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Durante Expo 2015 i Paesi partecipanti presenteranno le loro proposte sui temi dell’alimentazione e dell’agricoltura sostenibile. Tuttavia, oggi la produzione delle commodities alimentari ha in gran parte una dimensione sovranazionale. Nelle economie sviluppate i consumatori hanno familiarità con i brand del cibo e della distribuzione, mentre pochi conoscono le aziende che controllano le fasi di produzione a monte.

COME FUNZIONA IL MERCATO DELLE MATERIE PRIME? – Il mercato delle commodities a livello globale (dalle derrate alimentari, ai minerali, fino agli idrocarburi) è generalmente caratterizzato da un’elevata volatilità dei prezzi. Ciò ha spinto gli operatori finanziari a sviluppare prodotti di copertura (i cosiddetti derivati: futures, options etc.) che permettono alle aziende di proteggersi dai rischi di forti oscillazioni.
Questi prodotti finanziari, tuttavia, sono diventati oggetto di operazioni speculative su larga scala e, anche se non è facile quantificarne l’impatto, questa “finanziarizzazione” sembra aver contributo ad accrescere ulteriormente la volatilità nel mercato delle commodities.
Proprio la volatilità ci aiuta a comprendere l’evoluzione e l’attuale struttura del settore agroalimentare e la sua dimensione globale. Fin dai tempi del boom della gomma naturale agli inizi del ‘900, al fine di ottenere un maggiore controllo sulla formazione dei prezzi, le società che gestivano gli scambi di queste commodities sul mercato internazionale sono state spinte a integrarsi verticalmente, acquisendo via via il controllo delle fasi produttive a monte. Durante il secolo scorso questo trend ha interessato molte compagnie che si occupavano di rifornire gli Stati occidentali con materie prime prodotte in Paesi in via di sviluppo (PVS). Le piccole aziende familiari che un tempo traevano i loro proventi dall’intermediazione sono oggi gigantesche società diversificate operanti in tutto il mondo. Quelle che per prime hanno realizzato il processo d’integrazione sono state in grado di sfruttare la loro dimensione per abbassare i prezzi, creando barriere all’entrata per i concorrenti più piccoli e dando vita a strutture oligopolistiche. Molte tra le compagnie di trading hanno sede in Svizzera e, non essendo note ai consumatori, sono spesso accusate di mancanza di trasparenza, di agire nell’ombra, valendosi di pratiche illecite a danno dei PVS.

ABCD E LE COMMODITIES AGRICOLE – Sebbene vi siano differenze anche notevoli tra le diverse tipologie di commodities, la struttura oligopolistica caratterizza anche la produzione di materie prime agricole. Secondo un rapporto di Oxfam il 90% delle esportazioni mondiali di grano e crescenti volumi di altri prodotti come soia, olio di palma e riso sono oggi controllati da quattro grandi società: le americane ArcherDaniels e Cargill a cui si affiancano Bunge e Louis Dreyfus, con sede in Svizzera, da cui l’acronimo ABCD. Tra le compagnie emergenti vi sono le asiatiche Olam, Sin Mar e Wilmar, che nascono come traders di olio di palma e stanno entrando in altri settori dell’agribusiness. Negli ultimi anni queste compagnie hanno esteso la loro presenza anche alle attività a valle (lavorazione; shipping; distribuzione; marketing) in modo che il prezzo di vendita non risulta più essere la determinante principale delle loro strategie. Da una parte, in quanto presenti a tutti i livelli della catena produttiva, ABCD possono utilizzare le informazioni di cui dispongono per trarre rendimenti elevati dalla speculazione su prodotti finanziari, sia che il prezzo salga o scenda. Dall’altra, essendo impegnate nella produzione di beni in cui le commodities sono un input (produzione di mangimi, biocarburanti e beni di consumo), i prezzi bassi possono aumentare i margini di queste attività. Quello che conta è mantenere alti i volumi di produzione in modo tale che le loro strutture tentacolari restino in movimento.

land grab

L’Africa è la regione più colpita dal fenomeno del land grabbing

LA FINANZIARIZZAZIONE E LA CORSA ALLA TERRA – La crescente “finanziarizzazione” delle commodities (sia alimentari che non) ha legato sempre di più la produzione del cibo al mondo della finanza e, di rimando, ha avuto un’influenza determinante sull’organizzazione dell’agricoltura nei Paesi in via di sviluppo. In primo luogo, le compagnie di trading sono coinvolte massicciamente nel settore finanziario: ABCD hanno tutte una o più divisioni che si occupano della gestione del rischio attraverso contratti derivati di copertura. Tuttavia, la linea di demarcazione tra copertura e speculazione è diventata molto sottile, tanto che alcune di queste agenzie si sono specializzate nella vendita di derivati e servizi di consulenza finanziaria, valendosi delle informazioni fornite dalla produzione – attività quasi al limite dell’insider trading. Questo fa sì, come si è detto, che i prezzi delle commodities agricole dipendano sempre meno dalle dinamiche dell’economia reale.
In secondo luogo, l’importanza di questi derivati ha fatto da battistrada all’ingresso del settore finanziario (banche d’affari, fondi sovrani, fondi speculativi, fondi pensione etc.) nella gestione dell’agricoltura a livello globale.  A causa dei limiti alla disponibilità di terra e della crescente domanda di cibo da parte della popolazione mondiale, la terra è tornata ad essere un investimento attraente in un’ottica di lungo periodo.
Tra il 2000 e il 2010 più di 100 milioni di ettari sono stati oggetto di negoziazione. I flussi di investimento hanno seguito principalmente la direzione “nord-sud” e hanno avuto come obiettivo zone tropicali o semi tropicali. Una parte minore, anche se in crescita, ha riguardato la zona temperata in conseguenza degli investimenti effettuati dai Paesi arabi (Qatar e Arabia Saudita) per assicurarsi il rifornimento di frumento e carne bovina.
Data la fragilità delle strutture di governo in molte destinazioni d’investimento, si è assistito al fenomeno del land grabbing. Si tratta dell’occupazione di zone agricole, parti di foresta o terreni “improduttivi” appartenenti alle comunità di villaggio, attuata con il più o meno tacito assenso delle autorità locali.
Le compagnie di trading sembrano aver avuto un ruolo secondario in questo fenomeno rispetto agli istituti finanziari. La loro influenza segue un altro canale: facendo leva sul loro potere di mercato e sul loro accesso privilegiato alla domanda internazionale riescono ad imporre standard di produzione e forme organizzative ai produttori locali, senza necessariamente possedere la terra, il che spesso si traduce in una contrazione dei profitti per questi ultimi. Tutto ciò ha suscitato lo sdegno dell’opinione pubblica a livello internazionale – alimentata da NGOs globali come Oxfam o Greenpeace che evocano lo spettro del neocolonialismo a danno dei Paesi in via di sviluppo. Tuttavia, se è vero che ABCD peccano di scarsa trasparenza nella comunicazione, andrebbero considerate anche le (dirette o indirette) conseguenze positive della loro attività in termini di occupazione, entrate fiscali e sviluppo del settore agricolo nel lungo termine. Inoltre, come sta accadendo nel caso del RSPO per l’olio di palma, quando queste compagnie si impegnano (per ragioni di reputazione) a promuovere standard di qualità e di sostenibilità dei prodotti, accelerano la loro adozione generalizzata e in questo modo sostengono il processo di sviluppo in questi Paesi.

Valeria Giacomin

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Un chicco in più

Nel 2006 i prezzi delle maggiori commodities agricole (grano, soia, riso, zucchero e olio di palma) hanno subito una brusca impennata che ha allarmato molti paesi importatori di prodotti alimentari e densamente popolati (Cina, Filippine e alcuni Paesi arabi) spingendoli a riconsiderare le loro politiche agricole. Il rischio di non poter nutrire la popolazione, infatti, non è solo umanitario, ma anche politico, dato il legame osservato storicamente tra aumento del prezzo del cibo e le rivolte popolari.

Una rassegna delle evidenze a supporto della tesi neocolonialista riguardo l’agricoltura globale si può trovare nel libro della giornalista Franca Roiatti “Il Nuovo Neocolonialismo: Caccia alle terre coltivabili” (Università Bocconi Editore, 2010) recensito qui dal Caffè.

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Valeria Giacomin

Laurea Triennale in Finanza presso l’università Bocconi nel 2009, Double Degree in International Management con la Fudan University di Shanghai tra il 2009 e 2011 e master di secondo livello in Economia del Sud Est Asiatico presso la SOAS di Londra nel 2012. Più di due anni in giro per l’Asia e gran voglia di avventura. Tra il 2010 e il 2012 ho lavorato in Vietnam come analista, a Milano come giornalista e a Città del Capo presso una compagnia e-commerce.
Le mie aree d’interesse sono il commercio internazionale, business development e dinamiche di globalizzazione nei paesi emergenti, in particolare nel settore delle commodities agricole.
Dal 2013 sono PhD Fellow in Danimarca presso la Copenhagen Business School. Sto scrivendo la mia tesi di dottorato sull’evoluzione del mercato dell’olio di palma in Malesia e Indonesia e più in generale seguo progetti di ricerca sul settore agribusiness in Sudest Asiatico.

2 Commenti

  1. Un ottimo articolo, a parte una piccola sbavatura finale. 
    La certificazione RSPO è gestita da un ente che è finanziato dalle stesse multinazionali che hanno interessi enormi nella produzione dell’olio di palma. Si tratta, pertanto, di uno stratagemma utilizzato per chiudere ancora una volta gli occhi ai consumatori ignari dei veri interessi che vi sono dietro le commodities.
    Per confermare quanto ho scritto, si veda la puntata di Report di domenica 3 maggio.

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