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I Curdi dominano il processo politico in Iraq. Unico gruppo ad essersi ricostuito dopo la guerra attorno ad un proprio governo autonomo e pacifico, ora deve fare i conti con le sfide sino ad ora sempre rimandate

 

 

IL KRG – Nella giornata di domenica si sono tenute le libere elezioni per il rinnovo della Camera rappresentativa del cosiddetto Governo Regionale Curdo (Kurdish Regional Government, KRG) nel Nord dell’Iraq, inaugurato nel 1992 a seguito della Guerra del Golfo. Attualmente la regione settentrionale dell’Iraq, quella a maggioranza curda, appunto, risulta essere la più tranquilla dal punto di vista della sicurezza e quella che ha potuto riavviare una sorta di sistema economico e di sviluppo, anche grazie all’arrivo di molti capitali stranieri. Allo stesso tempo, però, è anche il fulcro intorno al quale si concentrano la maggior parte del problemi irrisolti della nuova Repubblica d’Iraq (soprattutto adesso, dopo il ritiro dalle città delle truppe statunitensi), come quello del futuro assetto statale-istituzionale e dell’effettiva forza e autorità delle nuove istituzioni del Paese. 

 

ELEZIONI LIBERE MA SCONTATE – Se, dunque, il risultato delle elezioni appare alquanto scontato -non tanto per mancanza di trasparenza, ma piuttosto per mancanza di avversari rispetto alla attuale coalizione di governo tra i due storici partiti curdi iracheni, l’Unione Patriottica del Kurdistan (Patriotic Union of Kurdistan, PUK) capeggiata dall’attuale Presidente iracheno Jalal Talabani e il Partito Democratico del Kurdistan (Kurdistan Democratic Party, KDP), guidato dal Presidente del KRG Massoud Barzani– non è scontato il modo in cui tali forze politiche riusciranno a dare delle risposte alle questioni ancora sul tavolo e che riguardano non solo il futuro dei Curdi, ma dell’Iraq e di tutta la regione mediorientale.

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COSA BOLLE IN PENTOLA: IL PESO CURDO – Prima su tutte è la questione della forma istituzionale che si dovrà dare all’Iraq del futuro. I Curdi attualmente gestiscono in maniera autonoma la regione settentrionale del Paese, ma dipendono dal governo centrale di Baghdad. Questo è stato, fin dai primi anni ’90, un escamotage grazie al quale si è evitata la completa indipendenza del Kurdistan (che avrebbe avuto ripercussioni serie anche su almeno altri due Stati che ospitano significative minoranze curde: la Turchia e l’Iran). Il problema che ora si pone è quello di scegliere tra un Iraq federale e, quindi, diviso su basi etnico-religiose (Curdi al Nord; Arabi sunniti al Centro; Arabi sciiti al Sud), oppure uno Stato centralizzato che abbia in Baghdad il punto decisionale unico. Ciò detto, soprattutto se si dovesse andar everso lo stato federale, vi sarà da risolvere la spinosissima questione della città di Kirkuk: seduta su un mare di petrolio e, dunque, fonte di immense rendite per il futuro, e rivendicata dai Curdi. Si può scommettere che la parte restante del Paese è pronta a tutto purchè questo scenario non si delinei e i Curdi non diventino i veri padroni dell’Iraq. A proposito di idrocarburi, vi è comunque ancora da risolvere la controversia, sempre legata al Kurdistan iracheno, circa i contratti che il KRG ha già concluso con molte aziende straniere, ma che Baghdad ha dichiarato nulli, in quanto non firmati anche dal governo centrale. L’orizzonte è tutt’altro che pacifico, dunque. E i Curdi sono coinvolti in tutti tali processi. 

 

L’IRAQ DI TUTTI – Infine, le influenze e le pressioni esterne. La Turchia, fortemente interessata alla questione curda perché ha a che fare con le azioni di guerriglia e terrorismo del PKK (Partito dei Lavoratori Curdi, organizzazione che dagli anni ’80 rivendica i diritti dei Curdi in Turchia e ha commesso decine di attentati nel Paese) e perché ha circa 10 milioni di Curdi al proprio interno, vorrebbe un Kurdistan iracheno il meno autonomo possibile, per evitare che la sua influenza possa arrivare dentro i propri confini; l’Iran vorrebbe un Iraq, come adesso, governato da forze sciite e, possibilmente malleabili ai propri interessi; gli Stati arabi in generale, soprattutto i confinanti come il piccolo Kuwait, forse propenderebbero più per un governo federale, più debole di uno centralizzato e, potenzialmente, meno pericoloso in futuro (memori delle azioni espansionistiche di Saddam Hussein); anche Israele prefereirebbe probabilmente quest’ultima opzione; Washington potrebbe preferire, in chiave anti-iraniana, un governo centralizzato a guida sciita, da porre in contrapposizione al regime di Teheran. Il futuro dell’Iraq è ancora da costruire. Per il Kurdistan passano molte questioni importanti in merito e l’obiettivo primario ai livelli attuali è quello di evitare che anche l’unica zona relativamente pacificata dell’Iraq possa esplodere nuovamente e allargare gli attuali scontri anche nel Nord del Paese.

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Redazione

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