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Buenos Aires vivrà ad ottobre le elezioni politiche più attese nella regione. Perché quest’importanza? Cos’è oggi il paese del Cono Sud? La linea di demarcazione tra economia emergente e in via di sviluppo è sottile e l’Argentina prosegue nel suo paradossale percorso da equilibrista.

Prima parte

QUADRO GEOPOLITICO DI UN’ETERNA PROMESSA – Parlare di Argentina non è assolutamente cosa semplice soprattutto se la contestualizziamo nell’evoluzione delle relazioni internazionali del nuovo secolo. Occorre quindi intrecciare la prospettiva nazionale, quella regionale e quella mondiale per ottenere una visione esaustiva del Paese latinoamericano. Buenos Aires ha sempre ambito ad un ruolo di primissimo piano forte della propria dimensione territoriale e del proprio potenziale produttivo. Tale visione è pienamente esplicitata in EXPO 2015 dove l’Argentina si presenta, nella forma e nei contenuti, come granaio mondiale. Perfettamente in linea con il tema dell’esposizione universale, allo stesso tempo ed involontariamente, Buenos Aires sottolinea forse quello che è il suo grande limite: la cadettizzazione del proprio operato. Con tale definizione si intende dire che Buenos Aires, come un bravo cadetto, esegue il suo compito in tutta la sua semplicità senza andare mai oltre. Ed è proprio questo “non andare oltre” che da sempre può essere rimproverato alla nazione sudamericana, colpevole di aver ambito a giocare un ruolo simile a quello del Brasile, ma che in fin dei conti si è accontentata di essere considerata un “piccolo Paese”. Sin dai tempi di Perón l’Argentina fu in prima fila nella ricerca di un’unità regionale strategica. Lo stesso Perón diede mostra di un modello politico completamente nuovo dove destra e sinistra si amalgamavano (o quasi) nel giustizialismo. La stessa Argentina, a livello internazionale, ha tenuto testa alle richieste statunitensi durante la Seconda Guerra Mondiale accettando di schierarsi con gli Alleati contro la Germania solo nella parte conclusiva dello stesso conflitto. Un atteggiamento che ebbe un caro prezzo, in quanto Buenos Aires non beneficiò dei vantaggi finanziari e commerciali di cui invece ad esempio giovarono Brasile e Messico. Fu un argentino, Raúl Prebisch, che tra gli anni ’50 e ’60 elaborò prima la teoria centro-periferia e successivamente contribuì all’implementazione dell’Impresa Sostitutiva delle Importazioni (ISI) per permettere ai Paesi latinoamericani di sviluppare prima di tutto mercato ed industria interna. Un elenco di meriti di rilevanza internazionale che fanno di questo Paese un attore in apparenza protagonista e leader. Tuttavia Buenos Aires ha sempre vissuto in concreto una diversificazione produttiva esigua tanto da far sostare da sempre l’Argentina dinanzi ad un bivio amletico: diventare una potenza industriale o volta allo sviluppo del settore agroalimentare? E senza prender mai una direzione precisa, il “cadetto” Argentina si è visto superare da Brasile, Cile, Messico e la sua partnership economica è passata in secondo piano anche per il piccolo Uruguay, che preferisce accodarsi alla potenza brasiliana. All’impasse argentina contribuisce anche il secolare accentramento economico, politico e finanziario in Buenos Aires, la capitale federale. Si tratta in realtà di un sistema ormai invalicabile che trasforma il resto del Paese (soprattutto a sud della capitale) in una periferia accessoria e funzionale al centro di potere. Forse è proprio questo il più grande ostacolo per la corsa argentina al protagonismo regionale, e il forte liberismo economico vissuto dall’inizio della dittatura di Videla (1976) alla fine della presidenza Menem (1999) ha ridotto lo spazio per possibilità di sviluppo alternativo e diversificato. Il sodalizio Fondo Monetario Internazionale (FMI)-Buenos Aires di quegli anni contribuì infatti a creare una grande cattedrale finanziaria senza fondamenta che, se da un lato facevano acclamare il Paese del Cono Sud quale unico stato dell’America Latina capace di entrare nel club ristretto delle grandi economie occidentali, dall’altro lato preparava l’intero complesso al collasso totale (2001) causato del sistema speculativo finanziario.

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Fig. 1 – Il “granaio mondiale” Argentina ad EXPO Milano 2015

DA DEFAULT A DEFAULT SELETTIVO – Il 2002 segna la comparsa sulla scena internazionale di un cognome che a livello politico ha fatto storia per il Paese del Cono Sud: Kirchner. Néstor Kirchner compare sulla scena nazionale proprio nel 2002 per raccogliere un’economia ormai alla deriva finanziaria. Nonostante la gravità della situazione e nonostante la forte diffidenza popolare verso il peronista sconosciuto (la sua elezione è avvenuta in un clima in cui vi era un comprensibile distacco tra politica e popolo e l’affluenza alle urne fu molto bassa), questi è riuscito a conquistare la leadership politica mediante concrete opere di ristrutturazione economica e finanziaria del Paese, tanto da portarlo, nel 2005, a dichiarare con orgoglio conclusa la posizione debitoria nei confronti del FMI. Allo stesso tempo lo stesso Néstor Kirchner si fa promotore con Lula e Chávez dell’integrazione regionale (nel 2008 nasce l’Unasur) e del riequilibrio dei rapporti con gli Stati Uniti (declino del progetto ALCA -2004). Tappe politiche non indifferenti che creano tutti i presupposti per parlare di Argentina tra le economie emergenti del nuovo secolo. Ma proprio il radicale antagonismo con gli istituti di credito internazionali (FMI e Banca Mondiale) portano Buenos Aires a esporsi ad un continuo attacco finanziario: accuse di mancata chiarezza nei conti pubblici, mercato del dollaro parallelo crescente e, in ultima analisi, il ripristino di condizioni di insolvenza creditizia legate al default del 2001, contribuiscono a mantenere alta la percezione di rischio negli investitori stranieri che pertanto veicolano i propri capitali verso Paesi ritenuti maggiormente solidi dal punto di vista finanziario. Molto brevemente si può affermare che siamo spettatori di un sistema che si autoalimenta, perché se da un lato l’inflazione ha subito realmente una crescita a partire dal 2003, dall’altro questa viene alimentata dall’aumento delle operazione di cambio valuta nel mercato nero del dollaro e dall’assenza di capitali di investimento in entrata, fortemente impauriti dal rischio percepito. Tale rischio si forma sull’acquisizione di notizie inerenti il Paese e un forte peso lo hanno quelle veicolate dai media internazionali. Ecco quindi come l’utilizzo della parola default (ed in aggiunta la parola “selettivo”, che a questo punto diventa puramente accessoria) allarmano chiunque possa essere interessato ad un qualsiasi investimento nel Cono Sud. Una condizione derivante dal duro affronto di Nestor Kirchner al FMI (2005) e perpetrata da Cristina Kirchner (moglie di Néstor e suo erede politico dal 2007 ad oggi), tanto da contraddistinguere il corso politico così formatosi come kirchnerismo (ovvero caratterizzato proprio dal carisma della singola persona che detiene la leadership – un caso simile è riscontrabile nel chavismo venezuelano).

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Fig. 2 – I coniugi Kirchner dopo l’elezione di Cristina alla presidenza, 2007

LE DUE FACCE DEL KIRCHNERISMO – Tuttavia occorre distinguere il kirchnerismo in due fasi: la prima (2002 – 2010) vede un’importante opera di ristrutturazione economica e finanziaria utile a riportare l’Argentina in una posizione di “economia emergente”. Ma proprio nel momento in cui appare naturale la consacrazione a questo ruolo, Buenos Aires arresta la sua corsa andandosi ad arenare nei perenni problemi strutturali che la contraddistinguono: forte accentramento politico ed economico nella capitale, incapacità di affrontare una vera e propria diversificazione produttiva e relazioni esterne troppo polarizzate tra loro. In quest’ultimo punto si evidenzia da un lato l’approccio come potenza nell’interazione con Uruguay e Paraguay, e di contro un approccio più mite e ridimensionato nel confronto con il Brasile, verso il quale si nutre in realtà un sentimento di competizione per la leadership. Proprio questa può essere identificata come seconda parte (2011-2015) del kirchnerismo, ossia una fase in cui non vi è l’evoluzione del processo di crescita argentino, bensì un perpetrarsi della politica di Néstor Kirchner anche dopo la sua scomparsa (2010). La mancata evoluzione è stata favorita da interferenze esterne (come ad esempio i già annoverati attriti con il FMI), ma non dalle stesse causata, visto che occorre ricondurre tale genesi alla politica conservatrice di Cristina Kirchner. Nonostante ciò la Presidentessa ha consolidato il proprio carisma politico all’interno del Paese, tanto che la fine del suo mandato sembra quasi lasciare un vuoto nell’idea politica argentina e tale condizione è possibile solo quando la singola figura carismatica supera il partito politico (Frente para la Victoria) diventando lei stessa partito (un po’ come avvenuto in Venezuela con Chavez). Sulla base di ciò non è affatto una sorpresa se Cristina Fernández de Kirchner sta concludendo il proprio mandato con una popolarità del 60%.

William Bavone

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Un chicco in più:

Per ulteriori informazioni sullo scontro tra FMI e Cristina Kirchner si rimanda ad un approfondimento del 12 ottobre 2012 pubblicato dallo stesso autore su Clarissa.it 

L’importanza regionale dell’Argentina è indiscutibile: a tal proposito si rimanda ad un ulteriore approfondimento pubblicato sul sito internet argentino Integración Nacional

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Foto: JUANSANTE

Foto: rbpdesigner

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Laureato in Economia Aziendale presso l’Università del Sannio-Benevento, ha collaborato con diverse riviste di geopolitica italiane e straniere, tra le quali «Eurasia», «Africana», «Reconciliando Mundos» e «Equilibrium Global». Membro del Comitato Scientifico di «Scenari Internazionali» e analista per «L’Indro» e «Millennials Press», è autore di Le rivolte gattopardiane (Anteo Edizioni – 2012), vincitore del Premio Nabokov 2014 – sezione Saggi Editi; Sulle tracce di Simón Bolívar (Anteo Edizioni – 2014); Appunti di geopolitica (Arduino Sacco Editore – 2014); Eurosisma (Castelvecchi Editore – 2016).

2 Commenti

  1. Finalmente unn’analisi comprensibile e condivisibile sulla situazione argentina. La cosa che più lascia perplessi e scontenti è l’incapacità della classe dirigente argentina di sostenere uno sviluppo economico più che possibile per un Paese con risorse naturali considerevoli. Temo che ciò sia anche dovuto all’estremo conservatorismo e protezionismo operato dai grandi ricchi, in particolare latifondisti e allevatori.

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