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5 domande e 5 risposte In questi giorni il tema dei migranti è tornato centrale nel dibattito politico italiano e, forse, in quello europeo. Tuttavia, molte forze politiche e sociali sembrano avere le idee confuse sulle dimensioni del fenomeno e quali siano gli strumenti reali a disposizione per affrontarlo. Facciamo chiarezza 

1) I rifugiati stanno davvero invadendo l’Europa? – Le guerre contemporanee combattute nei campi di battaglia di Afghanistan, Siria e Sud Sudan così come tutte le più gravi crisi internazionali, hanno prodotto milioni di profughi e rifugiati. Coloro i quali non possono o non vogliono, perché temono di essere perseguitati, avvalersi della protezione del proprio Paese fanno richiesta d’asilo altrove in quanto tutelati da varie forme di protezione internazionale, tra cui riconoscimento dello status di rifugiato. Sia per la speranza di tornare presto a casa sia per l’impossibilità di spingersi oltre, questi cercano nella maggior parte dei casi accoglienza in altre zone del proprio Paese oppure negli Stati vicini. Per tale ragione, i primi Paesi al mondo per numero di rifugiati accolti non sono i Paesi più sviluppati, ma sono gli Stati al confine di Afghanistan e Siria (Pakistan 1,6 milioni, Libano 1,1 milioni, Iran 982.000, Turchia 824.000 e Giordania 736.000) seguiti dai Paesi limitrofi a Sudan e Sud Sudan (Etiopia 587.000, Kenya 537.000, Ciad 454.000 e Uganda 358.000). Dato il consistente numero di rifugiati accolti, nei Paesi di dimensioni relativamente piccole e con una popolazione ridotta il rapporto tra rifugiati ed abitanti presenti sul territorio è molto elevato. Ad esempio, in Libano ci sono 247 rifugiati ogni 1000 abitanti, mentre in Giordania 144. Per avere un’idea è come se l’Italia in proporzione ospitasse dagli 8,5 ai 15 milioni di rifugiati.

Grafico a cura di Martina Dominici
Grafico a cura di Martina Dominici

2) Distribuzione europea dei rifugiati. Ma in favore di chi? – Negli ultimi anni è stata fonte di acceso dibattito sia in Italia che in Europa la necessità di ridistribuire omogeneamente i rifugiati tra i Paesi membri dell’Unione Europea. In Europa il primo Paese per numero di rifugiati è la Francia (238.000) seguita da Germania (200.000), Regno Unito (126.000) e Svezia (114.000). In Italia i rifugiati accolti sono 76.000, poco più di uno ogni 1000 abitanti. Se si considera, invece, il rapporto tra numero di rifugiati e abitanti a occupare il primo posto in Europa e sesto al mondo è Malta, con 23 rifugiati ogni 1000 abitanti, mentre il secondo è la Svezia con 12 rifugiati ogni 1000 abitanti. Qualunque siano gli indicatori utilizzati per stabilire il sistema di ridistribuzione a livello europeo, è chiaro che l’Italia non sarebbe il Paese a trarre maggior beneficio da tale ripartizione.

Grafico a cura di Martina Dominici
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3) L’Unione Europea ha abbandonato l’Italia nella gestione della crisi? – L’Unione Europea non gestisce direttamente la crisi poiché non esiste una vera politica europea nei confronti delle migrazioni provenienti da Paesi terzi non condizionata ai vincoli nazionali. Dato che i Paesi membri non sono stati disposti a delegare all’Unione Europea i poteri nazionali in materia, la gestione dei migranti extra-UE è rimasta di competenza di ogni singolo Stato. In virtù degli obblighi degli Stati europei di controllare i propri confini e della crescente legislazione comunitaria in materia di migrazioni all’interno dell’Unione, nel 2003 è entrato in vigore il regolamento Dublino II (rielaborato nel 2013 come regolamento Dublino III), che attribuisce l’onere di gestione della domanda dei richiedenti asilo al primo Paese di ingresso in Europa. Tale convezione è stata introdotta anche per “responsabilizzare” gli Stati membri sui settori di confine comunitari e spingerli a prestar maggior impegno nel controllo dei propri confini nazionali. Questa misura, che ha inevitabilmente penalizzato i Paesi affacciati sul Mediterraneo, si è resa necessaria per la prassi diffusa tra i Paesi di transito di lasciar passare i migranti senza identificazione per evitare di farsene carico, come peraltro successo nel caso dei jihadisti che hanno colpito Parigi e che avevano transitato in Italia. La stessa Italia è stata più volte accusata di non rispettare le disposizioni in materia d’asilo, da ultimo da Joachim Herrmann, Ministro degli Interni bavarese che nell’estate del 2014 ha accusato l’Italia di non registrare dati personali e impronte digitali di tutti i rifugiati per permettere loro di chiedere asilo in un altro Paese dell’Unione.

4) Da quanto dura lo stato di emergenza in Italia? – Nel 2011, a causa della rivoluzione in Tunisia e della successiva guerra in Libia, il numero dei migranti sbarcati sulle coste italiane raggiunse quota 62.692, un livello definito “eccezionale” dal Governo italiano, che arrivò a decretare l’Emergenza Nord Africa (ENA). In questo stato di emergenza, a fianco al sistema ordinario vennero istituiti i centri di accoglienza straordinaria (CAS), ovvero pensioni, palestre, palazzetti dello sport, comunità e altre strutture accreditate presso la Prefettura che ospitano i migranti in cambio di un corrispettivo di circa 45 euro al giorno. Tra le cause che determinano l’insufficienza dei posti nei centri d’accoglienza ordinaria vengono imputati i ritardi nella gestione del processo. Secondo la legge, i richiedenti dovrebbero essere ospitati nei centri di prima accoglienza per il tempo strettamente necessario ad ottenere il riconoscimento dello status, non oltre i 35 giorni. In realtà a causa delle lungaggini burocratiche e della difficoltà ad inserirli nei centri di seconda accoglienza, i richiedenti possono restare in queste strutture per oltre un anno, togliendo così posto per i nuovi arrivati. L’Emergenza Nord Africa venne chiusa con un decreto del 28 Febbraio 2013 per poi riaprire i battenti nel 2014, anno in cui, a causa della guerra in Siria e della situazione in Libia, il numero di migranti giunti via mare è quasi triplicato (170.100) rispetto al livello definito eccezionale del 2011.

Grafico a cura di Martina Dominici
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5) A quali livelli va affrontata l’emergenza? – Innanzitutto l’emergenza dovrebbe essere affrontata a livello internazionale, perché per avere una soluzione definitiva è necessario affrontare il problema alla radice e la radice del problema sono proprio quelle gravi crisi internazionali che generano profughi e rifugiati. Questo significa intervenire per stabilizzare la situazione non solo nei Paesi di transito, come la Libia, ma anche e soprattutto in quelli di partenza. Secondo i dati sugli sbarchi di Frontex, nel 2014 la maggior parte dei migranti provenivano da Siria, Eritrea, Africa Subsahariana, Afghanistan, Mali, Nigeria e Somalia. E’ da questi luoghi che bisognerebbe partire per affrontare l’emergenza.
Il secondo livello è quello europeo. Così come avviene per altri temi che coinvolgono sicurezza a difesa, per la gestione delle migrazioni extra-UE tra i Paesi membri non esiste né una strategia comune né una politica condivisa. Come per le altre questioni su cui non si trova un accordo, ogni Stato deve gestire da solo la situazione con le risorse e i mezzi che ha disposizione, dimenticandosi che l’unione fa la forza. Prima di Schengen, nessuno si sarebbe mai immaginato di poter giungere a tale livello di libertà di circolazione all’interno dell’area, eppure ora ne vediamo solo i vantaggi. Premettendo che ogni decisione di questa natura richiede sacrifici, seduti al tavolo europeo delle trattative dovremmo smettere di focalizzarci solo su quanto perderemmo delegando parte dei nostri poteri ad un organismo sovrannazionale, ma iniziare a concentrarci su quanto guadagneremmo lavorando insieme.
Il terzo livello è naturalmente quello nazionale. In Italia lo stato di emergenza è diventato strutturale a causa di una gestione poco lungimirante del fenomeno migratorio. Tortuosità e lungaggini burocratiche, costi eccessivi e fondi mal gestiti e in generale un approccio poco programmatico improntato sempre e solo sullo stato di emergenza, ha trasformato nel nostro Paese lo straordinario in ordinario e in questo stato ogni sbarco non può che rappresentare una nuova emergenza.

Martina Dominici

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Foto: John Englart (Takver),

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Martina Dominici
Instancabilmente idealista e curiosa per natura, il suo desiderio di scoprire il mondo l’ha spinta a studiare lingue straniere presso l’Università Cattolica di Milano e relazioni internazionali tra l’Università di Torino e la Zhejiang University di Hangzhou. Le esperienze lavorative presso l’Ambasciata d’Italia a Washington DC e Confindustria Romania a Bucarest hanno contribuito a forgiare il suo spirito girovago e ad affinare la sua arte nel preparare la valigia perfetta. Dopo quasi due anni di analisi strategica, si è occupata di ricerca per l’Asia Program dell’ISPI, prima di partire per la Thailandia come Casco Bianco per Caritas italiana in un programma di supporto ai migranti birmani. Continua ad essere impegnata nell’umanitario in campo di migrazioni.

 

3 Commenti

  1. ok. continuiamo a pensare che non sia una situazione problematica per tutti. Tanto in qualche altro paese le cose vanno peggio quindi a posto

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