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Da mesi, ormai, si continua a parlare del momento fortemente critico che sta attraversando la moneta unica europea. Non sempre è facile, per i non addetti ai lavori, capire davvero cosa sta avvenendo, e quali sono le ragioni e le dinamiche che stanno dietro questa situazione. Proviamo a fare un po' di luce, in una modalità il più possibile agile, immediata e comprensibile: cinque domande dirette, secche, e cinque rapide ma esaustive risposte

Che cosa ha dato origine alla crisi della moneta unica? La crisi che da mesi sta minando la tenuta dei conti pubblici di alcuni stati europei (Grecia e Spagna in primis, ma anche Italia e Portogallo) è la terza fase di un'ondata ciclica che dal 2007 sta colpendo l'economia globale. Cominciò tutto con lo scoppio della bolla immobiliare negli Stati Uniti, che portò al tracollo di alcuni colossi finanziari e al contagio mondiale attraverso la diffusione dei cosiddetti “derivati”. La crisi si spostò poi sul versante dell'economia reale, provocando nel 2009 una contrazione molto forte del PIL in molte regioni del mondo. Sembrava passata, e invece no, perchè dal 2010 ha iniziato a colpire gli Stati periferici dell'Area Euro (Portogallo, Grecia, Irlanda) che hanno dovuto riconoscere la situazione disastrosa dei conti pubblici. Gli squilibri determinati dagli alti deficit e debiti pubblici, accompagnati ad una crescita dell'economia nulla o negativa, hanno poi messo sotto la lente di ingrandimento anche Stati più grandi e importanti come Spagna e Italia.

Si parla tanto di “spread”. Ma questo differenziale di rendimenti tra obbligazioni italiane e tedesche incide davvero così tanto sulla vita quotidiana di tutti noi? Lo “spread”, ormai lo sanno anche i sassi, è il differenziali nei tassi di rendimento tra le obbligazioni a scadenza decennale tedesche e quelle degli altri Paesi europei. Si sceglie la Germania come benchmark perchè è l'economia più solida ed affidabile dell'UE: non è un caso se i bund tedeschi a dieci anni hanno un rendimento intorno all'1,3% (praticamente un rischio nullo in un orizzonte incerto come quello decennale). Quasi paradossale invece il fatto che le obbligazioni a scadenza più ravvicinata abbiano un rendimento nominale prossimo allo zero che, al netto dell'inflazione, diventa negativo. In pratica: il mercato dice che i titoli del debito pubblico tedesco sono talmente sicuri che è preferibile investire in bund e perdere soldi piuttosto che rischiare comprando obbligazioni greche (ormai ridotte al livello “spazzatura”), spagnole o italiane. È fondamentale che lo spread delle obbligazioni italiane con quelle tedesche si riduca, dunque, affinchè il costo che lo Stato italiano sostiene per indebitarsi diminuisca. Un divario dimezzato (la Banca d'Italia ha stimato un valore “plausibile” intorno ai 200 punti base, ovvero il 2%) darebbe una vera boccata d'ossigeno alle casse statali.

Alcuni sostengono che la Grecia dovrebbe abbandonare l’Euro per rivitalizzare la propria economia, mentre gli strenui difensori dell’Unione Monetaria affermano che va percorsa ogni strada possibile per scongiurare questa eventualità. Chi ha ragione? Facciamo finta che Atene dichiari di voler abbandonare l'Euro. Torna alla dracma e fissa un valore della nuova (o vecchia) moneta nazionale molto più basso dell'Euro. Sarebbe una svalutazione competitiva? Sì, se la Grecia avesse un grande potenziale esportatore, di cui in realtà non dispone. Dunque: non esporterebbe abbastanza e non sarebbe in grado di ridurre le importazioni, non essendo in grado di sviluppare un sistema produttivo autosufficiente. Morale: la situazione dell'economia peggiorerebbe ulteriormente, prestando ulteriormente il fianco alle spinte populiste, violente e xenofobe dei neonazisti di “Alba Dorata”, che oggi siedono in Parlamento. A livello continentale, invece, si creerebbe un precedente pericoloso di un Paese uscito dall'Euro e potenzialmente in grado di arrestare una reazione a catena di sfiducia da parte delle popolazioni degli Stati in difficoltà che, per esempio, potrebbero prelevare in massa dai propri conti correnti bancari nel timore di svalutazioni.

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Mario Draghi ha detto che la BCE è pronta a fare tutto quello che è in suo potere per scongiurare l’implosione dell’Euro. L’acquisto di titoli del debito pubblico è compatibile con il mandato della BCE relativo a mantenere la stabilità dei prezzi? In base al proprio Statuto, il compito primario della Banca Centrale Europea è quello di controllare l’inflazione e assicurare la stabilità dei prezzi. Come? Manipolando il tasso di interesse, ovvero il tasso che viene richiesto alle banche per comprare denaro. Oggi il tasso è già bassissimo (0,75%, ma altre riduzioni potrebbero essere imminenti). Se lo abbassa di nuovo, potrebbe circolare più denaro, ma questo può favorire l’inflazione. In periodi di ripresa economica un po’di inflazione può essere sopportata se tassi più bassi favoriscono la circolazione del denaro, e per esempio l’aumento del credito. Discorso diverso per l’acquisto di titoli del debito pubblico, operazione di cui si sta discutendo molto in questi giorni e che dovrebbe avere finalità di “calmierare” gli spread (vedi sopra). Se li acquista nel mercato bancario, e non direttamente dagli Stati, nessun problema, entrano a far parte degli assets della banca

Che fare dunque per scongiurare il pericolo? È molto difficile dare una risposta. Al di là delle manovre di breve periodo, che caratterizzano l’approccio adottato dall’UE negli ultimi anni, servirebbe una strategia di lungo periodo. Che si dovrebbe tradurre in una maggiore integrazione economica e finanziaria, basata su controlli maggiormente stringenti dell’indebitamento e della spesa pubblica. Tutto questo si dovrebbe poi reggere su un disegno politico chiaro, nel bene o nel male. Per esempio: l’UE vuole diventare una federazione di Stati o si accontenterebbe di essere un’Unione economica (il che sarebbe già molto di più rispetto alla semplice Unione monetaria)?. Rispondere a questo quesito è di vitale importanza per le sorti del nostro continente.

Davide Tentori redazione@ilcaffegeopolitico.net

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Davide Tentori

Sono nato a Varese nel 1984 e sono Dottore di Ricerca in Istituzioni e Politiche presso l’Università “Cattolica” di Milano con una tesi sullo sviluppo economico dell’Argentina dopo la crisi del 2001. Il Sudamerica rimane il mio primo amore, ma ragioni professionali mi hanno portato ad occuparmi di altre faccende: oggi infatti lavoro a Roma presso l’Ambasciata Britannica in qualità di Attachè Economico. In precedenza ho lavorato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri dove mi sono occupato di G7 e G20, e a Londra come Research Associate presso il dipartimento di Economia Internazionale a Chatham House – The Royal Institute of International Affairs. Sono il Presidente del Caffè Geopolitico e coordinatore del Desk Europa

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