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Lotta alla corruzione, campagna anti-valori occidentali, mancanza di una successione e sgretolamento del Partito Comunista Cinese: intorno a questi quattro punti gira la presidenza di Xi Jinping, il Presidente più autoritario che la Cina abbia conosciuto dalla morte di Mao che più di ogni altro sta cambiando le regole del gioco nel regno di mezzo.

“BORN RED” – È l’uomo al vertice di un Partito di 87 milioni di persone nella nazione più popolosa al mondo e la terza persona più influente al mondo. Xi Jinping, sesto uomo al potere nel regno di mezzo comunista, è il primo leader ad essere nato dopo la rivoluzione del 1949 ed il più autorevole dalla morte del “grande timoniere”. Nei tre anni dalla sua ascesa, la Cina è diventata la prima potenza economica mondiale, ha inaugurato lo stato di diritto – con caratteristiche cinesi – e imposto la sua autorità su ogni aspetto della vita pubblica dall’editoria alla libertà di espressione online. Xi ha creato nuove commissioni che supervisionano la politica estera, Taiwan, l’economia, il controllo di Internet, le riforme di governo, la sicurezza nazionale e le riforme militari e se ne è messo a capo, tenendo le file – allo stesso tempo – della Magistratura, dell’Esercito e della polizia segreta. In un curioso test universitario alla Beijing University of Technology, gli studenti d’arte sono stati valutati secondo la loro capacità di copiare un ritratto di “Xi dada” – papà Xi, come è stato soprannominato dai media cinesi. Nelle parole di Gary Locke, precedente Ambasciatore statunitense in Cina: He’s at the center of everything.”

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LA LOTTA ALLA CORRUZIONE – Nel nome della purezza ideologica – e della sopravvivenza del partito – Xi Jinping si è imbarcato nell’impresa di eliminare la corruzione dall’apparato governativo investigando decine di migliaia di compagni e facendone il tema più caldo della sua presidenza.
Sin dall’inizio, infatti, quando la presidenza sembrava essere sotto attacco dalla gang di Bo Xilai, Xi si è mostrato spietato nel colpire nemici e non, allo scopo di “purificare” il partito, guadagnare sostegno popolare ed eliminare tutti gli avversari. La lotta contro la corruzione è un classico non solo della nomenclatura del partito, ma anche un’eredità dell’età imperiale, dove la corruzione della burocrazia era onnipresente. I più maligni hanno ben notato come la lotta alla corruzione da parte di un imperatore ha sempre portato nella storia cinese ad un cambio di imperatore.
A guidare l’operazione investigativa è Wang Qishan, fedelissimo di Xi, in una campagna a tre fasi. La prima fase prevede la creazione di paura nel partito, la seconda il rafforzamento dello Stato di diritto, fase in sviluppo come già detto in passato, e infine la diffusione di una cultura politica della legalità. In quella che è la più grande campagna anti-corruzione nella storia della Cina, Wang ha aperto la prima seduta della Commissione per la Disciplina (CCDI) consegnando ai suoi collaboratori dei dossier con le loro stesse violazioni, al fine di instillare paura anche in loro. Iniziata nel Novembre 2012, la campagna ha certamente instillato paura nella burocrazia del partito e nel management delle imprese statali attraverso un esercito di centinaia di migliaia d’investigatori con licenza di interrogatorio senza alcun limite legale. Ad oggi, un terzo delle provincie ha perso almeno uno dei suoi membri più anziani, le imprese statali i suoi manager più in vista e circa 200 degli stessi investigatori sono stati puniti severamente per negligenza.

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I CASI CELEBRI – Oltre al noto caso di Bo Xilai, astro nascente della politica cinese e potenziale rivale di Xi nella leadership, l’arresto di Zhou Yongkang ha creato parecchio scalpore. Yongkang si era ritirato nel 2012 dalla standing committee – l’organo massimo di governo della Cina – ed era a capo delle Forze di Sicurezza cinesi. Con un esercito privato al suo comando e contatti importanti nel corrotto mondo del petrolio cinese, il suo caso ha creato un precedente spiacevole per molti senior del partito: regola non scritta della nomenclatura cinese è che i membri con cariche di vertice si ritirino dopo dieci anni di mandato e che non eserciteranno il loro potere dietro le quinte, in compenso saranno risparmiati da epurazioni e vendette. L’arresto di Zhou Yongkang è a tutti gli effetti un cambio delle regole del gioco e potrebbe portare conseguenze inattese nel prossimo futuro. I leader attualmente in carica non avranno più ragione di lasciare il loro posto nel timore che, una volta abbandonato il posto, venga fatta terra bruciata intorno a loro. L’arresto di Xu Caihou, vice direttore del Comando militare supremo in pensione, e Guo Boxiong, anch’egli figura emerita dell’Esercito, accende i riflettori su un’altra area considerata dalla tradizione del PCC intoccabile: l’esercito. Nella rete di Wang sono finiti, infatti, anche decine di altri generali e alti manager delle State Owned Enteprise (SOE) – lasciti dell’era puramente comunista – che ancora oggi dominano ampi settori dell’economia.

GLI EFFETTI DELLA CAMPAGNA – La normale vita della burocrazia cinese risulta, di conseguenza, distrutta. I membri del partito si trovano nella difficile posizione di prendere decisioni senza conoscere le conseguenze sulle loro carriere e sul loro futuro per paura che possa essere usato contro di loro. Tale frammentazione interna del PCC è accettata dai quadri del partito vicini a Xi. È ben noto, d’altronde, come Xi faccia parte della “nobiltà rossa”, un gruppo pseudo-aristocratico della Cina comunista formato dalle famiglie dei precedenti leader fin dal tempo di Mao. La loro approvazione è chiave nel futuro della Cina ancor più che quella di alti quadri del partito: non è un mistero come la “nobiltà rossa” disdegnasse la precedente coppia di leader, Hu e Wen, e abbia più volte impedito loro riforme non apprezzate. D’altronde, il Presidente Xi sta affrontando una crisi di legittimità e di vuoto ideologico del partito – che i four comprenshive possono difficilmente colmare – ed un’opposizione alle sue riforme. Ulteriore effetto della campagna anti-corruzione è anche, quindi, un silenzio diffuso dall’opposizione, il quale permette l’implementazione di riforme difficili.

GLI EFFETTI SULLA SOCIETÀ CIVILE – Acclamato come un riformatore potenzialmente liberale alla sua nomina, Xi si è rivelato un accentratore accanito anche della vita sociale del regno di mezzo. Attivisti indipendenti che accusavano la corruzione sono stati arrestati, insieme ad avvocati per i diritti civili. Media e Internet hanno subito un’ulteriore e inaspettata stretta, con svariate campagne miranti a limitare l’influenza di blogger famosi, attivisti, “comportamenti inopportuni” e – presunta – pornografia. Tale stretta arriva a sorpresa per gli intellettuali impegnati nella normale dialettica politica. In precedenza le idee politiche più disparate potevano essere discusse liberamente se non c’era alcun tentativo di metterle effettivamente in pratica, con grande arricchimento del dibattito specialmente nelle università, dove molti professori hanno studiato all’estero. Attualmente, invece, qualunque dibattito di “idee occidentali” è bollato come anti-patriottico e messo sotto accusa.

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LA SUCCESSIONE – Quando Hu Jintao ascese agli alti ranghi del partito, nel 1992, egli si fece carico, come da tradizione, di selezionare e promuovere i futuri leader che avrebbero seguito la sua generazione. Alla metà degli anni Novanta erano infatti più di 20 le stelle nascenti del partito, tra cui brillava la coppia Xi – Li. Già nel 2005 era già chiaro che il duo sarebbe stato il cuore della quinta generazione di leader che avrebbe guidato la Cina nel decennio 2012-2022. In contrasto con tale meticolosa pianificazione, Xi Jinping e Li Keiqiang sembrano non avere espresso alcun parere sulla futura sesta generazione, fatto che impensierisce colleghi e analisti.
Non è un mistero che l’accentratore Xi ha finora nominato solo compagni fidati e “nobili” alla guida del Paese: voci anonime all’interno del partito sussurrano solennemente che Xi sta preparando il terreno per estendere la sua presidenza ben oltre il 2022 – almeno fino al 2027 – in contrasto con i dettami di Deng Xiaoping che hanno governato la Cina comunista nel post-maoista. La campagna anti-corruzione sarebbe, quindi, un ottimo metodo per eliminare le opposizioni al regno di Xi.

IL CROLLO DEL PCC? – In un recente articolo – che ha fatto parecchio scalpore tra gli addetti ai lavori – Shambaugh, noto esperto della Cina contemporanea, identifica cinque fattori che stanno dando un contributo fondamentale allo sfaldamento del Partito Comunista Cinese (PCC): fuga di capitali, repressione, corruzione, squilibri economici e perdita di legittimità. Il rallentamento economico dell’ultimo anno sembra essere il fattore che impensierisce di più – in quanto influenza anche gli altri elementi. Finché la crescita economica è abbastanza alta, il partito assicura alla popolazione opportunità di mobilità orizzontale e verticale. La lotta alla corruzione è, quindi, da leggere come una risposta alle pressioni esterne di legittimità ed interne di lotta per il potere. Secondo Shambaugh tali pressioni rischiano di accelerare la caduta del PCC, ormai non più in grado di rispondere alle necessità di governance del paese.
A nostro parere, invece, è fondamentale tenere conto delle modifiche che Xi sta applicando alle regole del gioco: la mancanza di una successione e l’attacco ai vertici del partito rischiano di sgretolare il partito dal suo interno. i recenti cambi nella scorta e le indagini tra i membri dell’Esercito fanno chiedere a molti se la posizione di Xi Jinping è effettivamente così granitica o non ci sia un rischio di un improvviso colpo di stato da parte dei suoi avversari.

CONCLUSIONI – La Presidenza di Xi Jinping è destinata ad essere la più controversa – finora – tra le leadership post-Mao. La sua crescente assertività in politica estera ci ricorda che la Cina sta modificando il suo modo di interpretare il mondo delle relazioni internazionali, mentre la crescente tensione interna ci rammenta che anche la politica interna del Partito sta mutando. È bene ricordare, infatti, che così come Deng Xiaoping era considerato come un leader riformatore, egli non dubitò un attimo quando dovette ordinare all’Esercito di intervenire a Piazza Tienanmen nel 1989 per sopprimere i tumulti; allo stesso modo Xi Jinping è un leader comunista, parte della nobiltà rossa, che in prima persona ha vissuto i successi e i fallimenti delle politiche del suo partito. Pertanto è difficile immaginare che Xi possa essere un catalizzatore volontario della caduta del PCC, quanto – piuttosto – un attore alla ricerca di una nuova identità per il suo Partito.

Federico G. Barbuto

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