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Road to London – Ritorna la rubrica "E' solo un gioco?", in cui vi raccontiamo storie belle di sport intrecciate a doppio filo con la politica internazionale. Da qui ad agosto, una serie di appuntamenti che avranno le Olimpiadi come comune denominatore, accompagnandoci così fino al grande evento di Londra. Si parte dal 1936: siamo a Berlino, dove il personaggio dei Giochi potrebbe non essere un atleta, ma Hitler stesso. Se non fosse che un tale di nome Jesse Owens…

Se le celebrazioni degli antichi Giochi Olimpici riuscivano a far sospendere tutte le guerre, la storia delle Olimpiadi dell'era moderna dimostra quanto la politica si sia insediata negli stadi e nelle palestre. «Lo sport è figlio della democrazia, ma contribuisce per proprio conto all'instupidimento della famiglia» era solito ripetere Karl Kraus, a riprova del fatto che tutto, sport compreso, è politica. Esiste un solo appuntamento nel corso del quale, tranne qualche dolorosa eccezione, tutti i popoli del mondo giocano davvero assieme. Ormai ci siamo. L'orologio digitale posto a Trafalgar Square scorre velocemente. Meno di 80 giorni ci dividono dalla XXX edizione dei Giochi Olimpici e, per la terza volta nella storia, Londra si agghinda per ospitare la più importante rassegna sportiva del mondo. In attesa di Londra, ripercorriamo allora i momenti più controversi che hanno caratterizzato la manifestazione sportiva per eccellenza.

L'idea di riportare in vita i Giochi, soppressi da quasi millecinquecento anni, venne ad un giovane barone francese, laureato in scienze politiche, Pierre de Fredy, Barone di Coubertin. Le Olimpiadi moderne risorgono dalle ceneri a Parigi, il 23 Giugno 1894. Da quel momento, la storia dei Giochi rispecchierà la storia del XX secolo. Nel corso degli anni, più volte il terreno sportivo è stato strumentalizzato e la grande vetrina olimpica utilizzata come cassa di risonanza per fini politici. Le Olimpiadi non sono un semplice appuntamento sportivo, sono molto di più. Dietro a quei cinque cerchi sport e politica si intrecciano, sino a diventare una cosa sola. Dietro a medaglie e successi si nascondono storie come quella di Jesse Owens, il primo a sfidare dinanzi al mondo l'idea di supremazia ariana; o come quelle di Tommie Smith e John Carlos, quelli del pugno chiuso, del pugno nero, della protesta razziale a Città del Messico '68. Solo 4 anni dopo, Monaco di Baviera, a tingersi di nero fu Settembre: messe da parte le eroiche imprese di Mark Spitz, le olimpiadi bavaresi si macchiarono del sangue di 9 atleti israeliani a causa di un attentato terroristico organizzato da un gruppo terroristico palestinese noto, appunto,come Settembre Nero. E ancora, in piena guerra fredda, i boicottaggi degli anni 80 quando il presidente Carter impedì alla nazionale statunitense di partecipare ai giochi in programma a Mosca in segno di protesta per l'aggressione sovietica in Afghanistan a cui fece eco il boicottaggio sovietico alle Olimpiadi di Los Angeles 1984. Per venire ai giorni nostri, ricordiamo tutti le polemiche riguardanti il Tibet e le violazioni dei diritti umani in occasione della rassegna pechinese del 2008.

L'OLIMPIADE DEL TERZO REICH – Di certo è tra le Olimpiadi che hanno fatto maggiormente parlare di sé. Berlino 1936: l'Olimpiade spettacolare, l'Olimpiade Hitleriana. L'Olimpiade politica per eccellenza. Ordine, maestose cerimonie, razzismo, svastiche, il tutto ripreso dalla videocamera più educata dell'epoca, quella di Leni Riefenstahl, la stessa che immortalò il congresso del partito nazionalsocialista a Norimberga. L'assegnazione dei giochi a Berlino fu decisa nel 1931,mentre l'ombra Hitleriana, incombente sulla Germania,si scorgeva ancora solo vagamente. Quando, nel Gennaio di due anni dopo, il Presidente della Repubblica Paul von Hindenburg affidò la guida del governo a Hitler,l'ex decoratore di origine austriaca non era entusiasta della possibilità di ospitare i giochi olimpici. Adolf Hitler non aveva abitudini sportive. Nonostante nel Mein Kampf raccomandasse ai giovani tedeschi un'ora di addestramento fisico al mattino e una al pomeriggio, Hitler non vedeva di buon occhio la competizione sportiva: «È fuori discussione. Un Führer non può correre il rischio di essere battuto dai suoi seguaci in qualche competizione, compresa la ginnastica, o in giochi qualsiasi». Fu Joseph Goebbels, ministro della propaganda, a convincere Hitler della grande vetrina di cui disponeva la Germania per mostrarsi superiore. Ma intanto la follia nazista avanzava. Nonostante le garanzie tedesche al Comitato Olimpico per il rispetto dei principi di non discriminazione razziale nel '33 e nel '34, il 15 settembre 1935, a pochi mesi dalla rassegna sportiva, a Norimberga venivano emanate la leggi antiebraiche.

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BOICOTTARE BERLINO! – Una violenta campagna di opposizione ai giochi berlinesi si scatenò negli Stati Uniti. L'ostilità del governo americano alla partecipazione ai giochi fu capeggiata da Henry Morgenthau, Segretario al Tesoro di origine ebrea, e dallo stesso Presidente Roosevelt. I due, contrari alla prospettiva di offrire a Hitler una cosi importante vetrina propagandistica, minacciarono il boicottaggio, scongiurato solo dalla visita in terra tedesca di un proprio osservatore, Avery Brundage. La scelta non fu proprio felice: Brundage possedeva un lussuoso club a Chicago, rigorosamente interdetto alla gente di colore. Irriducibile conservatore, al rientro in patria l'osservatore rassicurò Roosevelt: «Noi possiamo imparare molto dalla Germania di Hitler». Roosevelt si convinse: “Gli Usa parteciperanno”. Per addolcire la pillola, l'establishment nazista mise a capo del comitato organizzativo un sospettato di ascendenti giudei, Theodore Lewald, e rinfoltì la forte squadra olimpica tedesca con la fiorettista Helena Mayer, che alle prime misure antirazziali aveva lasciato la Germania e si era rifugiata negli Stati Uniti. Marzo 1936. Le olimpiadi erano alle porte. In pochi mesi, la Germania hitleriana occupò la zona smilitarizzata della Renania e, parlando a Monaco, Hitler dichiarò che non ci sarebbe stata pace nel mondo sino a quando il nazionalsocialismo non si fosse diffuso su tutta la terra. Luglio 1936, immediata vigilia dei giochi olimpici. La Spagna, che tra le altre cose boicottò le olimpiadi optando per una Olimpiade del popolo interna in protesta contro il CIO per la non assegnazione dei giochi a Barcellona, fu scossa dalla guerra civile.  

PAINT IT BLACK – 1 agosto 1936. 4069 atleti, provenienti da 49 nazioni, sfilarono in un tripudio di svastiche. Occorreva esibire al mondo le straordinarie capacità organizzative tedesche e cosi fu: la cerimonia d'apertura delle Olimpiadi Berlinesi stupì il mondo. Nella tribuna d'onore dell'Olympiastadion, tra le teste coronate di mezz'Europa, Hitler attirò su di sé gli sguardi dei 110000 spettatori. «Tutto può fare il nostro Führer» echeggiava fiero l'Olympiastadion, fiore all'occhiello dell'architettura olimpica nazista. Ironia della sorte, proprio da quelle tribune che lo videro portato in trionfo solo qualche giorno prima, Hitler dovette assistere ad uno spettacolo che non gli piacque affatto. Ai blocchi di partenza della gara regina, i 100 metri piani, si presentò un ventiduenne studente universitario dell'Alabama, Jesse Owens. Lo chiamavano l' “antilope nera” per il colore della sua pelle. Non correva, volava. In 10'' e 3 si sbarazzò di qualsiasi avversario, anche del razzismo. A fine rassegna totalizzò 4 medaglie d'oro ma ciò, pare, non gli valse la stretta di mano del Führer. Non con quel colore della pelle. Si è romanzato tanto riguardo al mancato saluto tra Hitler e il formidabile atleta statunitense. Secondo la leggenda, un adirato Führer abbandonò frettolosamente la tribuna d'onore per non doversi congratulare con il rappresentante di una razza che le deliranti teorie naziste consideravano inferiore. Ad alimentare il mistero riguardo all'accaduto fu, in un primo momento, lo stesso Owens. «Hitler non mi ignorò– scrisse, chiudendo definitivamente la questione,qualche anno dopo lo statunitense nella sua autobiografia (Jesse, l'uomo che ha battuto Hitler)- quando passai il cancelliere si alzò in piedi, mi salutò con la mano e io risposi al saluto.»

L'IMPORTANTE E' SAPER PERDERE – La Germania dominò il medagliere, ma se c'è qualcosa che lo sport ci ha insegnato è che il risultato è spesso commisurato allo spessore umano di chi l'ha conseguito. Si può scegliere tra vincere da arroganti o perdere da gentiluomini. A Berlino ci fu un tedesco che non ebbe dubbi. Luz Long, grande saltatore di lungo tedesco, prima di vedersi sottrarre il primo posto da Owens, andò dall'americano e gli sussurò «dammi retta,conosco questa pedana come le mie tasche. Puoi qualificarti facilmente, basta dare inizio alla rincorsa un po più indietro.» L'antilope nera avrà sicuramente fatto suo il consiglio quando spiccò il volo verso gli 8,06 metri che gli valsero una delle 4 medaglie d'oro. Quando si ricordano le olimpiadi berlinesi, non si può non pensare a Jesse Owens. Ma in quella Olimpiade i fuoriclasse furono due. L'americano vinse tutto in pista, al tedesco Long bastò arrivare secondo per essere un vincente. Ad Owens probabilmente non si sarebbero mai aperte le porte dell'esclusivo club di Brundage, ma a Berlino gli si aprirono porte ben più importanti: quelle della leggenda.

Simone Grassi redazione@ilcaffegeopolitico.net

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Simone Grassi

Fiero membro della cosiddetta generazione Erasmus, ho studiato in  Italia e in Francia. Laureato magistrale in Relazioni Internazionali (Università degli Studi di Milano),  frequento  ora un Master di ricerca in Economia Politica all’Università di Bristol. Convinto europeista, sono stato stagista alla Rappresentanza in Italia della Commissione europea. Oltre all’economia e alla politica internazionale, mi affascina il mondo della cooperazione allo sviluppo, un mondo che ho maggiormente scoperto durante un tirocinio in UNICEF.

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