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Venerdì 22 Maggio si è concluso il quarto summit del Partenariato Orientale a Riga. Come previsto da molti, i risultati sono di scarso valore, sia dal punto di vista pratico, ma soprattutto da quello simbolico. Sarà dunque lecito aspettarsi nel futuro un ripensamento europeo nei confronti di questo format, ad oggi ancora da considerarsi fallimentare

PREMESSE MANTENUTE – Nessun colpo di scena, questa volta. Si dimentichi il precedente summit del Partenariato Orientale tenutosi a Vilnius nel Novembre del 2013. In tale occasione, infatti, il “carico da undici” ci fu, e provocò la scintilla che incendiò la protesta e la rabbia di larga parte della popolazione ucraina che, appresa la notizia della mancata firma dell’accordo di associazione all’Unione Europea da parte del presidente Yanukovich, successivamente diede vita al movimento cosiddetto chiamato Euromaidan, con le note conseguenze a cui ancora oggi assistiamo.

Per analizzare i risultati di questo summit, si può pure incominciare dalle sue premesse, dal momento che sostanzialmente esse coincidono con gli effettivi esiti prodotti da questo quarto incontro al vertice del Partenariato. Già da qualche settimana precedente al summit, infatti, un discreto numero di think tank e giornali internazionali avevano diffuso l’indiscrezione che tra le diplomazie europee stava già circolando la bozza del documento ufficiale da dover discutere e successivamente da approvare al vertice. Davvero rilevante in questo passaggio preliminare, è stata la previsione che il summit avrebbe prodotto risultati assolutamente modesti e privi di sostanziali novità.

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Fig. 1 – Un’immagine dall’ultimo vertice del Partenariato Orientale di Riga

RISULTATI – L’ “antipasto” del vertice, prima che gli invitati si siedano effettivamente al tavolo, viene subito servito dalla decisione di due dei sei Paesi partner (specificamente Armenia e Bielorussia) di rifiutarsi di firmare una dichiarazione preliminare, sostenuta da tutti gli altri Paesi membri, a proposito della opposizione europea alla aggressione e successiva annessione russa della Crimea. Poche sorprese anche qui: Armenia e Bielorussia già avevano votato contro una risoluzione simile alle Nazioni Unite; inoltre, al momento i due Stati costituiscono il 50% dei membri (sicuramente non per peso specifico al suo interno) della neonata Unione Euroasiatica, un ancora incerto tentativo del Cremlino di controbilanciare l’attrattività che l’Unione Europea sa ancora esercitare verso alcuni Paesi dell’ex blocco sovietico, e pertanto rispondono in questo momento più agli interessi russi, che a quelli europei.
Da qui, si può pertanto comprendere sufficientemente bene uno dei punti fondamentali della dichiarazione finale del summit, posta nella prima delle tredici pagine componenti il documento. In questo punto viene sostanzialmente sancito il principio secondo cui i Paesi partner e i membri sono liberi di decidere il livello di impegno che vogliono raggiungere nel loro cammino verso una maggiore integrazione con l’Unione Europea. In poche parole, si realizza ciò che già era stato previsto settimane fa: un implicito arresto alla forza propulsiva del format del Partenariato, in cui, tramite la dichiarazione di “libertà d’azione” fornita ai partner, si nasconde una certa stanchezza e un buon grado di scetticismo da parte dei membri riguardo al successo di questo progetto.
Scetticismo che appare giustificato dal fatto che una delle decisioni più auspicate da Ucraina e Georgia durante questo vertice, ovvero la liberalizzazione del regime dei visti, non ha visto la luce, bensì ha subito un decisivo rallentamento dovuto all’ancora insoddisfacente livello di riforme interne raggiunto dai due Stati in questione (ad oggi, solo la Moldavia gode di un regime “visa – free”).
Nello stesso senso va quindi riportata l’affermazione presente al sesto punto della dichiarazione finale, secondo cui i partecipanti al vertice riaffermano l’impegno a proseguire e rafforzare relazioni individuali e personalizzate con i Paesi del partenariato, sempre a seconda del loro livello di impegno garantito; un’affermazione che, sebbene non vada in contrapposizione con lo spirito del Partenariato Orientale, ovvero quello di offrire dei canali di cooperazione più personalizzati di quelli offerti dalla Politica Europea di Vicinato,  ad oggi suona sempre più come un segnale di progressiva sfiducia, specialmente nei riguardi dei tre partner più problematici: Armenia, Azerbaigian e Bielorussia. Proprio su questi tre attori rimane poco da registrare. Sostanzialmente e nell’ordine: con l’Armenia, l’Unione Europea confida in un futuro approfondimento sulle materia di “interesse reciproco” (peraltro non specificate). Con l’Azerbaigian ci si felicita per la rafforzata cooperazione sulle materie di reciproco interesse (qui è facile capire la sottointesa importanza del Paese caucasico come pedina per la diversificazione energetica, specialmente alla luce dell’avvento prossimo del TAP, ovvero la Trans-Adriatic Pipeline). Per la Bielorussia, Paese ancora lontano da qualsiasi standard europeo, rimane ancora la speranza di riprendere il dialogo UE – Bielorussia sui diritti umani, tramite l’apposito istituto bilaterale creato nel 2012.

E LA RUSSIA? – Alla lettura del documento finale, la Russia pare essere la grande assente a questo vertice del Partenariato. A ben vedere, infatti, la Russia viene citata una sola volta (sic) in tutto il documento, e viene chiamata in causa per uno dei motivi più noti al grande pubblico, ovvero per la questione della sicurezza energetica, e nello specifico, riguardo l’auspicio dell’Unione Europea a servire come facilitatore del dialogo russo – ucraino sulla spinosa questione del gas, soprattutto nell’ottica realista che vede l’Ucraina come hub fondamentale di passaggio del gas russo verso l’Europa.
Con grande mancanza di coraggio, a detta di molti osservatori esterni, la Russia è stata emarginata dal documento finale, ma è, ai fatti, implicitamente presente come uno “spettro” che si aggira per i corridoi della sicurezza europea. Tre sono i sostanziali indizi che rivelano la sua inquietante presenza e la scarsa franchezza del linguaggio diplomatico europeo.
Il primo indizio è la dichiarazione al punto 3 secondo cui gli eventi in Georgia del 2008 e Ucraina 2014 rivelano che “i principi fondamentali di sovranità e integrità territoriale all’interno dei confini riconosciuti internazionalmente non possono essere considerati come principi garantiti nel 21° secolo sul continente europeo”. Una dichiarazione che sicuramente lascia perplessi, non tanto per il dato di fondo (è conclamato che si siano verificate delle violazioni del diritto internazionale in questi due casi), ma piuttosto per la diplomatica mancanza del coraggio di indicare che il problema è causato da un attore da tutti ben conosciuto: il Cremlino.
Il secondo indizio si trova esattamente al secondo paragrafo del medesimo punto sopracitato, nel quale si afferma che “il Partenariato Orientale è mirato alla costruzione di una area comune di democrazia, prosperità, stabilità e accresciuta cooperazione e non è diretta contro nessuno”. Chi sarebbe questo “signor nessuno”?
Il terzo indizio, già noto peraltro da tempo, è la posticipazione dell’entrata in vigore dell’accordo di DCFTA (Deep and Comprehensive Free Trade Area) con l’Ucraina al 1 Gennaio 2016, dopo che la pressione di Mosca ha sortito i suoi effetti, facendo posticipare di circa 15 mesi l’applicazione di questo accordo, previsto come conseguenza dell’Accordo di Associazione (AA – Association Agreement), firmato nel Marzo del 2014.

CONCLUSIONI – In conclusione, oltre i retorici sorrisi e le energetiche strette di mano in fronte a stampa e televisioni, con i noti siparietti del presidente della Commissione Europea Juncker, di questo summit rimane ben poco da consegnare al futuro. È stato più una tappa di passaggio, un obbligo che tutti i leader europei (ad eccezione probabilmente dei più convinti sostenitori del format, Lituania in primis per i Paesi membri, in aggiunta a Georgia, Ucraina e Moldavia per i partners) hanno svolto con lucido e diplomatico disinteresse, nell’attesa di vedere cosa il futuro possa riservare. Sembra però chiaro che la Russia ha già dimostrato di saper approfittare di questa debolezza. E forse, la prossima volta che lo farà, potrebbe essere nuovamente troppo tardi.

Fulvio Milesi

[box type=”shadow” align=”aligncenter” class=”” width=””]Un chicco in più

Quando si affronta il tema del Partenariato Orientale, occorre sgombrare il campo da alcuni preconcetti che normalmente avvolgono l’opinione pubblica media intorno a questo istituto. Il Partenariato (EaP – Eastern Partnership), concepito nel 2008 e diventato operativo nel 2009 col suo primo summit a Praga, non è propriamente concepito come un’anticamera ufficiale all’accesso definitivo all’interno dell’Unione Europea dei 6 Paesi coinvolti (Armenia, Azerbaigian, Bielorussia, Georgia, Moldavia, Ucraina), bensì come una ramificazione più mirata e specifica della più ampia Politica di Vicinato (ENP – European Neighbourhood Policy), mirante all’incremento dei rapporti economici e al miglioramento di quelli politici tra gli Stati membri e i partner tramite un percorso condiviso di riforme strutturali. Pertanto, è ad ogni modo onesto ammettere che sia legittimo non aspettarsi sempre rivoluzioni o stravolgimenti sensazionali, specialmente alla luce del fatto che il format del Partenariato, con il summit di Riga, ha appena compiuto sei anni, nel quale sono successi eventi che a ben vedere hanno già sconvolto già sufficientemente lo scenario di sicurezza nell’Europa dell’est e nel Caucaso (la guerra russo-georgiana del 2008 e l’aggressione russa in Crimea e il conflitto nel Donbass ancora in corso oggi dal 2014).  [/box]

 

Foto: The Prime Minister’s Office

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Fulvio Milesi

Mi sono laureato in Relazioni Internazionali presso l’Università Statale di Milano, dopo aver vissuto per un anno a Vilnius dove ho portato a termine la mia bellissima esperienza Erasmus. Grazie a questa incredibile ed affascinante parentesi della mia vita, ho scritto la mia tesi di laurea a proposito della Hybrid Warfare russa e le minacce alla sicurezza della Lituania, tramite l’interazione con molti studiosi e politici lituani.
E’ stato proprio questa esperienza a permettermi di godere di una prospettiva completamente diversa rispetto a quella italiana sulla politica estera e sulle relazioni internazionali, grazie alla quale ho potuto riconoscere la grande importanza di questa parte di Europa.
In generale, mi interesso sempre di tutto quello che mi circonda per cercare di capire le cause e provare a prevederne gli effetti; pertanto, dal mio punto di osservazione privilegiato, provo a raccontare la affascinante realtà dei Paesi baltici, la presenza “minacciosa” della Russia e il fondamentale tema della sicurezza energetica.

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