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In Iran continuano manifestazioni di piazza, repressioni, torture nei confronti dei detenuti. Il regime sta decidendo di spegnere sul nascere ogni altra forma di ribellione, alla stregua di una guerra interna preventiva. Per adesso tocca ai Baluchi

LE IMPICCAGIONI – Il governo di Teheran ha disposto e attuato la condanna a morte tramite impiccagione di 13 uomini nel Sud-Est dell’Iran, la regione del Sistan-Baluchistan. Secondo l’agenzia governativa nazionale IRNA (Iranian Republic News Agency), i 13 condannati a morte avrebbero fatto parte di un gruppo armato ribelle di matrice sunnita, il Jundullah (Esercito di Dio). Il gruppo fondamentalista sunnita è da anni impegnato in una lotta contro lo Stato iraniano ed è stato, probabilmente, il responsabile dell’attentato che alla vigilia delle elezioni del 12 giugno (il 28 maggio) aveva colpito una delle due moschee sciite di Zahedan, capitale della regione del Sistan-Baluchistan, provocando la morte di almeno 30 persone. Tra gli impiccati, secondo la stessa fonte, vi sarebbe Abdulhamid Rigi, fratello del capo dell’organizzazione Abdulmalik Rigi.

 

CONTINUANO I DISORDINI – L’esecuzione sarebbe avvenuta in pubblico e nella stessa città di Zahedan, elemento che potrebbe far pensare ad un monito del Presidente Ahmadi-Nejad e del suo entourage nei confronti delle forze che in questo momento abbiano intenzione di metterne in discussione l’autorità e la legittimità al potere. Mentre infatti nelle principali città iraniane, soprattutto a Teheran, continuano le proteste e le repressioni governative (alcuni manifestanti e membri delle opposizioni riferiscono di “centinaia di cadaveri” negli obitori della capitale), il timore del regime è quello che tale azione di protesta possa sfociare in un movimento ancora più ampio e coinvolgere tutti i potenziali oppositori del governo, tra cui appunto i movimenti sunniti e baluchi che si trovano nel Sud-Est del Paese. 

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GUAI A CHI SI OPPONE – Nei giorni precedenti le elezioni lo stesso Ayatollah Ali Khamenei, Guida Suprema dell’Iran, aveva stigmatizzato le azioni di guerriglia e ribellione della minoranza baluchi, attribuendole soprattutto all’ingerenza occidentale. Allo stesso modo il regime ha sempre accusato Washington e Londra in primo luogo di fomentare la guerriglia di matrice curda del PJAK, movimento affiliato al PKK turco che agisce nel Nord-Ovest dell’Iran, costituendo un altro fronte dell’opposizione armata contro lo Stato sciita iraniano. A fronte di tali premesse, e considerata la delicata situazione interna dell’Iran, dunque, l’impiccagione pubblica dei 13 appartenenti al Jundullah suona a tutti gli effetti come una vendetta da un lato ed un avvertimento dall’altro: nessun oppositore potrà illudersi di rimanere in vita a lungo. Pechino docet e, da questo punto di vista, la Comunità Internazionale (privata dell’appoggio di un attore preponderante come la Cina) non riesce a far altro che guardare.  

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Redazione

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