Puoi leggerlo in 5 min.

In 5 domande e 5 risposteLa storia ci insegna che l’economia può essere – ed è spesso stata – tra le principali cause di rivalità e conflitti. Oggi, però, guardando al futuro, proviamo ad adottare una prospettiva diversa. E’ possibile che in un mondo agitato da quella che in molti definiscono una «guerra di religione» l’economia, grazie alla sua capacità di creare interdipendenza e comunanza di interessi, possa essere, invece, strumento di pacificazione?”

1) CHE COS’È LA FINANZA ISLAMICA?La finanza islamica è quell’insieme di pratiche, transazioni e contratti che sono conformi ai dettami della shari’ah, la Legge di Dio. Nel mondo islamico, infatti, ogni aspetto della vita della comunità dei credenti, dalla sfera privata all’attività imprenditoriale ed economica, deve conformarsi ai principi della shari’ah. Sebbene la stragrande maggioranza dei Paesi (ad eccezione di Sudan e Iran) si siano dotati di leggi statali in materia di contratti (e, più in generale, di economia e finanza), la shari’ah «permea» l’attività bancaria e finanziaria nel mondo musulmano.

Embed from Getty Images

Fig. 1 – Una banca islamica a Dubai

2) QUALI SONO LE FONTI DELLA SHARI’AH?Le fonti della shari’ah (in ordine gerarchico) sono il Corano, la sunnah, ossia le azioni e i detti del profeta Maometto trasmessi per via orale in forma di hadith (i racconti dei compagni del profeta) e la giurisprudenza islamica (fiqh). La shari’ah non è un sistema codificato di leggi e, nonostante il Corano contenga regole esplicite con riguardo al diritto civile e penale, alla proprietà, ai contratti e al sistema economico, solo una piccola percentuale (circa il 3%) dei versetti presenti nel libro sacro (spesso nemmeno di agevole interpretazione) ha un vero e proprio contenuto normativo. Per questa ragione, gli sforzi interpretativi degli esperti e, in particolare, delle principali scuole giuridiche islamiche (tradizionalmente divise in due gruppi, quelle di osservanza sunnita e quelle di osservanza sciita) ricoprono un ruolo fondamentale nell’individuazione dei precetti della shari’ah.
Non vi è però uniformità nell’interpretazione (è addirittura dibattuto se la stessa sia ancora possibile dato che alcuni studiosi sostengono che si sia completata secoli fa) e nemmeno un’autorità religiosa centrale in grado di ricondurre ad unità le molteplici prassi ed opinioni. Nel tentativo di mitigare tale incertezza (inevitabilmente foriera di preclusioni alla crescita della finanza islamica), le principali istituzioni finanziarie islamiche hanno istituito una serie di organismi internazionali (come l’Accounting and Auditing Organization for Islamic Financial Institutions con sede in Bahrain e l’Islamic Financial Services Board con sede in Malesia) con lo scopo di individuare linee guida comuni.

3) QUALI SONO I PRINCIPALI PRECETTI IN MATERIA DI FINANZA?Tra i principali precetti in materia di transazioni finanziarie si possono annoverare:

  • divieto del ribà (interesse): secondo gli studiosi islamici risulta vietato qualsiasi «incremento» di denaro che risulti «ingiustificato», ossia qualsiasi tasso di rendimento, positivo, fisso e predeterminato, che venga garantito a prescindere dall’andamento dell’attività sottostante. In ossequio al fondamentale principio della condivisione del rischio e del rendimento (profit and loss sharing) non vi può essere guadagno senza assunzione di rischio ed il prestito è, dunque, consentito solo se la remunerazione è legata agli effettivi risultati dell’impiego del capitale;
  • divieto di ghàrar (irragionevole incertezza) e maysìr (speculazione): i contratti caratterizzati dall’azzardo o da un’eccessiva incertezza (soprattutto in relazione ad elementi essenziali degli stessi come il prezzo o l’oggetto) sono proibiti. È vietata anche la speculazione (maysìr), ossia il tentativo di ottenere ricchezza in modo casuale, sfruttando speculativamente l’incertezza e scommettendo sul risultato futuro di un evento;
  • proibizione dell’uso, commercio o investimento (diretto o indiretto) in beni o attività proibite (haram) quali bevande alcoliche, carne di maiale, armi, tabacco, pornografia, scommesse, casinò, night club e tv via cavo;
  • imprescindibile legame tra transazioni finanziarie ed attività economica reale.

Embed from Getty Images

Fig. 2 – La Islamic Bank of Britain

 

4) PERCHÉ CRESCE L’ATTENZIONE PER LA FINANZA ISLAMICA?Negli ultimi anni si è assistito ad una progressiva crescita di interesse per la finanza islamica da parte di istituzioni ed autorità europee ed internazionali, di entità governative (nel 2014 il Regno Unito è stato il primo Paese occidentale ad emettere un c.d. sukuk) e di organismi della finanza «convenzionale» che, realizzando le potenzialità del settore, hanno iniziato a sviluppare al proprio interno delle c.d. «finestre islamiche».

Alla base di questa tendenza vi sono molteplici ragioni, tra le quali:

  • la notevole crescita della finanza islamica: dagli anni ’90 del secolo scorso al 2013 le attività finanziarie islamiche sono cresciute da 150 a 1.900 miliardi di dollari statunitensi;
  • le grandi potenzialità di canalizzazione di investimenti e affari di alcuni Paesi dell’area (come sottolineato da Ernst & Young con la ricerca «Baromed Attractiveness survey 2015, The Next Opportunity»);
  • le dimensioni della comunità musulmana in Europa (oltre 17 milioni di persone, pari al 4,6% della popolazione complessiva nel 2014) e in Italia (sempre nel 2014, circa un milione e mezzo di persone, pari al 32,9% della popolazione straniera residente e quasi al 3% dell’intera popolazione nazionale) e la crescente richiesta di strumenti finanziari conformi ai dettami della shari’ah;
  • la ricerca di soluzioni finanziarie alternative a seguito della crisi. Vi è la percezione che la finanza islamica, in considerazione dell’imprescindibile legame tra transazioni finanziarie e attività economica «reale», della maggiore diversificazione del rischio e dell’avversione per la speculazione, possa contribuire ad una maggiore stabilità finanziaria a livello globale;
  • i tentativi di attrarre liquidità dai Paesi produttori di petrolio (si pensi ad esempio, qualora i negoziati dovessero andare a buon fine, alle potenzialità legate al sollevamento delle sanzioni contro l’Iran che nel 2013 deteneva il 39,7% delle attività finanziarie islamiche a livello globale).

5) QUALI OPPORTUNITÀ PER LE AZIENDE ITALIANE E PER IL NOSTRO PAESE E A LIVELLO GLOBALE?Nella pubblicazione «La finanza islamica nel contesto giuridico ed economico italiano», la Commissione Nazionale per le Società e la Borsa (CONSOB) evidenzia come maggiori iniziative nel campo della finanza islamica potrebbero, tra l’altro, creare notevoli opportunità in termini di:

  • attrazione di investimenti da parte degli importanti fondi sovrani di Paesi musulmani operanti in Italia che potrebbero dare un notevole impulso alla nostra economia;
  • effetti positivi sia sulla liquidità dei titoli sia sul costo del capitale per le imprese italiane se le stesse fossero maggiormente rappresentate nei maggiori indici islamici, tipicamente presi a riferimento dai gestori del risparmio islamico;
  • offerta in Italia di prodotti e servizi finanziari islamici e raccolta di capitale presso la comunità musulmana, ampliando così il novero delle scelte di investimento a disposizione ed evitando che ad una parte della popolazione sia impedito di accedere a servizi e prodotti finanziari in ragione del proprio credo religioso.

Una maggiore interazione a livello economico potrebbe stimolare i Paesi islamici coinvolti ad intraprendere azioni positive per rimuovere quei fattori tristemente presenti nell’area (instabilità politica, scarsa sicurezza e mancanza di trasparenza nei processi politico-amministrativi) che vengono spesso identificati quali principali ostacoli agli investimenti e allo sviluppo degli affari. Inoltre, un maggiore coinvolgimento della comunità islamica nell’economia del Paese ospitante potrebbe contribuire a sviluppare un senso di comunanza di destino ed essere dunque foriero di positivi fenomeni di integrazione anche a livello sociale.

Se è vero che la «la pace […] richiede di lavorare e vivere insieme» (Oscar Arias Sánchez),la finanza islamica potrebbe essere considerata non come «ulteriore contrapposizione» ma, al contrario, come meravigliosa opportunità di integrazione.

Elisa Albini

 

[box type=”shadow” align=”aligncenter” class=”” width=””]Un chicco in più

La comunità islamica si divide tradizionalmente in due correnti: sunnita (che rappresenta l’ortodossia dell’Islam) e sciita. Alla base dello scisma vi sarebbero le divergenze createsi dopo la morte del profeta Maometto con riguardo alla sua successione: mentre per i sunniti (la maggioranza dei musulmani) qualsiasi fedele, non necessariamente discendente del profeta, può guidare a pieno titolo la comunità, per gli sciiti il ruolo di guida spetterebbe solamente ai diretti discendenti del profeta.

I sukuk (comunemente, ma non del tutto propriamente, detti anche bond islamici) sono titoli rappresentativi di quote di proprietà indivisa su un patrimonio complessivo costituito da attività reali (beni materiali, servizi, progetti, investimenti, etc.). In ossequio ai principi della finanza islamica, e diversamente dalle obbligazioni convenzionali, il diritto alla remunerazione del possessore di un sukuk dipende dall’andamento delle attività sottostanti e lo stesso rimborso del capitale non è garantito.

Sono indici islamici quegli indici di strumenti finanziari azionari o obbligazionari, conformi ai dettami della shari’ah, creati, a livello globale, dalle principali società del settore. Molti spunti evidenziati in questo contributo sono basati, tra l’altro, sulle seguenti pubblicazioni in tema di finanza islamica: Commissione Nazionale per le Società e la Borsa (CONSOB), S. Alvaro, La finanza islamica nel contesto giuridico ed economico italiano, Quaderno giuridico n. 6, luglio 2014; Banca Centrale Europea, AA.VV., Islamic Finance in Europe, Occasional paper series n. 146, luglio 2013.[/box]

Foto: naza.carraro

Print Friendly, PDF & Email

1 commento

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci qui il tuo commento
Inserisci il tuo nome