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Ci siamo occupati in passato delle condizioni critiche in cui versano le carceri in Giamaica all’interno di edifici che risalgono ai tempi del colonialismo, tra detenuti senza cure sanitarie e celle prive di servizi igienici. Siamo ritornati laggiù per rilevare quella che è la deficienza più grave del sistema giudiziario: l’assenza del diritto internazionale alla difesa, che riguarda i casi dei prigionieri privi di denaro. La storia di Clifton Wright, condannato a morte nel 1986, ne è l’esempio clamoroso.

 Da Kingston

TOWER STREET E DINTORNI – Il percorso giudiziario giamaicano si snoda essenzialmente lungo Tower Street, la chilometrica Via Crucis che congiunge il carcere omonimo a King Street, la strada dei tribunali, con Corte Suprema e Corte d’Appello che si fronteggiano a poca distanza. A lato di quest’ultima si trova la sede del DPP (Department of Public Prosecution) il pubblico ministero presieduto da Paula Llewellyn. Prima di arrivare al sancta sanctorum della giustizia, abbiamo cercato le tracce di una difesa pro bono degna di questo nome. La via è una spina nel fianco di uno dei quartieri più poveri a downtown. Passando casupole diroccate e tetti di lamiera zincata, eccoci al n° 131, dove ha sede il Legal Aid del governo, la difesa gratuita. Una saletta d’aspetto affollata di disperati, che aspettano pazienti, come solo i giamaicani sanno essere, il loro turno per conferire con Leroy Equiano, l’impalpabile paladino dei poveri. Di quanto sia simbolico il ruolo che costui assume di fronte alle Corti di Giudizio, lo testimonia egli stesso, affermando che la quasi totalità dei detenuti poveri accusati di crimini gravi non ha mai incontrato un legale, o meglio, ignora di aver diritto a una difesa quando i soldi mancano.

Al piano superiore, parliamo con la segretaria del Jamaica Council for Human Rights (JCHR), l’Ong che dovrebbe occuparsi della difesa dei diritti violati. Non accettano più nuovi casi da anni. Anche Jamaicans for Justice (JFJ), l’Ong che per un decennio è stata in prima linea contro gli abusi giudiziari, ora non ne prende più a carico: l’ufficio legale ridotto, non riesce a smaltire il lavoro arretrato, e abbandona anche vecchi casi. Sul piazzale dei tribunali, spicca la Circuit Court, la sezione criminale della Corte Suprema. Franz Kafka avrebbe preso spunto da questi corridoi senza speranza, per scrivere il suo Processo. Stiamo cercando il judgement di Clifton Wright, la sentenza originale che ha condannato nel 1986 l’uomo, incontrato in prigione, a un incubo che dura da 34 anni. Niente da fare. Rimbalzati agli Archivi Generali, un’altra settimana persa. Solo dopo un mese di ricerche spunta finalmente una fotocopia del documento, sopravvissuta all’interno della Corte d’Appello.

tower street kingston

Fig. 1: un’immagine di Tower Street, nella capitale giamaicana Kingston

IL CASO CLIFTON WRIGHT – Una sentenza di morte per l’omicidio di Louis McDonald, scomparso il 28 Agosto 1981, basata sulla singola testimonianza di un certo Cole; questi affermò di aver ricevuto un passaggio da Wright quella sera, e di aver notato, una volta sceso dall’auto, che puntava una pistola al collo dell’autista. L’uomo identificò Clifton in seguito a una procedura illegale: difatti la Corte prescrive che il teste proceda al riconoscimento dopo un confronto all’americana, tecnicamente noto come identification parade; un gruppo assortito deve sfilare davanti a costui, che ha il compito della scelta. Al contrario, Cole fu confrontato solo con Clifton Wright; nella stessa sentenza fu annotata tale anomalia. È evidente anche l’assurdità che un uomo, intento a rapinare un altro, dia un passaggio a uno sconosciuto. Il corpo della vittima fu ritrovato il 30 Agosto 1981. Il giorno prima, la polizia aveva già arrestato Clifton, in seguito a una segnalazione che egli fosse alla guida dell’auto di McDonald.
L’uomo fu pestato e torturato con l’acido. Il verdetto trascura un dettaglio essenziale: il referto dell’autopsia del medico legale, Dr. Richards, il quale affermò che la morte era avvenuta nel pomeriggio di domenica 30 Agosto, quando Wright era già detenuto da 24 ore. Non vi è traccia nel testo, e solo un’indagine della Inter-American Commission for Human Rights (la Commissione americana per i diritti umani) accertò nel 1988 questa macroscopica lacuna. Dopo tanto tempo, Clifton avrebbe diritto a parole, la libertà vigilata, oppure a una petizione da inoltrare al Governatore Generale, che ha facoltà di annullare la vecchia sentenza.

QUALCOSA SI MUOVE  – Allo stato attuale, dopo il nostro intervento, un noto studio legale di Londra, guidato da Saul Lehrfreund, UK Director of Death Penalty Project, l’ufficio governativo inglese che assiste i casi di pena di morte, ha accettato l’incarico. E l’unica legale che potrebbe rappresentarlo pro bono sul territorio è Nancy Anderson, tutrice presso la facoltà di legge dell’università UWI (West Indies) di Kingston.
Un’altra inglese. L’obsoleto sistema giudiziario in Giamaica, si basa sull’antico inglese, per l’appunto; sarebbe una giusta compensazione che questo pasticcio del caso Wright fosse sistemato proprio dagli avvocati della Corona.

Flavio Bacchetta 

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Un chicco in più

Si contano migliaia di casi del genere in Giamaica; però riguardo omicidi perpetrati dalle forze dell’ordine, la situazione si capovolge; prove inconfutabili, quali perizie balistiche e testimonianze multiple, sono spesso ignorate o cancellate dal giudice di turno; le difese hanno gioco facile a stravolgere la sequenza dei fatti.

La regola di due pesi e due misure è sancita a livello istituzionale.

Questo articolo è stato pubblicato per la prima volta su “il manifesto“.

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Flavio Bacchetta

Ho lavorato come agente di commercio in Italia, alternando la mia attività con il lavoro di fotoreporter free lance. Ho collaborato con il settimanale L’Espresso, Panorama, Oggi e altri ancora, tramite l’agenzia di Milano Laura Ronchi. Dal 1994 ho aperto nei Caraibi una mia azienda, che si occupa della produzione e distribuzione di prodotti grafici ricavati dalle mie immagini. Ho collaborato anche con quotidiani caraibici, quali The Gleaner in Giamaica, fornendo loro testi e foto. Scrivo sulla politica e i problemi sociali delle Americhe, dal 2010, come collaboratore esterno di quotidiani nazionali italiani, quali il Manifesto, e magazine online. Il Fatto Quotidiano ospita anche un mio blog di opinioni.

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