramente dalle considerazioni di Wang Yiwei, ricercatore al Centro di Studi Teorici del Socialismo con Caratteristiche Cinesi del Ministero dell’Istruzione. Riportiamo di seguito degli estratti di un intervento pubblicato recentemente nella rivista Qiushi – la rivista teorica del partito – che ci consente di ritornare sul dibattito relativo al “modello cinese” (da una prospettiva propriamente cinese), ovvero sull’individuazione di un sistema nazionale sempre più riconoscibile, a livello macro-regionale e globale, proprio per la sua diversità ed alterità rispetto alle civiltà occidentali.

«Per anni, ci sono state persone in Cina e all’estero, che hanno evitato ed eluso il modello cinese, e negato la sua esistenza. Tuttavia, qualcosa sta cambiando. Mentre la Cina diventa sempre più fiduciosa sul proprio percorso […] il modello cinese è diventato sempre più percepibile e più distinto». Sul piano dello sviluppo economico Yiwei afferma che «alla luce della impetuosa crescita e della risposta efficace alla gestione degli effetti della crisi del 2008, il modello cinese può essere descritto in termini di cinque macro relazioni»: tra la mano visibile del Governo e la mano invisibile del mercato; tra efficienza ed equità; tra riforma e apertura; tra rapido sviluppo e sostenibilità e, infine, tra obiettivi di breve e lungo termine e tra obiettivi parziali e complessivi. Per “breve” in questo caso ci si riferisce ai piani quinquennali che sono inseriti in strategie più ampie e lunghe. In merito alla terza macro relazione, Yiwei asserisce che «le riforme sono utilizzate come mezzo per promuovere l’apertura, e viceversa. Mentre la Cina si apre al mondo esterno, incoraggiamo il mondo ad aprirsi alla Cina; e mentre realizziamo le riforme in Cina, speriamo di stimolare la riforma del sistema internazionale […] Negli ultimi anni, un certo numero di persone di mente aperta in Occidente, mettendo da parte i pregiudizi ideologici nei confronti della Cina, ha iniziato a vedere il modello di governance della Cina sotto una luce più oggettiva, riconoscendone l’efficacia […]».

In merito invece al concetto di civilization state, Yiwei ricorda quale sia l’approccio di fondo del nuovo espansionismo cinese, sottolineando peraltro l’emergere di nuovi riconoscimenti: «la civiltà cinese non cerca di superare la civiltà occidentale. Piuttosto, il suo obiettivo è il rinnovo della civiltà umana. In questo senso, il modello cinese trascende non solo il Sino-centrismo, ma anche l’Occidente-centrismo. Dopo lo scoppio della crisi finanziaria internazionale, il modello cinese, ancora una volta è diventato un argomento di grande interesse globale. Politici, studiosi e giornalisti in Occidente hanno cominciato a prendere il modello cinese sul serio, chiedendosi perché solo la Cina se l’era cavata bene in mezzo alla crisi. Helmut Schmidt, ex cancelliere tedesco, ha detto che il continuo successo della Cina non sta esclusivamente nel risolvere i problemi della Cina, ma nel fornire anche l’ispirazione all’Occidente su come potrebbe fuggire dalla sua difficile situazione. Il modello cinese rappresenta un allontanamento significativo dal centralismo dell’Occidente, che ha dominato il mondo negli ultimi cinque secoli. […] Nel 2013 Shimon Peres, allora presidente di Israele, ha affermato che la Cina ha creato un modello che ha portato il Paese dalla povertà all’indipendenza e ancora alla prosperità, rendendo in tal modo il sogno cinese una realtà […]. Nel bel mezzo del recente scetticismo sulle prospettive del gruppo BRICS, il modello cinese ha assunto inaspettatamente la responsabilità di legittimare i modelli di sviluppo dei Paesi emergenti. Un certo numero di persone lungimiranti in Occidente hanno già iniziato a ripensare i loro modelli di sviluppo, e hanno iniziato a riporre le loro speranze sulla Cina». Sempre secondo Yiwei, la Cina non avrebbe «alcuna intenzione di esportare il proprio modello di sviluppo in altri paesi. Tuttavia, si deve riconoscere che, mentre il modello cinese apre la strada per il successo della Cina, esso sta anche esercitando un’influenza sempre più grande sulla governance regionale e globale».

Fabio Massimo Parenti

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Un chicco in più

Per ulteriori approfondimenti, si vedano i seguenti riferimenti bibliografici:

  • Jacques, M. 2012. When China Rules the World. London: Penguin.
  • Julien, F. 2006. “La Cina nel riflesso dell’Occidente”. Le Monde Diplomatique-il manifesto ottobre: 18-19.
  • Lee, A. 2012. What the U.S. Can Learn from China. San Francisco: Berrett-Koehler.
  • Losurdo, D. 2012. Fuga dalla storia? La rivoluzione russa e la rivoluzione cinese oggi. Napoli: La Scuola di Pitagora.
  • Mazzei, F. e Volpi, V. 2006. Asia al centro. Milano: UBE.
  • Parenti, F.M. (a cura di). 2004. Gli spazi della globalizzazione. Reggio Emilia: Diabasis.
  • Parenti, M. 2011. Democracy for the Few. Boston: Wadsworth Pub Co.
  • Peet, R. 2007. Geography of Power. London: Zed Book.
  • Pew Research Center. 2010. Global Attitude Survey 2010.—. 2012. Global Attitude Survey 2012.
  • Stiglitz, J. 2006. Making Globalization Work. New York: Norton & Company.
  • Todorov, T. 2012. I nemici intimi della democrazia. Milano: Garzanti.
  • Ungor, C. 2010. “Countering US Hegemony: A Viable Option for China? Dynamics of the Sino-US Relations in the Post-Cold War Era”, in A. Sandikli (edited by), China: A New Superpower? Istanbul: BiLGESAM.
  • Yiwei W. Maggio 2015. “The Chinese Model: Spurring China Forward and Benefiting the World”. Qiushi Journal.

Rileggi qui la prima parte dello speciale “Comprendere la Cina – Oltre la prospettiva occidentale

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Foto: Trading China

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Fabio Massimo Parenti

Ho avuto la fortuna di nascere a Roma, dove vivo da quasi 40 anni. Nel corso del tempo l’amore per la mia città si è esteso ad altri luoghi e paesi, come il Vietnam e la Cina. L’impegno e la passione costante per lo studio – insieme al fondamentale sostegno della mia compagna Ferdinanda e, più recentemente, dei nostri meravigliosi figli, Priscilla e Diego – mi hanno sempre accompagnato nel percorso scientifico-professionale. Oggi Professore associato in Geografia, sono laureato in Geografia all’Università la “Sapienza”, ho acquisito i titoli di Dottore di ricerca in Geopolitica e Geoeconomia all’Università di Trieste, di cultore della materia in Geografia Politica all’Università del Molise e di Affiliate Lecturer al Marist College di New York.

Attualmente insegno The Global Political Economy, Globalization, Global Financial Markets, China’s Development e War and Media presso l’Italian International Institute “Lorenzo de ‘Medici” e tengo lezioni e seminari presso varie sedi accademiche e istituzionali. Infine, borse di studio post-laurea e progetti di ricerca nazionali hanno arricchito le mie esperienze di ricerca su tematiche di geografia economico-politica e geopolitica.

1 commento

  1. Ottimo articolo che dovrebbe suscitare qualche riflessione sul pensiero unico economico, non solo economico, ma anche scientifico e culturale occidentale.
    Ritengo comunque che altre nazioni asiatiche e dell’America Latina siano alla ricerca, all’interno di una globalizzazione oramai conclamata, di trovare delle regole comuni per arginare il casinò finanziario che l’Occidente vorrebbe imporre con le rivoluzioni più o meno colorate e con la risibile scusa di esportazione della “democrazia (che non c’è)”.

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