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Ormai poche ore ci dividono dalla XXX edizione dei Giochi Olimpici e nonostante la montante polemica riguardo alla presunta insufficienza del numero di addetti alla sicurezza, Londra sembra pronta ad ospitare gli atleti di tutto il mondo per quella che si appresta ad essere l’edizione più imponente della storia. Vi abbiamo raccontato le storie di lampo d’ebano (Jesse Owens) e del figlio del vento ( Carl Lewis), dei pugni guantati di nero di Smith e Carlos a Città del Messico, delle Olimpiadi boicottate ( Mosca e Los Angeles) e di quelle del terrore (Monaco di Baviera). Oggi vi portiamo ad Atlanta 1996. Vi racconteremo di Coca Cola e CNN. Vi racconteremo, ancora una volta, di un vento che proprio non vuole smettere di soffiare. Ma soprattutto vi racconteremo di Muhammad Ali, semplicemente “The Greatest”

Sulle Olimpiadi di Londra leggi anche L’Olimpiade e l’isola che non c’è, di Simone Grassi. Anche quest'anno i Giochi promettono spettacolo, sui campi e fuori, e scommettere su chi vincerà più medaglie non sarà facile.

L’OLIMPIADE TREMA – 9 luglio 1996. Cerimonia d’apertura della XXVI edizione della rassegna olimpica. Sfilano per la prima volta Burundi, Ecuador, Hong Kong e le 12 nuove repubbliche sorte dalla disgregazione dell’Unione Sovietica. È l’edizione del centenario, ma viene accolta con scetticismo: il business ha prevalso sulla storia, i dollari della Coca Cola e della CNN hanno impedito il ritorno della rassegna olimpica nella patria dei Giochi, quell’Atene che avrà riconoscimento tardivo solo nel 2004. Cento anni sono passati da quando, in un primaverile pomeriggio di aprile del lontano 1896, re Giorgio I di Grecia pronunciò mnemonicamente la fatidica formula: “ dichiaro aperti i Giochi della I Olimpiade dell’era moderna”. Una frasetta, frettolosa ma efficace nella sua banalità, ultima reminiscenza di un’Olimpiade che fu. Ad Atlanta la pronuncia un impaurito Bill Clinton. Se la cava con 133 secondi di comparsa, il Presidente democratico, così imbottito dal giubbotto antiproiettile che quasi inciampa nel suo primo passo sul campo. E’ un‘Olimpiade che trema, che ha paura, quella di Atlanta. Ha perso sacralità, dimentica la storia e la tradizione, sancisce il trionfo della commercializzazione dello sport a cinque cerchi. Trema anche l’uomo che appare ai piedi del braciere di Olimpia, ma non di paura.

Per tradizione l’ultimo tedoforo è un atleta che richiama la classicità di quel gesto, deve essere giovane e prestante. Il mondo non crede ai suoi occhi quando il penultimo tedoforo, una ragazza, consegna la fiaccola a colui che andrà ad accendere il braciere olimpico e, con esso, il sogno di migliaia di atleti. Ad Atlanta il suo nome è rimasto segreto fino al momento del passaggio della torcia, che all’improvviso ne illumina il volto: è un uomo gonfio, largo e tremolante. Un tempo “volava come una farfalla e pungeva come un’ ape”, ora non più. Le sue gambe, le stesse che lo portarono a danzare sui ring di tutto il mondo, sembrano incollate alle piastrelle dello stadium. La sua lingua, un tempo capace di rispondere al filoso Bertrand Russell “ lei è meno tonto di quello che sembra”, stenta, fatica. FLOAT LIKE A BUTTERFLY, STING LIKE A BEE – È di stupore, non di paura, il primo brivido dei giochi spaventati. Intontita da quattro ore di “stupid show”, come qualcuno definì la cerimonia d’apertura,  la folla impiega qualche  attimo a riconoscerlo e a ruggirne il nome : “è Ali”. Rinchiuso in un corpo piagato dal morbo di Parkinson non riesce ad alzare le braccia, ma che importa per uno che non è mai riuscito ad abbassare la testa. “Ho abbattuto gli alberi per prepararmi a quest’incontro. Ho fatto a botte con un coccodrillo, ho lottato con una balena. Ho ammanettato i lampi e sbattuto i tuoni. L’ altra settimana ho ucciso una roccia, ferito una pietra, mandato all’ospedale un mattone. Mando in tilt la medicina”. Se la forza dei grandi è di arrivare dove nessuno osa, Muhammad Ali, anche l’Ali posseduto dal Parkinson, rimane il più grande davvero. Ad  aiutarlo ci pensa la penultima tedofora, Janet Evans. Ha paura che la fiaccola possa cadergli dalle mani, dimentica forse che quei pugni, negli anni 60 e 70, hanno steso il mondo. Ed è forse in questo momento che l’America,ritrovatasi ad Atlanta per le Olimpiadi, ringrazia per la prima volta quello che fu un atleta rinnegato. I nipoti dello Zio Sam tifarono per Cassius Clay, non per Ali. Amico delle persone sbagliate nei momenti sbagliati,di Fidel Castro e Saddam Hussein. Prima di diventare il profeta del pugno, il ragazzone di Louisville incarna i valori della generazione urlante e fa a botte col potere quando nel 1967 decide di non andare a combattere in Vietnam: “ i Vietcong non mi hanno mai chiamato negro”. Gli tolgono la corona dei massimi, lo multano e lo condannano, ma il pugile che vola come una farfalla e punge come un ape non si arrende e ora, tremolante dinanzi al mondo, raccoglie  gli applausi di un ‘Atlanta in ginocchio. Non fa pena, né ispira retorica e lacrime finte. Solo infinito rispetto e stima, quasi soggezione, a differenza dei potenti della terra, comodamente seduti sulla tribuna imperiale di Bill Clinton. Pochi secondi, e l’Olimpiade delle bollicine si trasforma nell’Olimpiade di Ali. Dove non arrivano i dollari della Coca Cola, arrivano i guantoni, ora tremanti, del più grande pugile della storia. Che l’Olimpiade abbia inizio, ora che la fiamma brucia. Come prima, più di prima. Ancora una volta, anche se devastato dalla malattia, Mohammed Ali ha colpito duro, aprendo le Olimpiadi che, con freddezza, si tuffano nel duemila. Il corpo del campione è la prova vivente che esistono cose in grado di far battere un cuore  per qualcosa che non sia la paura. Ad Atlanta 1996 però, i cuori tremarono specialmente per quest’ultima.

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HEART ATTACK – 27 giugno 1996. Serata torrida, afosa, sudista. L’Atlanta olimpica aveva smesso da poco di cenare e si era data appuntamento al Centennial Park, dove i grandi sponsor della rassegna hanno costruito i loro stand. Accorrete tifosi di tutto il mondo: cibo, bevande e musica per tutti, offre Coca Cola. Sul palco, ironia della sorte, suonano gli Heart Attack quando un'esplosione scuote la piazza gremita.  “Il posto più sicuro del mondo” tuonava fiero Bill Rathburn, capo della sicurezza olimpica, dimentico del fatto che Atlanta è da sempre un covo di miliziani, di fans di Timothy McVeigh, autore dell’attentato che il 19 aprile 1995 scosse il paese provocando la morte di 168 persone. Si disse allora che il tempo era maturo per una nuova Rivoluzione americana : “ la gente è stufa marcia di una banda di burocrati di Washington.” Molto prima che l’ 11 settembre diventasse una triste realtà, gli Stati Uniti ebbero a che fare con il terrorismo ormai penetrato nella fortezza americana, un tempo tanto sicura di sé. L'esplosione di un ordigno rudimentale posto nella piazza gremita causò 111 feriti e due morti. L’America impazzisce ma è troppo sfregiata per  guardarsi allo specchio e ammettere che il nemico va cercato tra i propri figli. Il gendarme del pianeta si riscopre vulnerabile. I nomi delle nazioni partecipanti raccontano cinquant’anni di storia a stelle e strisce, di guerre e di crisi: Giappone e Corea, Cuba e Nicaragua. Ad Atlanta l’incubo diventa realtà, anche l’ultimo innominabile avversario è iscritto al torneo: si chiama Stati Uniti. Città nera, nerissima, con il 68 % della popolazione di colore. Divisa  da sempre, bianchi contro neri, Cabbage town (parte bianca) contro il ghetto di Vine e le sue “shot gun Houses.” Con un solo colpo di pistola, si dice da quelle parti, uccidi tutta la famiglia. Atlanta. Dove il Ku Klux Klan, località Stone Mountain, avviò la sua riorganizzazione. Atlanta, che ogni giorno va girando per il mondo attraverso l’informazione, targata CNN, e le bollicine, firmate Coca Cola, proprio non si aspettava l’esplosione. Il “ paesone che volle farsi re” si riscoprì inadeguato. Ma lo spettacolo doveva continuare. Continuano i giochi, ma l’Olimpiade muore all’1 e 27 di sabato 27 luglio. Troppi i dollari investiti dalle multinazionali di casa per impedire che lo statunitense Michael Johnson, preannunciato protagonista della rassegna, non corresse e, inutile dirlo, non vincesse i 200 e 400 metri piani. Un gesto atletico clamoroso quello del ragazzone di Dallas, eppure freddo, glaciale, scientifico. Non un corpo umano in movimento, con la sua dolorosa imperfezione, ma una meccanica turbina in azione. Il suo record fu definito scientifico, lui “il matematico della velocità”. Il record sui 200 metri piani si ottiene raddoppiando il tempo sui 100 e sottraendo 15 centesimi di media. Facile come risolvere un’equazione, almeno per il matematico dello sprint. 19 secondi e trentadue centesimi per relegare definitivamente nei libri di storia il record del “nostro” Mennea e indirizzare Johnson sul sentiero che porta al paradiso degli sportivi. Lo stesso sentiero che da ormai 12 anni percorre Carl Lewis. Sono le 20 e 12  del 29 luglio 1996. Secondo l’indimenticato Candido Cannavò, “ il direttore d’orchestra decise che quella sera sarebbe dovuta diventare storica”. Da lì nasce il volo di Lewis a otto metri e cinquanta. “ Un tocco di suprema bellezza, un segno del destino che sorvola ogni nostro livello di ragione”. Ed ecco che la terra insanguinata  di Atlanta torna ad essere testimone di un prodigio: il vento della leggenda di Lewis non vuole smettere di soffiare. In un tempo senza più eroi, teniamoci strette le figure dei campioni universali, dei profeti dello sport. E ringraziamoli. Quindi grazie Muhammad, per non esserti limitato a danzare sul ring e a picchiare duro e per averci impartito l’ennesima lezione, in quella estiva notte di Atlanta: l’importante non è poter alzare le braccia, ma la testa. Firmato Muhammad Ali, semplicemente “ The greatest”.

Simone Grassi redazione@ilcaffegeopolitico.net

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Simone Grassi

Fiero membro della cosiddetta generazione Erasmus, ho studiato in  Italia e in Francia. Laureato magistrale in Relazioni Internazionali (Università degli Studi di Milano),  frequento  ora un Master di ricerca in Economia Politica all’Università di Bristol. Convinto europeista, sono stato stagista alla Rappresentanza in Italia della Commissione europea. Oltre all’economia e alla politica internazionale, mi affascina il mondo della cooperazione allo sviluppo, un mondo che ho maggiormente scoperto durante un tirocinio in UNICEF.

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