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Expo 2015 ha come tema “Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita”. Uno slogan che funziona, ma nasconde una contraddizione. Mentre cerchiamo di nutrire il pianeta, stiamo distruggendo una delle sue principali condizioni di equilibrio: le foreste.  Quali sono le sfide e le possibili soluzioni per assicurare uno sviluppo sostenibile della produzione alimentare?

FAME NEL MONDO – La popolazione mondiale (ad oggi circa 7 miliardi) è cresciuta di circa un miliardo negli ultimi 15 anni e, secondo le stime, raggiungerà i 9,16 miliardi nel 2050. I tassi più alti di crescita demografica si registrano nei Paesi in via di sviluppo, principalmente in Africa e Medio Oriente. La maggioranza della popolazione mondiale vive in Asia (4,5 miliardi) e in Africa (1,1 miliardi) in corrispondenza delle fasce tropicali, dove si trova anche la maggior parte delle foreste del pianeta. Oltre all’elevata densità demografica, questi Paesi registrano sia alti tassi di povertà (percentuale di popolazione al di sotto della soglia di povertà o in condizioni di semi-povertà), sia una rapida crescita del reddito per una parte ristretta della popolazione.

Questo si tradurrà in un aumento della produzione alimentare sia destinata al consumo diretto (grano e commodities agricole) che a quello indiretto (carne e proteine animali), legato più fortemente all’aumento del reddito. L’allevamento di bestiame produce una pressione rilevante sulle risorse agricole (terra e acqua), dato che che per produrre un chilo di carne sono necessari circa 4 chili di granaglie e dato che un singolo capo di bestiame consuma tra i 10 e 15 litri di acqua al giorno. Nonostante il rapporto SOFI 2013 abbia stimato che oggi 805 milioni di persone (nel 2030 saranno circa 1 miliardo) non raggiunge la soglia minima di nutrizione, la situazione va lentamente migliorando, specialmente in Asia e America Latina.

DEFORESTAZIONE NEL MONDO – Una popolazione in crescita richiede non solo più cibo, ma anche uno spazio più ampio per condurre la propria vita.  Attualmente, circa il 31% della superficie terrestre è coperta da foreste, la maggior parte delle quali si trova in Amazzonia, Africa Equatoriale e Sudest Asiatico. Oltre a produrre ossigeno per il pianeta queste aree ospitano una grande varietà di specie animali e vegetali, molte delle quali in via d’estinzione, e danno da vivere a 1,6 miliardi di persone, spesso organizzate in comunità tribali. Data la loro collocazione prevalente in PVS (Paesi in via di sviluppo), negli ultimi anni la sopravvivenza delle foreste è sempre più a rischio. Fin dagli anni ’80 centinaia di migliaia di ettari sono stati trasformati in terreno coltivabile, non solo per sfamare le popolazioni locali in crescita, ma anche per far spazio a colture di piantagione destinate al mercato internazionale. Per esempio, negli ultimi 50 anni il 17% della Foresta Amazzonica è stata convertita a uso agricolo. A causa dell’instabilità politica di molti di questi Paesi, la deforestazione non ha incontrato grossi ostacoli, nonostante i costi che essa comporta nel lungo periodo, non solo a livello locale (perdita di biodiversità), ma anche globale (cambiamenti climatici). La distruzione delle foreste spesso produce un depauperamento dei terreni e delle risorse idriche attraverso l’agricoltura, ma si traduce anche in un minore assorbimento naturale dei gas serra (CO2) presenti nell’atmosfera, il che accelera il surriscaldamento climatico. A parziale correzione della diminuzione di aree verdi in Brasile e Indonesia, va detto però che l’effetto serra sembra aver provocato un aumento del 10.7% della vegetazione nelle zone a clima temperato e freddo (Russia, Australia e Africa meridionale).  L’aumento delle temperature e dell’anidride carbonica ha prodotto una paradossale accelerazione del ciclo vitale delle piante in queste regioni. Un ulteriore contributo è arrivato dalla Cina che sta attuando un massiccio programma di rimboscamento per combattere la desertificazione delle regioni settentrionali.

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Fig. 1: coltivazioni di quinoa in Bolivia (vedi chicco in più)

IL CIBO DEL FUTURO – Le soluzione del conflitto tra food security e conservazione delle foreste tropicali sta, come è intuibile, nella sostenibilità: una combinazione tra il cambiamento dello stile di vita dei singoli e una maggiore efficienza della catena produttiva. Sul piano dei consumi un grande passo avanti può essere ottenuto mediante una dieta che riduca l’assunzione di proteine animali: un trend ormai in crescita nelle economie sviluppate, ma controbilanciato dal forte aumento (soprattutto di carne di maiale) nei paesi asiatici. Un ulteriore avanzamento è atteso dal contenimento degli enormi sprechi di risorse alimentari e idriche nei Paesi sviluppati. Solo negli Stati Uniti nel 2010 sono state gettate 1,3 miliardi di tonnellate di cibo sufficienti a sfamare almeno un miliardo di persone, cioè più di tutti coloro che oggi soffrono di sotto-nutrizione.

Sul piano della produzione, la ricerca in campo agronomico si sta concentrando, tra attacchi e polemiche, sulla mappatura del genoma delle piante, al fine di selezionare varietà che garantiscano rese più elevate. Si parla poi dell’introduzione di nuove tipologie di cibo: a partire da soluzioni esotiche come menu a base di insetti, fino a quelle avveniristiche come la carne artificiale. Insomma per l’uomo del futuro un bistecca di Angus argentino diventerà forse un bene di lusso!

Valeria Giacomin

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Un chicco in più

In alcuni casi lo sforzo per “una dieta sana e sostenibile” nei Paesi più abbienti può produrre effetti indesiderati. È il caso della quinoa, tra le aggiunte più in voga nelle diete vegetariane e vegane, un seme coltivato principalmente in America Meridionale, tra il Perù e la Bolivia. In pochi anni la quinoa è diventata “il grano miracoloso delle Ande” grazie alle sue ottime proprietà nutritive: pochi grassi e molte proteine rispetto a sostituti come cous cous e riso. A causa dell’aumento della domanda da parte dei Paesi occidentali, fin dal 2006 il prezzo di questa commodity è aumentato molto velocemente. Questo ha reso l’alimento proibitivo per le tasche delle comunità locali che si nutrivano di esso spingendole verso “cibo spazzatura”. Paradossalmente, oggi a Lima un pasto a base di hamburger e patatine è più economico di un’insalata di quinoa.

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Valeria Giacomin

Laurea Triennale in Finanza presso l’università Bocconi nel 2009, Double Degree in International Management con la Fudan University di Shanghai tra il 2009 e 2011 e master di secondo livello in Economia del Sud Est Asiatico presso la SOAS di Londra nel 2012. Più di due anni in giro per l’Asia e gran voglia di avventura. Tra il 2010 e il 2012 ho lavorato in Vietnam come analista, a Milano come giornalista e a Città del Capo presso una compagnia e-commerce.
Le mie aree d’interesse sono il commercio internazionale, business development e dinamiche di globalizzazione nei paesi emergenti, in particolare nel settore delle commodities agricole.
Dal 2013 sono PhD Fellow in Danimarca presso la Copenhagen Business School. Sto scrivendo la mia tesi di dottorato sull’evoluzione del mercato dell’olio di palma in Malesia e Indonesia e più in generale seguo progetti di ricerca sul settore agribusiness in Sudest Asiatico.

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