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In 3 sorsi – Con quali strumenti finanziare lo sviluppo sostenibile? Quali gli impegni degli Stati nei confronti della lotta contro la fame e la povertà? La Terza Conferenza Internazionale sul Finanziamento per lo Sviluppo che si è tenuta ad Addis Abeba dal 13 al 16 luglio era chiamata a rispondere a questi interrogativi tramite l’approvazione di un accordo condiviso tra i Paesi partecipanti.

1. COME FINANZIARE LO SVILUPPO? – La Prima Conferenza Internazionale sul Finanziamento per lo Sviluppo si tenne a Monterrey nel 2002 e aprì la strada a un partenariato tra Paesi del nord e Paesi del sud del mondo per la lotta contro la fame e la povertà: il commercio mondiale rappresentava il motore dello sviluppo, e gli Aiuti Pubblici (Aps) diretti dai Paesi sviluppati ai Paesi poveri lo strumento finanziario scelto per raggiungere gli Obiettivi del Millennio (MDGs). Poco più di sei anni più tardi, la seconda Conferenza di Doha non segnò significativi passi avanti, se non la conferma di quanto definito con il Monterrey Consensus. Addis Abeba, al contrario, a fronte dei cambiamenti nel quadro economico mondiale e al permanere delle profonde disuguaglianze tra Nord e Sud del mondo, ha imposto un cambio di prospettiva ambizioso rispetto al passato: la cooperazione allo sviluppo non può essere basata solo sul sistema degli Aps, ma ogni Stato, compresi i Paesi ad economia emergente e i Paesi a medio reddito, viene chiamato a prendersi le proprie responsabilità con impegni concreti rispetto ai grandi obiettivi che ci si è posti. Ciò implica, quindi, delineare quali nuovi strumenti, finanziari e non, saranno utilizzati per reperire le risorse necessarie a sostenere e implementare l’Agenda per lo sviluppo post 2015.

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Fig, 1 – Ban Ki-Moon, Segretario Generale dell’ONU, alla Conferenza di Addis Abeba

2. IL RUOLO DELLA FINANZA PRIVATA – La Conferenza di Addis Abeba era chiamata ad analizzare i risultati fin qui ottenuti con Monterrey e Doha e, allo stesso tempo, individuare gli ostacoli incontrati nella loro attuazione per cercare una soluzione. Secondo i dati forniti dall’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico), il peso degli Aiuti Pubblici allo Sviluppo dal 2000 ad oggi è nettamente diminuito a favore dell’aumento dei finanziamenti privati internazionali e delle risorse domestiche pubbliche. Ciò comporta un ripensamento sui tradizionali strumenti finanziari per lo sviluppo e una serie di problematiche che i Paesi in via di sviluppo (PVS) hanno sollevato nel corso degli incontri preparatori: la mancanza di standard fiscali internazionali e la garanzia di regole eque nel commercio globale sul blocco dei flussi finanziari illeciti. Infatti, secondo i dati UNCTAD, dal 2008 ad oggi, per ogni dollaro che un PVS è riuscito ad acquisire tramite investimenti esteri o aiuti allo sviluppo, ne ha persi due (per un totale di 100 miliardi di dollari annuali). Ciò a causa dell’elusione e dell’evasione fiscale compiuta a suo danno prevalentemente dalle grandi multinazionali, le quali non sono sottoposte a tassazione nei Paesi dove si svolge la loro attività economica, ma nei paradisi off-shore dove risiedono. Da qui la richiesta del gruppo G77, di cui fanno parte i PVS, di una riforma del sistema fiscale globale basata sull’equità e rilanciata con la creazione di un organismo intergovernativo, sotto la guida dell’ONU, che abbia il compito di vigilare sui flussi finanziari – il tutto senza tralasciare la lotta all’elusione fiscale delle multinazionali. Tuttavia i Paesi ricchi, in primis Gran Bretagna, Giappone e Stati Uniti, si sono fortemente opposti all’istituzione di un Comitato intergovernativo per la cooperazione fiscale, rimandando in seno al già esistente Comitato di esperti dell’OCSE la discussione sul tema.

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Fig. 2 – Il Presidente del Consiglio Matteo Renzi durante il suo intervento alla Conferenza di Addis Abeba

3. I RISULTATI DELLA CONFERENZA – Il documento finale della Conferenza, l’Addis Abeba Action Agenda, contiene anche il riferimento a strumenti di natura non prettamente finanziaria: le politiche economiche, il ruolo del commercio, la cooperazione in campo tecnico e ambientale. Inoltre, sono stati delineati i 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, tra cui la fine della fame e la povertà, il raggiungimento dell’uguaglianza di genere, la lotta ai cambiamenti climatici, il miglioramento nei settori dell’istruzione e della salute. I Paesi si sono impegnati a incrementare le risorse destinate alla cooperazione nei prossimi anni: lo stesso Premier Matteo Renzi ha dichiarato la volontà dell’Italia di aumentare il volume delle risorse destinate alla cooperazione allo sviluppo al fine di diventare il quarto donatore tra i Paesi del G7 entro il 2017. Tuttavia, al di là di mere dichiarazioni di intenti, nessun impegno preciso – come, ad esempio, la definizione del volume degli investimenti che verranno destinati nei prossimi anni per il raggiungimento degli Obiettivo di Sviluppo Sostenibile (SDGs) – è stato sottoscritto. Critiche e delusione sono giunte dai PVS e da molte ONG per il mancato accordo sulla regolamentazione fiscale: più volte in passato è stata sottolineata la necessità di eliminare le distorsioni del sistema economico mondiale che sottraggono risorse importanti per lo sviluppo ai Paesi più poveri. Ancora più criticata la netta presa di posizione di continuare la discussione sul tema in seno all’OCSE, organismo composto da 34 Paesi a reddito medio-alto e alto, che di fatto esclude i PVS dalle concertazioni su una problematica che li riguarda direttamente. La riforma del sistema fiscale globale rappresenta un terreno dove PVS e Paesi ricchi molto probabilmente si scontreranno anche nei prossimi incontri: a New York, durante il vertice ONU del prossimo settembre, quando gli Stati saranno chiamati a procedere all’adozione dell’Agenda di Sviluppo post-2015 e, successivamente, a dicembre, in occasione della Conferenza della Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sul Cambiamento Climatico a Parigi.

Irene Dell’Omo

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Foto: 10b travelling

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