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Caffè Europeo – Non ci credeva nessuno, nemmeno i più ottimisti, costretti a nascondere l’entusiasmo dopo la figuraccia ai mondiali del 2010. La semifinale con la Germania è invece arrivata, portandosi dietro tutto il carosello di parallelismi con le condizioni critiche della vecchia Europa, riunita oggi nel vertice decisivo. Il passaggio della fase ai gruppi ci ha tenuto tutti col fiato sospeso, ma ora viene il difficile, dato che la sfida con la Germania è un evergreen che si ripete da anni. Dopo la vittoria con l’Inghilterra, anche i più pessimisti iniziano ora a credere nello “spirito di Berlino”. Il “cucchiaio” di Pirlo, citato ieri sera da Sergio Ramos, sembra aver dato solo il primo assaggio per arrivare all’insperata “ciliegina” di Kiev   L’ITALIA DEL GATTOPARDODel doman non v’è certezza, scriveva Lorenzo de’ Medici 520 anni fa. Non si può dire che la frase non sia di estrema attualità, pensando alla nostra Italia, intesa sia come Paese sia a livello di Nazionale. Il concetto della Nazionale specchio del proprio Paese è uno stereotipo che non sempre corrisponde alla realtà. Eppure, così come nel 2010, possiamo dire che calza a pennello per il nostro caso. Potremmo andare a rileggere quanto scritto due anni fa, in occasione dei mondiali sudafricani, per dire che è cambiato tutto, a partire dalle guide (da Lippi e Berlusconi a Prandelli e Monti, nessuno come lui può essere definito commissario “tecnico” del Paese), ma in fondo le differenze sono assai pochine. Potremmo dire, continuando il paragone, che due anni fa in entrambi i casi eravamo assai vicini alla fine di un ciclo, e ora non vediamo ancora con certezza la nascita di un ciclo nuovo, ma siamo in una fase di passaggio, con pochi punti fermi e tante incognite, sia per il nostro Paese sia per i nostri azzurri.   CI SORRIDONO I MONTI? – Tante volte, quando bisogna rilanciare la nostra Nazionale dopo periodi assai negativi a livello di prestazioni e di risultati, si parla di “Operazione simpatia”. Ecco, non si può dire che sia questa la “tattica” dalla quale ha preso spunto il C.T. Monti, chiamato come allenatore d’emergenza per salvare il Paese dall’orlo di una retrocessione nella divisione inferiore, dopo le inevitabili dimissioni del mister precedente. È evidente che anche il Premier, inizialmente benedetto dalla folla come l’uomo della salvezza, il Guardiola che avrebbe risvegliato il Paese, si ritrova adesso con parecchio tifo contro, a causa di provvedimenti tutt’altro che popolari. Un conto è salvarsi, un conto è crescere in classifica, e in questa fase due il nostro Governo, lo staff tecnico della squadra, sta incontrando maggiori fatiche. Il C.T., inoltre, è frenato dalla scadenza del contratto a breve termine, nella primavera della prossima stagione. Lì sì ci sarà da aprire un nuovo ciclo, anche se per adesso si vedono ben pochi spiragli di luce e di cambiamento per il futuro, e si teme che siano i “soliti noti”, da ovunque si guardi, a battersi per ottenere il posto da allenatore.   QUALCHE GRILLO PER LA TESTA – Se non fosse così, se non arrivassero a proporsi il Conte o lo Stramaccioni di turno a portare un po’ di novità nelle idee e nello stile, una ventata d’aria fresca, ci potrebbero essere due forti rischi: la disaffezione totale dei tifosi, che potrebbero disertare in massa gli “stadi”, ovvero le urne, nella prossima partita decisiva, e una nausea e uno sfinimento nei confronti della “casta” degli allenatori tali da scegliere chi allenatore non è, ma viene scelto solo per rompere il sistema. “Almeno prima ci si divertiva”, chiacchiera comune nei bar dello sport di chi rimpiange lo stile da showman del mister precedente. Sarebbe da ridere anche scegliere dei comici al posto degli allenatori, forse. E allora ci permettiamo di essere impopolari, e tutto sommato di tenerci stretti l’attuale commissario tecnico. E se adesso mister Monti sembra immerso nel pantano, senza riuscire ad adottare provvedimenti utili a farci crescere per arrivare a scalare diverse posizioni in classifica, i libri di storia sportiva, guardando dall’esterno e con obiettività quanto accaduto in questi mesi, racconteranno di quella prima fase quasi miracolosa, di quella salvezza ormai impossibile, tale era il crollo verticale della squadra. La serie B sembrava certa, così poi non è stato. Poi, si sa, i tifosi hanno la memoria corta. E in particolare gli italiani sono maestri nel sottolineare in matita rossa soprattutto le loro negatività, piuttosto che evidenziare i lati positivi. Ce ne basti sottolineare uno solo, dato che siamo abituati ad allargare i confini: il ruolo, l’immagine e la credibilità del nostro Paese all’estero sono tornati a livelli che da tempo non si vedevano.  
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SQUADRA DI LOTTA O DI GOVERNO? – E veniamo a mister Prandelli, capo del Governo di questa Nazionale azzurra. Anche lui è partito forte: l’uomo del nuovo ciclo, sempre sorridente e mai imbronciato come il Premier precedente. Belle prestazioni, trasparenza, anche una certa dose di bel calcio. Si punta sulla qualità, storicamente non proprio la prima caratteristica dell’Italia azzurra. Qualificazione all’Europeo ottenuta facilmente, giocando bene e subendo solo due gol. Anche qui però la “fase due” sembra segnare un brusco stop, come per il C.T. Monti. Prime crepe emergono nella popolarità del Premier Prandelli, a causa di alcune controverse scelte della sua squadra di Governo per gli Europei. Da un lato, alcune osservazioni di carattere squisitamente tecnico: l’assenza di prime punte, le discussioni sul blocco Juve, primo partito, vincitore alle elezioni questa stagione (7 bianconeri su 23: per alcuni sono troppi, per altri troppo pochi, pensando al livello della Juve quest’anno), il cambio di modulo nell’imminenza degli Europei, che sembra rigettare il lavoro di due anni, con quel De Rossi centrale di difesa che potrebbe apparire un azzardo. Altre questioni sono invece di altro carattere, legati a scandali veri o presunti che hanno colpito alcuni ministri, tanto che uno è stato escluso all’ultimo dalla compagine governativa. Poi si sa, nel Paese degli scandali il garantismo non va di moda, e giungiamo spesso a un livello di indignazione tale da gettare fango, tanto nel pallone quanto nella politica, a prescindere dall’accertamento di responsabilità, che a volte vi sono, e gravissime, mentre altri casi alla prova dei fatti si sgonfiano come bolle di sapone. Insomma, alla resa dei conti, per il Premier Prandelli far crescere questo nuovo ciclo sembra più complicato del previsto. D’altronde si sa, siamo maestri nel complicarci la vita da soli.   SI SCENDE NELL’ARENA – È giunta l’ora, la prova del campo. Iniziano gli Europei, che – vi ricordate? – volevamo disputare nel nostro Paese, ma cinque anni fa non siamo neanche stati in grado di battere la concorrenza, tutt’altro che agguerrita, di Polonia e Ucraina. Nella gara di esordio, gli azzurri contro i campioni del mondo spagnoli (ecco, qui l’accostamento tale Paese-tale Nazionale non è poi così veritiero…) potrebbero scendere in campo con due giocatori di colore su undici: a suo modo un evento storico, figlio dei nostri tempi, che ci piace sottolineare. Come andrà? Lo scetticismo è forte. Ci esaltiamo nelle difficoltà e nell’emergenza, diciamo spesso. Storicamente vero, ma non è certo un’equazione, soprattutto nel campo di calcio. Due anni fa, alla vigilia della Slovacchia, scrivemmo proprio così, mostrando enorme ottimismo, che finì spernacchiato dalla storica imbarcata che ci siamo presi. Eppure, anche questa volta vogliamo guardare positivo: il calcio, dai mondiali del 1950 all’ultima Champions, fino a Olanda-Danimarca di ieri sera, è pieno di esempi e storie meravigliose che premiano squadre che partono spacciate e chiudono in trionfo. Senza dimenticare, in questa carrellata, quel meraviglioso mondiale 2006, rispetto al quale, attualmente, il clima alla vigilia è assolutamente idilliaco. E allora coccoliamoci i nostri migliori giocatori, da Buffon a Pirlo, da De Rossi a Marchisio, da Balotelli a Cassano, speriamo nelle liete sorprese, dai Giaccherini ai Govinco, puntiamo sul nostro gruppo, scendiamo in campo coi nostri azzurri e vediamo che succede. Pessimisti o ottimisti, delusi in partenza o speranzosi, vedete voi. In fondo, chi vuol essere lieto sia, come diceva messer ‘de Medici.   Alberto Rossi
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Alberto Rossi

Classe 1984, laureato nel 2009 in Scienze delle Relazioni Internazionali e dell’Integrazione Europea all’Università Cattolica di Milano (Facoltà di Scienze Politiche). La mia tesi sulla Seconda Intifada è stata svolta “sul campo” tra Israele e Territori Palestinesi vivendo a Gerusalemme, città in cui sono stato più volte, che porto nel cuore e in cui andrei domani a vivere (e sì, sembra assurdo, ma anche mia moglie Cristina verrebbe di corsa con me. Nostra figlia Anita invece, nata a maggio 2015, ancora non ci ha detto cosa ne pensa). Vivo a Milano, dopo 28 anni di Brianza, e sono Responsabile Marketing della Fondazione Italia Cina e analista del CeSIF (Centro Studi per l’Impresa della Fondazione Italia Cina). Tra le mie passioni, il calcio (portiere, allenatore, tifoso), la politica, i libri di Giovannino Guareschi, i giochi di magia, il teatro, la radio. Già, la radio: nel 2009 conducevo un programma di esteri su Bmradio.it, e con alcuni amici/colleghi appassionati di geopolitica e relazioni internazionali ci siamo detti: la radio non basta, dovremmo inventarci qualcosa di più per parlarne… Ecco, Il Caffè Geopolitico, di cui sono Presidente, è nato più o meno così.

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