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L’Islanda ha ritirato la propria candidatura di adesione all’Unione europea. Il Governo è convinto che gli interessi del Paese possono essere serviti meglio restando lontani da Bruxelles.

ADDIO UE? – Il primo ministro islandese Sigmundur Davíð Gunnlaugsson vuole mantenere la parola data. Il 12 marzo l’Islanda ha ritirato la domanda di adesione all’Unione europea, proprio come promesso dall’attuale premier e dalla sua coalizione di centrodestra durante la campagna elettorale del 2013. Il ministro degli Affari esteri islandese, Gunnar Bragi Sveinsson, ha annunciato che la decisione di interrompere il processo è stata comunicata attraverso una lettera sia alla Lettonia, che dal I gennaio presiede il semestre europeo, sia alla Commissione europea. Il processo di adesione all’UE, avviato nel luglio del 2009 su iniziativa del passato Governo di centrosinistra, è stato così interrotto. Una scelta che ha scatenato le proteste dell’opposizione, mentre il presidente dell’assemblea islandese Einar K. Guðfinnsson ha minimizzato il valore della missiva: «La risoluzione parlamentare del 2009 che chiede al Governo di presentare la candidatura all’adesione rimane in vigore», ha spiegato. Parere condiviso da diversi analisti, secondo cui la lettera inviata dall’esecutivo non ha nessun significato formale fino a quando non verrà approvata dall’Althing, il Parlamento unicamerale del Paese. Parole al vento. Convinto della bontà delle proprie intenzioni, il Governo non ha avuto alcun ripensamento. Del resto, come spiegato dal ministro degli Esteri, per l’attuale esecutivo «gli interessi dell’Islanda sono serviti meglio al di fuori dell’Unione europea».

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Il primo ministro islandese Sigmundur Davíð Gunnlaugsson

LE REAZIONI DEI CITTADINI – Non tutti sono d’accordo con Gunnlaugsson e i suoi ministri, però. Il 15 marzo, circa 7mila islandesi – su una popolazione complessiva di 300mila persone – hanno partecipato a una manifestazione a Reykjavik contro il ritiro della candidatura all’UE. Non potrebbe essere diversamente: l’iniziativa del Governo ha diviso il Paese. Secondo un sondaggio condotto dal 31 marzo al 7 aprile dall’istituto di ricerca Market and media Research, ad esempio, il 42,5% degli islandesi ha ammesso di condividere la scelta dell’esecutivo; il 41,6% si è detto invece contrario. Mentre il restante 15,9% ha preferito non esprimere alcun parere su un’eventuale adesione all’Unione europea, che sarebbe potuta risultare determinante per il futuro dell’Islanda e della sua principale attività economica: la pesca. Nel 2010, secondo le più recenti stime della FAO, l’Islanda ha pescato l’1,22% delle catture mondiali mentre l’UE si è fermata al 5,18%. Entrare a fare parte dell’Unione avrebbe significato “sottomettere” il settore della pesca alle quote imposte da Bruxelles. Ma non solo. Oltre ad aver sottoscritto il trattato di Schengen, l’Islanda fa parte – insieme a Norvegia e Liechtenstein – dello Spazio economico europeo (SEE). Ciò consente, ad esempio, ai cittadini e ai prodotti islandesi (specie quelli ittici: dopo Norvegia e Cina, l’Islanda è il terzo fornitore dell’UE) di poter circolare liberamente attraverso l’Unione europea. Seguire l’esempio della Croazia, l’ultimo Paese in ordine cronologico ad aderire all’UE nel luglio del 2013, non avrebbe offerto ulteriori vantaggi. Anzi. Reykjavik avrebbe dovuto rispettare alcuni vincoli imposti da Bruxelles agli Stati membri. Come la nuova Politica Comune della Pesca, per l’appunto.

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Manifestazione del 2014 per chiedere un referendum contro la proposta del Governo di interrompere l’avvicinamento all’UE. I cartelli recitano «Tradimento», «Idea stupida» e «Ascoltateci»

LA POLITICA COMUNE DELLA PESCA – Attraverso la nuova Politica Comune della Pesca (Common Fisheries Policy), in vigore dal I gennaio 2014, l’Unione europea intende garantire livelli di catture elevati a lungo termine per tutti gli stock ittici (il cosiddetto principio del rendimento massimo sostenibile) senza mettere a rischio l’ecosistema marino. Ogni anno il Consiglio dei ministri europei della Pesca stabilisce il totale di catture permesse (Total allowable catches – TAC) per la maggior parte delle scorte ittiche, alcune delle quali non vengono decise annualmente: gli stock di acque profonde vengono stabiliti ogni due anni, ad esempio. I quantitativi di pesce, che possono essere catturati devono tener conto di dati affidabili e aggiornati sullo stato delle risorse marine.
Gli stock vengono condivisi tra i Paesi dell’Unione europea sotto forma di quote nazionali. Inciso: i Paesi dell’Unione europea possono scambiarsi le rispettive quote. Per gli stock condivisi e gestiti congiuntamente con i Paesi extra-Unione europea, invece, i TAC vengono concordati insieme ai (gruppi di) Paesi interessati. Una volta ottenuta la propria quota, gli Stati membri devono ridistribuirla a loro volta tra i propri pescatori, basandosi su criteri trasparenti e oggettivi. Ma c’è di più. Spetta al Paese verificare e controllare che le quote non siano sovra-sfruttate e chiuderne la pesca qualora tutta la quota a disposizione di una specie venga catturata.

COSA CAMBIA? – La legittima decisione di interrompere il processo di adesione all’UE non avrà ripercussioni negative sui rapporti tra le due controparti, assicura l’esecutivo islandese. Reykjavik continuerà a intrattenere – anzi: proverà a rafforzare – le relazioni politiche e commerciali con l’Unione europea, tutelando in ogni caso gli interessi del Paese. Come ribadito esplicitamente in un documento programmatico del ministro degli Affari Esteri, datato marzo 2014.

Mirko Spadoni

[box type=”shadow” align=”aligncenter” class=”” width=””]Un chicco in più

In Islanda la crisi economica iniziò nel 2008. Quando le uniche tre banche presenti nel Paese (la Glitnir, la Landsbanki e la Kaupthing) fallirono in rapida successione per poi essere nazionalizzate. I debiti degli istituti di credito, circa 85 miliardi di dollari, divennero parte integrante del debito pubblico. Gli effetti furono devastanti: deprezzamento della moneta locale, la corona, nei confronti dell’euro e crollo del prodotto interno lordo. Nell’ottobre del 2008 l’Islanda chiese così l’assistenza finanziaria del Fondo monetario internazionale (Fmi), che in cambio di alcune riforme strutturali elargì aiuti per 2,1 miliardi di dollari. Soldi che l’Islanda non ha ancora restituito completamente. Dopo aver rimborsato in anticipo parte del prestito nel marzo e nel giugno 2012 e nel dicembre del 2014, il Paese deve ancora al Fmi 345 milioni di dollari.[/box]

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