Puoi leggerlo in 3 min.

Da Guangzhou – Da disputa simbolica e dormiente per anni, la contesa sino-giapponese per il controllo delle Diaoyu/Senkaku si è riaccesa assumendo toni quantomai accesi dopo le vicissitudini legate allo sbarco nel piccolo arcipelago di flottiglie di attivisti di Tokyo e di Hong Kong poi. Non è però solo la simbologia a dominare lo scontro diplomatico, l’arcipelago della discordia sembra infatti nascondere un tesoro energetico preziosissimo costituito da ingenti riserve di gas naturale

 

IL PASSO FALSO – Ripercorrendo la cronaca recente di una disputa in realtà decennale, è il Sol Levante a nutrire i sentimenti più combattivi nei confronti di quella che considera come “un’estensione naturale della prefettura di Okinawa,” come si evince dalle parole di Shintaro Ishihara, governatore di quest’ultima. Già nell’aprile di quest’anno, al momento del suo insediamento Ishihara aveva gettato benzina sul fuoco latente affermando di essere pronto ad usare finanze pubbliche per acquistare i lotti di terreno delle isole appartenenti a privati cittadini giapponesi. La mossa sembrava in realtà parte di una campagna post-elettorale volta ad assicurarsi il più largo consenso possibile in vista dei primi scogli al governo della regione.

 

LA VERSIONE DI PECHINO – Da parte sua la Cina considera le Diaoyu come parte di quel territorio nazionale intoccabile da cui solo dopo il 1949 è stato possibile scacciare la tanto odiata presenza straniera. A differenza delle enclavi occidentali Hong Kong e Macau, ora regioni speciali sotto la RPC, le Diaoyu hanno assunto un carattere particolare legandosi alla sempre viva rivalità tra i due paesi simbolo dell’Asia orientale, Cina e Giappone. Non è un caso dunque che nonostante le differenze di vedute che permangono tra Hong Kong e Pechino, siano stati proprio degli attivisti dell’ex dominio britannico a tenere alta la bandiera rossa a 5 stelle nel corso delle recenti vicissitudini. Non c’è da stupirsi allora, se anche il neo-eletto premier di Taiwan, Ma Ying-jeou, si sia mosso tramite il suo portavoce per gli affari esteri per riconfermare l’appartenenza delle Diaoyu al territorio della repubblica cinese, comunque la si consideri.

 

IL NEMICO DEL TUO NEMICORicapitolando, la partita delle Diaoyu/Senkaku si gioca su tre scacchiere: lo scontro perenne tra Pechino e Tokyo, la tensione latente tra Pechino e Taipei e i rapporti ondivaghi tra i due alleati americani nell’Asia Pacific, Taiwan e ovviamente il Giappone. Ma le pedine rischiano di confondersi tra le “mille sfumature di grigio” che portano dal bianco al nero se si considera che il neo-eletto Ma Ying-jeou è stato definito dalla stampa internazionale come l’uomo di Pechino, non appena candidatosi alla guida del Kuomintang. Proprio l’erede di Chiang Khai Shek, di cui però non sembra condividere le posizioni irremovibili, sarebbe pronto a rimettere la questione dell’arcipelago nelle braccia della giustizia internazionale, sotto l’egida della CGI. Tuttavia, e qui gli amici del diritto internazionale possono fregarsi le mani, l’art. 34.1 dello statuto della CGI prevede che solo gli “stati” possono essere considerati parti del trattato.

 

GUERRA DI CORSA? – Negli ultimi tempi la marina cinese si è fatta sentire in maniera decisa nelle acque del Mar Cinese Meridionale e Orientale, giungendo fino allo scontro diretto con navi da combattimento delle Filippine nell’ormai tristemente famosa disputa della secca di Scarborough. E non sono solo le Filippine a pagare la preponderanza cinese tra i flutti del Pacifico, visto che anche il Vietnam ha dovuto desistere dal compiere atti spettacolari nel corso dell’annus horribilis per la disputa sulle isole Spratly e Paracel. Proprio la presenza dell’ombra del gigante cinese è il motivo principale per cui l’ultimo summit dell’ASEAN, l’organizzazione regionale che riunisce i paesi del Sud-Est Asiatico, si è chiuso per la prima volta senza un comunicato condiviso.

 

L’AMICIZIA PAGA – Apertosi con la grande ambizione di trasformare l’ASEAN in un organizzazione vicina simbolicamente all’Unione Europea, il meeting a cavallo tra giugno e luglio si è trasformaìto in una vera gara di ostruzionismo, con la Cambogia, presidente di turno, pronta a bloccare qualsiasi documento ufficiale che deprecasse la condotta della marina cinese nei confronti di Manila. Nemmeno i buoni auspici dell’Indonesia, assurta a mediatore del contrasto, hanno avuto la meglio contro il muro opposto da Phnom Penh alla bellezza di ben 18 bozze di dichiarazione. Sarà per il legame storico che lega i due stati, o per il fatto che Pechino vanti un credito informale di 10 miliardi di dollari nei confronti della culla di Pol Pot, ma sembra che Cambogia e Laos abbiano ormai iniziato a costituire un blocco compatto a difesa delle tematiche d’interesse cinese.

 

BEWARE OF MYANMAR – Una volta entrati in contatto con il clima particolare delle frizioni del Sud Est Asiatico, risulta facile leggere tutte le questioni aperte nello scacchiere della regione. Cambogia e Laos dirottano vertiginosamente verso la Cina? Toccherà allora agli Stati Uniti e ai loro proxies nella regione aprire le porte alla primavera birmana, se così si possono chiamare le lievi riforme introdotte dal regime di Thein Sein. In realtà il tutto può sembrare una semplificazione quasi infantile, ma è proprio quello che sta accadendo, la Birmania, sbocco naturale verso l’Oceano per le merci cinesi a basso costo prodotte nello Yunnan e nel Sichuan orientale, sta giocando la partita dell’apertura sul tavolo dell’occidente, che muore dalla voglia di ottenere un altro avamposto lungo le frontiere interne cinesi.

 

BASTA METTERE A FUOCO – Nonostante agli spettatori del Grande Gioco orientale la disputa intorno alle Diaoyu/Senkaku possa sembrare complicata se non difficile da decifrare, basta semplicemente ridurre l’ingrandimento sul piccolo arcipelago, inserendo l’intera regione nell’orizzonte, per ottenere il giusto grado di comprensione della vicenda. Resta naturalmente impossibile ignorare il linguaggio simbolico-nazionalista che si rifà ad anni e anni d’insofferenza e ai trascorsi storici dell’area. Se è vero che in questo spicchio di pianeta “sovranità e nazionalismo” sono ancora parole di senso compiuto, bisogna anche sottolineare che i due concetti non vengono mai spesi pubblicamente per mere ragioni legate al soft-power, ma solo per giustificare agli occhi delle “masse” giochi di potere altrimenti incomprensibili.

 

Fabio Stella

Print Friendly, PDF & Email
Fabio Stella

Fresco di laurea in relazioni internazionali, con il sogno della carriera diplomatica nel cassetto, la voglia di nuovo e la curiosità l’hanno spinto per fare le valigie per l’estremo Oriente, da dove non sembra voler più tornare. Autore del “7 giorni in un ristretto” redige per voi il calendario della Comunità Internazionale ogni lunedì anticipandovi curiosità, scandali, intrighi e retroscena della geopolitica in ogni angolo del pianeta. Citazioni altisonanti e frasi ad effetto le sue armi “preferite” insieme all’ambizione di rimanere perennemente in equilibrio sul filo del rasoio delle previsioni “da sfera di cristallo”, con una tazzina di “caffè” rigorosamente “espresso” in mano.

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci qui il tuo commento
Inserisci il tuo nome