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Expo intende costituire una piattaforma globale per il confronto tra le due macro – impostazioni che la contraddistinguono, quella finanziaria – commerciale degli sponsor multinazionali (McDonald’s, Coca Cola) e quella sociale – agraria capeggiata dall’ambassador d’eccezione, Vandana Shiva. 

LE DUE “ANIME” DI EXPO – Il confronto sarà aspro e il risultato, quale che sia, sarà contenuto nella Carta di Milano, consegnata a Ban-ki-Moon in Ottobre. Per arrivare ad una definizione delle prospettive mondiali bisogna partire dall’osservazione dei paradossi attuali nel campo della food security. Il primo sta nel fatto che, nonostante la più grande produzione di cibo di sempre, secondo la FAO nel mondo ci sono ancora 842 milioni di persone che soffrono la fame. Per lo più sono localizzate nell’Africa subsahariana, terra di contrasti, di instabilità e di diritti negati. E’ l’altra faccia del dramma umano dei migranti che popola le colonne dei giornali di questo periodo, come ha ricordato qualche giorno fa il Ministro Martina presentando la Carta di Milano; la fame spinge le persone.
Il contraltare della fame, nel mondo ricco, è la presenza in occidente di un miliardo e mezzo di obesi, cittadini dalla salute a rischio e dal forte impatto sui conti, già disastrati, della sanità pubblica. Per usare le parole di Josè Graziano da Silva, direttore generale della FAO, “è evidente che nel mondo c’è un’iniqua distribuzione di ricchezza”, che causa disequilibri. Certamente non sarà facile intervenire a livello globale su questo ma l’occidente può comunque avere un ruolo di primo piano nell’altra paradosso della nostra epoca, lo spreco alimentare.

I DIVERSI TIPI DI SPRECO –  Con il miglioramento delle tecniche produttive lo spreco nella fase di creazione del bene alimentare è molto diminuito. La food loss è presente per lo più in Paesi dall’agricoltura non efficiente o che non usano le adeguate tecnologie. Lo spreco tipicamente occidentale, invece, avviene per lo più nella fase del consumo e viene definito food waste. Esso sostanzialmente attraversa tre fasi:

  • Nel campo: il marketing, ed un certo senso estetico, sono entrati in gioco anche in agricoltura. Quelle produzioni (per lo più frutta ed ortaggi) che non rispondono ai canoni di “presentazione” standard, magari perché rovinate dagli agenti atmosferici o fuori pezzatura, non vengono neanche raccolte così come quei generi per i quali l’offerta eccede la domanda e quindi non è garantita la giusta remunerazione ai produttori (che è ciò cui tende l’agricoltura familiare). Secondo i dati Istat del 2011 in Italia il 2,4% della produzione è stata sprecata così. Per i nostri produttori di generi agroalimentari, sono intervenuti, poi, altri due fattori “distorsivi”; l’embargo russo dallo scorso 7 Agosto (che ha provocato quasi 100 milioni di perdite solo all’Italia) e l’accordo agricolo che la UE ha negoziato col Marocco nel 2012, per avere sempre prodotti freschi; rispondendo esso alla logica di mercato produce dumping commerciale a svantaggio dei nostri produttori. In tempo di crisi, il consumatore deve badare anche all’equilibrio del proprio portafoglio e quindi è comprensibile che una certa fascia di cittadini si rivolga a prodotti più economici ma con più potenziale “estetico”;
  • Durante la trasformazione; la preparazione industriale del bene può contribuire a rendere i prodotti non del tutto appaganti per il consumatore poiché intervengono errori, modifiche rispetto agli standard o sull’estetica, benché le proprietà nutrizionali non vengano intaccate. Questo vale un altro 2,5% della produzione totale;
  • Per le scelte del consumatore; il dato più importante. Il consumatore occidentale compie errori nell’acquisto, perché difetta di informazioni sui prodotti. Non conserva come dovrebbe i prodotti freschi, lascia scadere quelli di derivazione industriale o se ne disfa ancor prima della scadenza. Il tutto senza preoccuparsi delle implicazioni.

Secondo i dati di Waste watcher  per Expo del 2014, ogni occidentale spreca ben 1/3 del cibo prodotto a testa. E non c’è solo questo, sprechiamo acqua, energia nei trasporti, e lo stesso cibo che buttiamo è costato in termini di inquinamento (produzione di plastica) e di uso di energia. Nel 2014 lo spreco alimentare italiano è costato la bellezza di 8 miliardi di euro, una piccola finanziaria. Da qui il richiamo di Expo al consumatore. Perché lo spreco, prima o poi, si paga.

food waste

Fig. 1: ogni giorno sprechiamo tonnellate di cibo

COSA POSSIAMO FARE – Fondazione Banco alimentare e Last Minute Market, spin off dell’Alma Mater Studiorum di Bologna, in Italia si occupano di raccogliere le eccedenze e gli scarti e della loro distribuzione ad enti caritatevoli. Certamente una normativa sanitaria più leggera consentirebbe meno burocrazia e più agilità così come una normativa fiscale adeguata.
Il ruolo del consumatore è dunque di straordinaria importanza nella lotta al food waste, la vera battaglia più immediatamente da combattere per assicurare la food security, e quindi la democrazia, a livello globale ed integrato. Per ridurre gli sprechi si possono mettere in atto azioni sociali, individuali ed a costo zero; ricette con avanzi, acquisti mirati e stagionali, maggiore attenzione nelle etichette (l’Italia sta spingendo in sede comunitaria per farle diventare obbligatorie su tutto) e un atteggiamento solidale, di condivisione delle proprie possibilità con gli altri. Il tema è fondamentale per il mondo.
La libertà di scelta consente di nutrirsi a proprio piacimento, ma è importante constatare un elemento decisivo: la lotta al cambiamento climatico e per la democrazia globale si possono fare anche stando seduti a tavola. Dunque questo è un compito di tutti e ciascuno può davvero contribuire, anche senza compiere gesti eccezionali: ciò che è importante è il livello di consapevolezza dei singoli consumatori.

Andrea Martire

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Andrea Martire

Appassionato di America Latina, background in scienze politiche ed economia. Studio le connessioni tra politica e sociale. Per lavoro mi occupo di politiche agrarie e accesso al cibo, di acqua e diritti, di made in Italy e relazioni sindacali. Ho trovato riparo presso Il Caffè Geopolitico, luogo virtuoso che non si accontenta di esistere; vuole eccellere. Ho accettato la sfida e le dedico tutta l’energia che posso, coordinando un gruppo di lavoro che vuole aiutare ad emergere la “cultura degli esteri”. Da cui non possiamo escludere il macro-tema Ambiente, inteso come espressione del godimento dei diritti del singolo e driver delle politiche internazionali, basti pensare all’accesso al cibo o al water-grabbing.

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