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Dopo le elezioni che hanno riconfermato al potere il leader conservatore Ahmadi-Nejad, il Paese è in balia del caos; le proteste popolari sono al di là di quanto si potesse immaginare. Quali sono le prospettive per l'immediato futuro della repubblica islamica mediorientale?

Che direzione sta prendendo l’Iran? – Per il momento è ancora presto per determinarlo, come sicuramente è difficile capire che ne sarà dell’onda verde che sta invadendo le strade di Teheran da quasi una settimana, come protesta per i presunti brogli elettorali del vincitore Mahmoud Ahmadi-Nejad. A dire il vero l’esito del voto, su cui ancora gravano molti dubbi, poteva essere prevedibile nell’individuazione del vincitore, ma sicuramente non nelle cifre ufficiali, né tantomeno nelle conseguenze che avrebbe avuto. Ahmadi-Nejad ha incassatto, secondo i dati forniti dal Ministero degli Interni, circa il doppio dei voti del rivale: circa il 66% contro il 33% di Mousavi, vale a dire più o meno 24 milioni di voti contro poco più di 13 milioni. Il risultato suona “strano” se si considera l’altissima affluenza alle urne, circa l’85%, e il fatto che pareva quasi sicuro che nei maggiori centri urbani, così come negli ambienti intellettuali e della media-borghesia, Mousavi fosse in netto vantaggio sull’attuale Presidente, mentre le cifre ufficiali parlano di una forbice per Ahmadi-Nejad tra il 60% ed il 69% in tutte le province, perfino in quella di Tabriz, a maggioranza azera, come di etnia azera è Mousavi.  

Se effettivamente Ahmadi-Nejad abbia ricorso a degli espedienti per manipolare il risultato delle urne, per il momento non è dato saperlo. Probabilmente, molti analisti concordano, il Presidente avrebbe vinto le elezioni senza la necessità di ricorrere a brogli elettorali, ma con un margine molto inferiore di distacco rispetto a Mousavi e, forse, in un secondo turno di ballottaggio. Che Ahmadi-Nejad sia ancora popolare al livello da essere rieletto dalla maggioranza degli iraniani non appare inverosimile, quanto invece, agli occhi degli Iraniani, è apparso inverosimile che si sia trattato di un semi-plebiscito. Ciò detto, nessuno, neanche il regime, probabilmente si sarebbe aspettato una reazione da parte dell’elettorato di Mousavi così decisa e plateale. Nessuno si aspettava di vedere cortei di centinaia di migliaia di persone riversarsi nelle strade di Teheran e nessuno si aspettava di trovarsi di fronte ad una repressione così dura, stile Tienanmen.

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Siamo dunque vicini ad una nuova rivoluzione, dopo quella del 1979? – Dipende da cosa di intende. In effetti, una sorta di rivoluzione sistemica potrebbe essere alle porte, ma non ha niente a che vedere con le “rivoluzioni colorate” che hanno investito negli anni scorsi alcuni Paesi come l’Ucraina e la Georgia (e che comunque, a distanza di anni, hanno dimostrato di non aver provocato un grande cambiamento decisivo in senso democratico…). Piuttosto potrebbe essere in atto una rivoluzione del sistema iraniano e del rapporto di potere all’interno dell’elite attualmente ai vertici dello Stato. E’ questa la posta in gioco in Iran: il sistema messo in piedi all’indomani della Rivoluzione e il concetto di teocrazia e legittimità religiosa del potere, rispetto a quella politica. In effetti già l’Ayatollah Khomeini aveva definitivamente stabilito il sopravvento dell’elemento politico su quello religioso, decretando che non sarebbe servito il titolo religioso di Ayatollah per assurgere al ruolo di Guida Suprema.

Oggi, alla luce dei fatti che stanno accadendo in Iran, il clero sciita e la Guida Suprema attuale potrebbero essere messi in secondo piano da un regime di stampo militare e praticamente laico (Ahmadi-Nejad), molto più nazionalista e militarista, che religioso. Altrimenti l’Iran, con i riformisti e i pragmatici di Rafsanjani che hanno l’intento di spartirsi il potere, potrebbe divenire una Repubblica sempre meno religiosa e sempre più politica, riducendo l’elemento religioso, attualmente fondante della Repubblica stessa, a mera caratteristica sociale e popolare, piuttosto che statale.

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Redazione

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