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Il Presidente USA è ormai al potere da un anno: è possibile trarre un primo bilancio del suo operato. Vediamo che ne pensa Moreno Bertoldi, della Direzione Generale Affari Economici e Finanziari dell’UE

LA SITUAZIONE USA – Mercoledì 16 dicembre, in un incontro organizzato dall’associazione “Libertà Eguale”, Moreno Bertoldi, Capo Unità alla Commissione Europea – Direzione Generale degli Affari Economici e Finanziari -, ha tracciato un personale bilancio sulla politica economica di Obama nel suo primo anno di presidenza. Le valutazioni dell’economista muovono da alcune considerazioni riguardanti la drammatica congiuntura economica che Obama si è trovato suo malgrado ad affrontare, avendo assunto la carica solo tre mesi dopo lo scoppio della crisi del subprime, crisi che Bertoldi non fatica a definire: “la più grande crisi dalla grande depressione”. In una situazione così difficile Obama si è trovato obbligato ad  approntare “una svolta drammatica rispetto alla politica economica degli Stati Uniti degli ultimi otto anni, ma anche rispetto a Clinton, e se si vuole, un cambio completo del paradigma che si è affermato dai tempi di Reagan”. Un paradigma che si fondava su concetti quali la deregolamentazione (secondo il motto reaganiano per cui “lo stato non è la soluzione, è il problema”), la concorrenza, l’innovazione, la globalizzazione. Questo modello ha garantito agli Usa tassi di crescita dell’economia tra i più alti al mondo: “l’economia americana era quella che, nonostante fosse la prima al mondo, riusciva ancora per il dinamismo a crescere più di Unione Europea e Giappone e a condurre il mondo a una crescita, probabilmente con il tasso più alto della storia, + 5% a livello mondiale tra il 2004-2006. E questo aveva condotto all’uscita dalla povertà centinaia di migliaia di persone, particolarmente in India e in Cina. (…) il modello americano sembrava il modello vincente.”

LUCI MA ANCHE OMBRE – Come poi la crisi ha dimostrato, la grande dinamicità del sistema economico americano era basato però su alcuni squilibri, che Bertoldi ha individuato in particolare in questi elementi: un contratto sociale basato sul debito, un tasso di risparmio vicino allo zero, un’eccessiva facilità dell’erogazione dei prestiti che serviva a sostenere i consumi in particolar modo nel settore immobiliare, cosa che poi ha portato alla crescita e successiva esplosione delle bolle speculative in questo settore, un deficit pubblico in costante crescita (qui l’esperto ha fatto notare come sarebbe importante per valutare efficacemente questo indice considerare non solo il debito pubblico federale, come in America si tende a fare, ma anche quello degli stati  e delle municipalità, che risultano i veri responsabili di questo importante deficit). Inoltre questo sistema ha favorito una certa disuguaglianza nella distribuzione del reddito. Bertoldi ha sottolineato in particolare come “il rapporto tra la ricchezza media di una famiglia bianca e di una afroamericana è circa di 9 a 1.” La recente crisi ha mostrato impietosamente le debolezze del sistema economico statunitense. Si aggiunga che un tasso di disoccupazione del 10% ha per una nazione con un welfare poco sviluppato come gli Stati Uniti un effetto devastante, a confronto con gli stati europei in cui vige un sistema di sussidi alla disoccupazione e in generale di sostegno economico dello stato. Obama si trova quindi a dover affrontare una situazione economica assai difficile.

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CHE FA BARACK? – Tra le prime mosse di Obama, Bertoldi giudica in maniera positiva lo stimolo fiscale, che incomincia ora a dare i suoi frutti, e prevede che presto ne sarà varato un altro. L’economista sottolinea l’importanza del progetto obamiano di riforma sanitaria, oltre che da un punto di vista sociale, da quello economico. Facendo riferimento a una serie molto significativa di dati forniti da diversi organismi internazionali, Bertoldi evidenzia come l’attuale sistema sanitario divori letteralmente una parte consistente delle risorse economiche del paese: “il tasso di crescita delle spese mediche ogni anno è superiore a quello del Pil (…) e in una proiezione, senza gli effetti della crisi, si vede come la crescita della spesa sanitaria rischi di assorbire tutto l’aumento del reddito delle famiglie americane nei prossimi trent’anni.” Una riforma dell’inefficiente (in termini pro capite la spesa sanitaria americana è il doppio della media OCSE, mentre la speranza di vita è inferiore a quella dei principali paesi avanzati) sistema sanitario rappresenta quindi un passo fondamentale per uscire dal momento difficile dell’economia americana, nonché il principale banco di prova per la nuova amministrazione in vista delle elezioni di mid-term del prossimo anno. Tuttavia, come noto, il progetto di riforma sta incontrando notevoli resistenze da parte delle lobbies dei medici, delle assicurazioni, oltre a una opposizione ideologica da parte soprattutto repubblicana (ma non solo). Se si pensa che per la riforma il presidente ha bisogno in Senato di una maggioranza qualificata (60 voti) che risulta al momento alquanto traballante, si capisce come questa battaglia politica stia impegnando una buona parte delle risorse politiche dell’attuale amministrazione. La strategia del presidente su questo punto è molto più conciliante e pronta al compromesso, rispetto ad esempio a quella tratteggiata  in campagna elettorale da Hillary Clinton, come dimostra il comportamento tenuto nei confronti dei medici a cui è stato garantito che non ci saranno interventi sul costo delle loro prestazioni. Questo per assicurarsi l’appoggio della categoria, nonostante quella dei costi delle prestazioni sia un capitolo molto sostanzioso nelle ingenti spese sanitarie degli Usa. In questo modo evidentemente Obama rischia sì di portare a casa una riforma sanitaria, cosa fondamentale in termini elettorali, ma all’acqua di rose. Già l’opzione pubblica in ambito assicurativo è stata sacrificata sull’altare della convenienza politica, suscitando una forte delusione tra gli obamiani della prima ora.

UN PO'DI PAZIENZA – Tenendo conto dell’importanza di una riforma radicale al fine di riavviare un sistema economico in affanno e del fatto che in  questa battaglia sulla sanità Washington sta spendendo notevoli risorse politiche che potrebbero risultare utili per sostenere altre importanti e approfondite riforme economiche (come una nuova strategia per il tasso di cambio, per il consolidamento fiscale, una riforma della tassazione che favorisca il risparmio e ridimensioni i consumi, lo sviluppo di un nuovo modello di business post-crisi e di una alternativa al modello di contratto sociale basato sul debito degli ultimi vent’anni) questo modo di procedere potrebbe  risultare nel lungo periodo controproducente. Bertoldi ricorda però come sia prematuro trarre conclusioni definitive, a neanche un anno dall’insediamento di Obama alla Casa Bianca: “Ci vorrà del tempo. L’emersione di un nuovo modello di crescita non è una cosa da un anno, non è una cosa da cinque anni (…) praticamente fino ad autunno la preoccupazione principale era evitare che la casa crollasse, non c’era tempo per molto altro. Adesso si sta cominciando a pensare a cosa facciamo dopo. Quale sarà il ruolo di un sistema finanziario che ha sostenuto un modello di crescita che non sarà più così? Dovrà essere più piccolo, abbiamo ridimensionato abbastanza, o possiamo pensare che possa essere ancora uno dei pilastri del sistema? Gli elementi mancanti è inevitabile che siano mancanti, ci vorrà del tempo.” 

Jacopo Marazia 22 dicembre 2009

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Jacopo Marazia

Mi chiamo Jacopo, da 30 anni circa ho i piedi infilati nelle pantofole del mio salotto meneghino e la testa sempre altrove (grazie internet!). La storia e la politica internazionale sono state prima la mia passione e poi oggetto di studio all’Università Statale, dove mi sono laureato in Scienze Internazionali e Istituzioni Europee. Europa, Russia e Balcani sono le aree geografiche che ho studiato più approfonditamente, mentre pirateria moderna, politiche energetiche e di sicurezza sono le questioni che ho seguito con più attenzione. Lavoro come copywriter presso un’agenzia di comunicazione. Mi piace disegnare e ogni tanto lo faccio anche per il Caffè. Scrivere, disegnare, fare video e grafica: il Caffè rappresenta per me un’ottima occasione per sperimentare nuovi modi per comunicare meglio contenuti di qualità. Hope you enjoy!

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