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Fine dei giochi. Riflessioni sulle Olimpiadi, più o meno dopo una settimana dal sipario calato sulla XXX edizione dei Giochi Olimpici. Londra, dopo quindici giorni di overdose sportiva ed emozionale, si sveglia dal sogno olimpico. Un sogno che, secondo la filosofia decoubertiniana, dovrebbe restare apolitico… 

NON E’ SOLO UN GIOCO – “Agli idealisti che credono che sport e politica debbano considerarsi separati, i realisti replicano che non lo sono stati mai”. Stalin concordava sicuramente con W.J.Baker. Correva l’anno 1952 e l’URSS partecipava per la prima volta alla rassegna a cinque cerchi. “Gareggiamo e non senza successo con le nazioni borghesi sul piano economico e politico. Lo facciamo ovunque ciò è possibile. Perché non farlo nello sport?”. Il dittatore si era convinto e, sgravato dal timore di una sconfitta sportiva, acconsentì alla partecipazione della compagine sovietica all’edizione finlandese dei Giochi Olimpici, di scena ad Helsinki. La squadra di calcio sovietica doveva vedersela contro gli undici rappresentanti in calzoncini della Jugoslavia del revisionista Tito. L’Unione Sovietica non poteva permettersi una sconfitta: “L’incontro non rappresenta semplicemente un evento sportivo, assume il significato di atto politico dello stato”. Cosi recitava un telegramma del Generalissimo Stalin indirizzato al commissario tecnico. No, non è solo un gioco. DIVISO IL MONDO, DIVISO LO SPORT – Fu in quell’occasione che la guerra fredda fece il suo ingresso alle Olimpiadi che assunsero così, rispecchiando quanto accadeva nelle relazioni internazionali, una dimensione politica bipolare. La rassegna olimpica divenne in quell’occasione la rappresentazione materiale, sul teatro a cinque cerchi, della cosiddetta contrapposizione tra Est e Ovest. Diviso il mondo, diviso lo sport. Se infatti gli atleti dei paesi occidentali risiedevano nel villaggio olimpico di Otaniemi, quelli orientali furono costretti dal governo sovietico a preparare le competizioni nel villaggio di Kapyla. Divisi da un’invalicabile recinzione, la cortina olimpica non fu altro che un’anticipazione di quel che sarebbe stato il Muro di Berlino. Sessanta anni ci dividono dalla rassegna finlandese, eppure l’Olimpismo moderno non sembra aver varcato i confini della dimensione politica bipolare inaugurata ad Helsinki. È da poche ore calato il sipario sulla trentesima edizione dei Giochi, Londra lentamente si sveglia dal sogno olimpico. Addio isola che non c’è, si torna al mondo reale. La parata degli atleti nel corso della cerimonia d’apertura, massima espressione del legame fra sport e nazione, prometteva una nuova geografia sportiva e cosi è stato. Cipro, Guatemala, Gabon, Montenegro varcano i confini di Olimpia. Il terzo mondo alza la voce. Ma al grido degli emergenti risponde l’urlo delle grandi potenze. Il medagliere, cinico interprete delle rivalità tra i padroni del mondo, racconta sempre la stessa storia. Una storia lunga ormai sessant’anni. USA VS CINA: VERSIONE CINQUE CERCHI – Torniamo per un istante ad Helsinki, precisamente nel villaggio sovietico di Kapyla. Campeggiava all’ingresso, così che l’intero mondo lo potesse vedere, uno speciale medagliere posto per sottolineare il vantaggio sovietico nei confronti degli States. L’Olimpiade divenne l’arena in cui USA e URSS potevano dimostrare, attraverso il bilancio finale delle medaglie olimpiche, la vitalità del proprio sistema socio-economico. Oggi come allora si compete, ma i padroni del mondo sono cambiati: è la Cina la prima sfidante della supremazia statunitense. Secondo la teoria delle relazioni internazionali, supremazia militare, leadership economica e influenza intellettuale sono le risorse dell’egemonia. Ma se in termini di produzione di soft power, ovvero la capacità di attrarre e sedurre attraverso risorse quali la cultura o le istituzioni, la Cina resta molto distante dagli Stati Uniti, sul versante economico-militare il dragone è da considerare alle stregua di una minaccia reale.

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MEDAGLIE E POTERE – Dal Golfo Persico al Mar Cinese, sia esso meridionale o orientale, non mancano le arene di scontro. Lo sviluppo militare cinese allarma, e non poco, lo Zio Sam, impegnato nel condurre la traslazione delle proprie priorità militari verso l’Asia, come agognato dalla Pentagon’s Strategic Guidance 2012 resa nota in gennaio dal Segretario alla Difesa statunitense Leon Panetta. Non c’è dubbio, la Cina sta rapidamente modernizzando le sue forze armate. La spesa militare cinese è esponenzialmente cresciuta negli ultimi vent’anni. Limitandosi all’ultimo decennio, stando ai dati forniti dall’istituto di ricerca Sipri, è salita dai poco più di trenta miliardi di dollari del 2000 ai 160 di oggi. Il budget per la difesa investito dagli Stati Uniti rimane quadruplo a quello cinese ma, di questo passo, nel 2035 Pechino potrebbe spendere più di Washington.

La Cina ha sete di potere, e di medaglie. Se dal punto di vista militare la minaccia è di lungo periodo, le Olimpiadi londinesi hanno definitivamente consacrato la Cina dello sport quale grande potenza. Se il trionfo sportivo, e non solo, di Pechino 2008 fece gridare i profeti del declino statunitense, pronti a celebrare la dimostrazione empirica delle loro teorie, all’avvento del secolo cinese, la XXX edizione dei giochi sembra aver ribadito la grandezza a stelle e strisce. 104 medaglie, 46 del metallo più prezioso. Altro che declino. Sono invece 87 le medaglie cinesi, 38 gli ori. Successi maturati in seguito ad un ventennio di programmazione e di “statalismo sportivo”, un modello in grado di portare l’URSS e la DDR al vertice dello sport mondiale durante la guerra fredda. Eppure, sembra che l’oro cinese luccichi meno.

NON E’ SEMPRE ORO QUEL CHE LUCCICA – Cosa si cela dietro lo strapotere sportivo della Cina? Non sempre i cronometri raccontano la verità. L’Olimpiade ci insegna che i corpi, in alcuni casi, appartengono agli stati. Ed ecco che la contesa muove verso il più importante terreno di scontro pacifico fra le nazioni. Tanto i regimi autoritari quanto le democrazie consolidate riconoscono un valore propagandistico ai propri successi e, non di rado, cercano di discreditare le vittorie altrui. È quel che sta accadendo tra le potenze protagoniste di Londra 2012 riguardo ai tempi della “cinesina volante” Ye Shiwen, sedicenne in grado di far impallidire, cronometro alla mano, i cannibali del nuoto a stelle e strisce Phelps e Lochte. Finale dei 400 misti. La cinese, secondo gli allenatori statunitensi venuta fuori dal nulla, disintegra il record del mondo nuotando gli ultimi 100 metri in 58”68. L’ultima vasca, incredibile a dirsi, in 28”93, 17 centesimi di secondo, nel nuoto uno scarto di non poco conto, più veloce rispetto a Ryan Lochte, vincitore della prova maschile. Quella che agli occhi del mondo appare come un’impresa sportiva senza precedenti, sembra indossare le vestigia del doping genetico, stando alle dichiarazioni di John Leonard, direttore della World Swimming Coach Association. Non sarebbe una novità per l’olimpismo, non sarebbe la prima volta che un oro olimpico non sia il frutto del solo sacrificio fisico, ma che sia impachettato e fabbricato dalla politica. Resterà anche questo, della rassegna londinese. GOODBYE LONDON – Si spengono i riflettori sull’Olympic Park. Il mondo, riunitosi per due settimana a Londra, torna a casa e si riscopre diverso. Gli stati ringraziano i propri ambasciatori. La Gran Bretagna, padrona di casa, si risveglia grande potenza. La sua economia traballa, certo, ma sportivamente è la terza al mondo. Winston Churchill ne andrebbe fiero. Ringrazia la sua stella più brillante Mo Farah, suddito di Sua Maestà originario di Mogadiscio, sfuggito, c’è da credere di corsa visti i tempi sui 5000 e sui 10000 metri, dalla guerra civile somala. Cerimonia di chiusura. È tempo di ricordi e di saluti. Lì dove il guerriero Masai Rudisha (Kenya) ha scherzato con il tempo ora sfilano i grandi della musica inglese del passato. Che con Wish you were Here dei Pink Floyd l’olimpismo stia celebrando, e allo stesso tempo ringraziando, quelli che saranno i grandi assenti a Rio de Janeiro? Michael Phelps, dopo quattro rassegne a cinque cerchi e 22 medaglie, saluta il mondo del nuoto. Lo stesso dicasi per Usain Bolt, monopolizzatore, nelle ultime due edizioni, del mondo della velocità. IMAGINE – Quale storia racconterà Rio de Janeiro 2016? C’è da credere che non sia troppo diversa da quella raccontata 60 anni fa, ad Helsinki. La corsa agli armamenti, sportivi e non, è nuovamente ricominciata. Usa e Cina lo sanno bene. Il mondo è troppo piccolo per tutti e due? Nella notte londinese compare il faccione di John Lennon. Se fosse interpellato lui, risponderebbe di no. Imagine. Sull’olimpismo moderno, oggi come ieri, soffiano venti da guerra fredda. Un vento che neanche il braciere olimpico riesce ad intiepidire. Simone Grassi redazione@ilcaffegopolitico.net

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Simone Grassi

Fiero membro della cosiddetta generazione Erasmus, ho studiato in  Italia e in Francia. Laureato magistrale in Relazioni Internazionali (Università degli Studi di Milano),  frequento  ora un Master di ricerca in Economia Politica all’Università di Bristol. Convinto europeista, sono stato stagista alla Rappresentanza in Italia della Commissione europea. Oltre all’economia e alla politica internazionale, mi affascina il mondo della cooperazione allo sviluppo, un mondo che ho maggiormente scoperto durante un tirocinio in UNICEF.

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