L'Emiro del Qatar Tamim
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L’identità nazionale forgia le priorità geostrategiche di Doha e Riyadh ed emerge una serrata competizione per la supremazia nella regione e la leadership della comunità islamica (umma)

Fig. 1 – Re Salman bin Abd al-Aziz A Saud, nato nel 1935 e in carica dal gennaio 2015, è il più giovane sovrano saudita.

PRIORITÀ A CONFRONTO – Le relazioni tra le due potenze del Golfo sono recentemente diventate un fattore rilevante capace di incidere in modo significativo sugli equilibri nell’area. Le Primavere arabe e gli scontri ancora in corso in Medio Oriente e in Nord Africa ne dimostrano l’ambiguità. Da un lato, l’Arabia Saudita, principale potenza del Golfo, storico alleato occidentale e primo esportatore mondiale di petrolio, è l’indiscussa patria dell’Islam e del Wahhabismo (interpretazione conservatrice ritenuta la base ideologica dei gruppi terroristici sunniti). Riyadh punta al mantenimento dello status quo al fine di tutelare la propria stabilità interna e proteggere gli assetti di potere favorevoli alla propria autorità. Dall’altro lato, il Qatar, piccolo Emirato a lungo satellite saudita, si serve della ricchezza derivante dalla produzione di gas naturale e dell’interazione con la Fratellanza Musulmana per rilanciare la propria immagine. Doha ha un’ambiziosa politica estera priva di limitazioni ideologiche e improntata al cambiamento che rilanci la propria autorevolezza internazionale. Contrastare l’ascesa iraniana in Medio Oriente e accrescere il proprio peso nel Golfo sono gli obiettivi principali dei due Paesi. Da questa considerazione pragmatica deriva indirettamente una connotazione religiosa. Qatar e Arabia Saudita seguono una differente applicazione del Wahhabismo. Riyadh, faro della umma, ne enfatizza le componenti salafita, puritana e quietista che permettono ai dotti sunniti (ulama) di incidere sulle scelte governative. Al contrario, a Doha prevalgono gli aspetti legati all’Islam politico, soprattutto grazie all’attivismo della Fratellanza Musulmana. Nell’Emirato, la mancanza di una classe dirigente clericale capace di esercitare pressioni sul governo degli Al-Thani ha avvantaggiato la società civile. Lungi dall’essere assimilabile ai Paesi liberali, il Qatar prevede le elezioni popolari di due terzi del Parlamento, concede alle donne il diritto di voto (attivo e passivo) nonché l’autonomia degli spostamenti e costruisce luoghi di culto e santuari per altre fedi. È, quindi, un’applicazione alternativa al rigido conservatorismo saudita e un modello di proselitismo secolare del Wahhabismo che provoca la diffidenza degli Al-Saud.

 Mosque Doha foto

Fig. 2 – Moschea Imam Muhammad Ibn Abdul Wahhab, Doha. Inaugurata nel 2012, è la più grande dell’Emirato.

LE ARMI DI DOHA CONTRO RIYADH – La spregiudicata strategia estera del Qatar è possibile grazie a due strumenti. Il primo è finanziario, ossia il fondo sovrano (stimato tra i 100 e i 200 miliardi di dollari), mediante il quale Doha investe ogni anno tra i 40 e i 50 miliardi di dollari in tutto il mondo. La presenza degli Al-Thani spazia dall’edilizia allo sport, dalla tecnologia al turismo, dalla moda alla cultura (moschee, associazioni caritatevoli e centri di cultura). La forza economica dell’Emirato va ben oltre le ridotte dimensioni geografiche e gli conferisce prestigio all’estero. Il secondo è mediatico, ossia il network di Al-Jazeera come canale diplomatico, attraverso il quale veicolare una combinazione di islamismo e panarabismo.

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Fig. 3 – Lo Sceicco Yusuf al-Qaradawi

Addirittura, lo Sceicco Yusuf al-Qaradawi, membro della Fratellanza, ha un proprio programma tramite il quale diffonde insegnamenti religiosi e politici. Il successo televisivo dei qatariani ha preoccupato Riyadh e gli Emirati amici, tanto da costringerli a inaugurare il network Al-Arabiya per contrastare la supremazia di Doha e promuovere l’azione saudita. Le capacità di mediazione degli Al-Thani sono solide ed efficaci. Negli anni, infatti, i sovrani dialogano con numerosi attori, conciliando relazioni bilaterali contraddittorie: prima della guerra civile siriana, gli acerrimi nemici sauditi di Damasco, Hezbollah e Teheran (con il quale l’Emirato condivide il principale giacimento off-shore di gas naturale – North Dome/South Pars) erano preziosi interlocutori insieme a Israele, Hamas, Stati Uniti ed Europa. Per molto tempo, questo metodo non ottenne grandi successi, sia per la sua ambiguità sia per la staticità degli equilibri mediorientali.

GUERRE CIVILI COME OPPORTUNITÀ – Le Primavere e i successivi scontri, dunque, offrono al Qatar inediti spazi d’azione dove poter far valere le proprie aspirazioni. Doha e Riyadh si inseriscono in contesti regionali diversi, rispetto ai quali elaborano approcci su misura. In Nord Africa, il Regno appoggia inizialmente i dittatori con i quali era alleato mentre l’Emirato sovvenziona i movimenti di protesta, con l’aspettativa di trovare nuovi punti di riferimento. In seguito, invece, il quadro cambia e la rivalità, alimentata dalla determinazione di entrambi a estendere la propria influenza, si alterna alla collaborazione, volta a sostenere interessi strategici comuni. In Egitto, ad esempio, Doha e Riyadh hanno incoraggiato le ostilità tra i Fratelli Musulmani (Morsi) e i vertici militari (Al-Sisi). Al contrario, sono sullo stesso fronte in Siria, Yemen e Libia, sebbene la complessità delle dinamiche locali frantumi gli schieramenti. Così, a Damasco i sauditi e i qatariani finanziano gli oppositori di Assad, parallelamente a Sana’a contrastano l’avanzata dei ribelli Houthi. L’obiettivo principale è ridimensionare la presenza iraniana in entrambi i territori e allontanare il pericolo di eventuali agitazioni sciite nel Golfo. Infine, a Tripoli, nonostante il comune supporto ai rivoltosi, gli Al-Thani sono vicino alle forze di stampo islamista, mentre gli Al-Saud sponsorizzano le forze secolariste del generale Haftar.

PROSPETTIVE FUTURE – Con l’ascesa dell’Emiro Tamim (2013), il Qatar sembra tornare a concentrarsi sugli affari domestici, soprattutto a causa delle delusioni internazionali e dei contraddittori sviluppi delle Primavere. È plausibile che ne derivi una riduzione dell’impegno materiale e una ripresa di un forte ruolo di mediazione. Questo potrebbe preludere a una maggiore attenzione alle riforme interne. La vetrina offerta dai campionati mondiali di calcio (2022) e l’insostenibilità del mantenimento di una popolazione composta all’85% da immigrati dovrebbero convincere il Qatar a mostrare una vera alternativa all’autoritarismo saudita, offrendo una concreta rappresentatività politica e migliori condizioni di lavoro. Inoltre, è significativo il ritorno della dicotomia sciiti–sunniti, intorno alla quale ruotano i recenti sviluppi in Siria e Yemen. Essa, infatti, potrebbe favorire un riassorbimento degli attriti tra Doha e Riyadh, dal momento che la salvaguardia dei propri vantaggi geopolitici è primaria rispetto alle ambizioni internazionali. In ogni caso, l’antagonismo si manifesterebbe sia nel Consiglio di Cooperazione del Golfo, dove l’ascendente saudita è notevole, sia una volta terminati i conflitti civili, per l’istituzione di una forza di Governo che faccia inevitabilmente capo all’uno o all’altro Stato. Insomma, in un contesto in continuo mutamento e grazie ai patrimoni a disposizione, Arabia Saudita e Qatar trovano spazi di manovra per affermarsi all’estero e promuovere i propri tornaconti economici e strategici di lungo periodo. Riyadh lo fa guardando ad un passato sacro e mitizzato, Doha pensando al futuro da plasmare.

Gulf Cooperation Council 2015 foto

Fig. 4 – Il Presidente USA Obama e i membri del Consiglio di Cooperazione del Golfo

Sveva Sanguinazzi

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Un chicco in più

Consigli di lettura

Per approfondire la conoscenza degli insegnamenti di Muhammad Abd al-Wahhab, si suggeriscono due libri che ne spiegano i contenuti, li contestualizzano e valutano la loro eventuale coerenza rispetto ai moderni movimenti terroristici:

  • Algar, H. Wahhabism: A Critical Essay, Islamic Publications International, 2002;
  • DeLong-Bas, N. J. Wahhabi Islam: From Revival and Reform to Global Jihad, Oxford University Press, 2008.

In particolare, per quanto riguarda il ruolo degli ulama wahhabiti in Arabia Saudita, si rimanda a

  •  Commins, D. The Wahhabi Mission and Saudi Arabia, I. B. Tauris, 2009.

Infine, per un confronto tra i due diversi conservatorismi, si propone la breve analisi di

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Sveva Sanguinazzi

Sono nata nel 1989 a Fiorenzuola d’Arda (Piacenza) ed ho conseguito la laurea specialistica con lode in Relazioni Internazionali presso l’Università di Bologna, scrivendo una tesi sul rapporto tra Arabia Saudita e terrorismo islamico (marzo 2014). Dopo un breve soggiorno Erasmus a Copenhagen, attualmente (ottobre 2014 – giugno 2015) vivo a Tunisi, dove seguo un corso di perfezionamento della lingua araba. Una volta tornata in Italia mi piacerebbe iniziare un dottorato o un periodo di ricerca presso società private. Affascinata dai Paesi del Golfo (e più in generale da tutta la regione MENA), mi interesso di tutto ciò che riguarda il terrorismo, dell’influenza che la religione esercita sulla politica e di tribalismo.

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