Fonte: Il Gazzettino
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Il primo trimestre del 2015 segnala un contenuto miglioramento della congiuntura economica internazionale. L’eurozona sì somma al “trend positivo”, anche se persistono asimmetrie al suo interno. Analizziamo la condizione economica di Italia e Germania alle luce delle recenti misure adottate dalla BCE.

UNA CONGIUNTURA FAVOREVOLE – Quando le manovre di politica monetaria incontrano l’energia a buon mercato, anche il più rigido e intransigente dei sistemi economici ottiene una qualche forma di beneficio. È il caso dell’Eurozona. I primi mesi del 2015, segnati dalla vicenda greca sul piano interno e dallo sconquasso geopolitico su quello esterno, non promettevano nulla di buono per il fragile sistema europeo. Tuttavia, la caduta dei prezzi del greggio e le misure di Quantitative easing (Qe) promosse dal Consiglio direttivo della Banca Centrale Europea hanno teso la mano all’intera area euro, alleviando l’impatto corrosivo della crisi.

A CHE PUNTO È L’ITALIA? – Come precisa il Bollettino economico della Banca d’Italia pubblicato nel mese di Aprile 2015, “in Italia sono emersi segnali congiunturali più favorevoli”. I segnali più confortanti si registrano “nell’arresto della caduta del PIL”, peraltro già segnalato nel quarto trimestre 2014, e nella “fiducia di imprese e famiglie emersa da studi qualitativi”. In miglioramento anche “l’accumulazione di capitale” e la “produzione industriale”. Un quadro tutto sommato positivo se si considera lo stato di allarme in cui verte l’economia italiana da anni.

Tuttavia, la situazione resta complessa. Anni di moderazione salariale, tagli e ridimensionamento della spesa, comportano tempi di convalescenza economica e sociale imprecisati e i dati forniti a livello trimestrale vanno affrontati con estrema cautela. A cosa, allora, attribuire questo momento di respiro? La Banca d’Italia riconosce nella caduta dei prezzi del petrolio e nelle misure straordinarie di acquisto di titoli pubblici e privati da parte della Banca Centrale Europea, gli eventi che hanno contribuito in maniera non trascurabile al miglioramento del quadro generale italiano. “Le basse quotazioni del greggio” hanno permesso a famiglie e imprese di destinare risorse economiche ad altre voci di spesa, maturando effetti positivi su consumi e investimenti. Quanto alle misure di politica monetaria, la Banca d’Italia ritiene che il programma di acquisto di titoli da parte della BCE per un ammontare di 60 miliardi di euro mensili fino al 2016 abbia favorito le esportazioni italiane. “L’obiettivo di conseguire tassi di inflazione inferiori ma prossimi al 2% nel medio termine” attraverso l’acquisto di titoli sul mercato secondario ha deprezzato il cambio, rendendo i prodotti italiani (e dell’intera eurozona) più appetibili sui mercati internazionali. La Banca d’Italia riconosce l’aumento di competitività come riflesso del “forte deprezzamento del cambio”. Definito in tempi non sospetti come la “peggiore delle ipotesi” per alleviare la crisi, lo stimolo monetario, provvidenzialmente coadiuvato dalla sclerosi del mercato petrolifero, si sta rivelando vitale per le sorti dell’eurozona.

The European Central Bank's new chief Mario Draghi gestures during his first press conference at the ECB in Frankfurt/M., western Germany, on November 3, 2011. The European Central Bank's decision to cut its key interest rates in a surprise move was "unanimous", the 64-year-old Italian said. Draghi's first few days as ECB president have certainly been a baptism of fire. The 17-nation eurozone is back in deep crisis following the shock call by Greece for a national referendum on a debt rescue reached with huge difficulty only last week. Draghi took over at the helm of the ECB from Jean-Claude Trichet.     AFP PHOTO / DANIEL ROLAND (Photo credit should read DANIEL ROLAND/AFP/Getty Images)

Fig. 1: Mario Draghi è il principale artefice della mini-ripresa economica che si sta verificando in Italia

…E LA GERMANIA? – L’eurozona non è un monolite. I Paesi che ne fanno parte dialogano, ma si fraintendono molto spesso. Tra loro persistono asimmetrie macroeconomiche, che lasciano spazio a ben più complesse divergenze politiche. Da un punto di vista strettamente economico, ogni Paese ha salutato le “misure straordinarie” made in Francoforte a proprio modo, giovandosi con il Consiglio Direttivo e il suo Presidente per il coraggio mostrato (è il caso dell’Italia) o richiamando al rispetto del principio della stabilità dei prezzi quale fine primo, e ultimo, della BCE (è il caso della Germania). Come menzionato nel paragrafo precedente, i principali aspetti positivi del Quantitative easing sono da ravvedersi nell’aumento della competitività derivante da un deprezzamento del cambio. Ora, si presentano due anomalie; la prima è di natura dialettica, la seconda economica:

1. Si nota un’inversione di tendenza nel dibattito pubblico: l’iniezione monetaria, fino a qualche mese fa osteggiata senza quartiere, oggi è percepita come necessaria al sostegno della domanda nell’eurozona.
2. Dato che i Trattati (e lo stesso statuto della BCE) vietano svalutazioni (o rivalutazioni) unilaterali, l’euro si deprezza (o apprezza) nel suo complesso. Ciò pone un interrogativo fondamentale: chi si trovava in un situazione di maggiore competitività prima dell’intervento della BCE, migliora la sua posizione nei mercati in maniera direttamente proporzionale al deprezzamento dell’euro?

La prima anomalia lascia spazio a poche interpretazioni. L’intervento della BCE non dissolve una volta per tutte le fondamenta ortodosse e rigoriste su cui poggia la costruzione economica comunitaria, ma getta, tutto sommato, una breccia nelle convinzioni di molti. È la seconda anomalia ad avere ripercussioni notevoli nell’intero sistema. Il caso della Germania è esemplare: come ricorda Wolfgang Münchau dalle colonne dello “Spiegel”, il già impressionante avanzo delle partite correnti tedesco, con il deprezzamento dell’euro, rischia di aumentare ulteriormente. In altre parole, la competitività tedesca, resa tale da un mercato del lavoro estremamente flessibile (si veda il “chicco in più”) e dalla superiore qualità dei prodotti, rischia di raggiungere livelli impareggiabili, con effetti devastanti sul commercio europeo. La svalutazione simultanea dell’euro non pone i Paesi membri dell’eurozona al riparo dal confronto con la potenza tedesca. Si può asserire, a giusto titolo, che per l’Italia il problema non sussista, che possa ovviare a tale problema volgendo lo sguardo a sud, ovest e est ora che il cambio deprezzato le permette margini di manovra più ampi. Purtroppo la Germania è il primo tra gli interlocutori commerciali dell’Italia nell’eurozona e nel mondo, in quanto storia e geografia conciliano gli scambi. Il deprezzamento del cambio potrebbe rivelarsi deleterio per l’Italia quasi quanto lo status quo ante Quantitative easing. Gli effetti positivi della svalutazione dell’euro, benché visibili, potrebbero essere vanificati dalla simultaneità con la quale lo stesso si deprezza in tutti i Paesi membri dell’eurozona, perseverando i cronici dislivelli di competitività.

CONCLUSIONI – La breve analisi fatta ci consente di definire un semplice concetto. La BCE sta agendo, con ritardo, come se lavorasse al servizio di un’entità statuale, la quale ricava benefici dal deprezzamento della propria valuta. Questo probabilmente spinge molti a ricredersi sull’inefficacia dell’Istituto di Francoforte, come la prima anomalia cercava di evidenziare. In realtà, la BCE è l’istituzione bancaria indipendente di un conglomerato di Stati diversi che condividono la stessa moneta, ma non la direzione che la politica monetaria deve o non deve intraprendere. Come in un gioco a somma positiva, la BCE deve garantire che il risultato delle politiche intraprese si riveli benefico per l’economia di ogni singolo Stato membro. Tuttavia, nell’eurozona il risultato è sempre zero, come il caso di Italia e Germania dimostra da tempo.

Daniele Morritti

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Un chicco in più

La moderazione salariale, a cui ogni Paese membro dell’eurozona è costretto a sottoporsi per aumentare la propria competitività, è alla base del “miracolo” tedesco. Questa favorisce le esportazione, scoraggiando i consumi interni (meno guadagno meno consumo, ma il prodotto è più conveniente all’estero). Un modello economico basato su questi assunti non è sostenibile all’interno di un’unione monetaria. Tuttavia, l’istituzione del salario minimo risponde proprio all’esigenza di mettere il cittadino tedesco nella condizione di aumentare i propri consumi, favorendo in questa maniera le esportazioni di altri Stati. [/box]

 

 

 

 

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