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Cosa ci si aspetta dai Paesi asiatici all’Expo 2015? L’Asia è il continente più popoloso del pianeta: tra le sue file i primi produttori di derrate alimentari, Cina e India, sono entrambi alle prese con la sfida dell’autosufficienza nella produzione del riso. Mentre molti tra i partecipanti dedicheranno parte dei loro padiglioni al problema della produzione sostenibile di cibo, la maggioranza dei Paesi asiatici sembra preferire un approccio meno impegnativo.

PRESENTI E ASSENTI – I Paesi asiatici che prenderanno parte all’Expo di Milano vanno dai più grandi – Cina, Giappone, Sud Corea, Malesia e Tailandia, ai più piccoli – Bangladesh, Nepal, Cambogia e Brunei. Tra gli assenti spiccano India, Indonesia e Filippine, le cui ingenti popolazioni dipendono ancora largamente dal settore agricolo. Nell’ultimo decennio il progresso e la modernità sono entrati stabilmente nella rappresentazione dell’Asia fatta propria dall’immaginario collettivo. Ci si aspetterebbero dunque grandi cose dai padiglioni asiatici, mentre ad oggi l’impressione generale è che ci si accontenti di un basso profilo forse per evitare di prendere posizione sui problemi più scottanti. La maggioranza ha infatti scelto di incentrare il proprio padiglione sulla rispettiva tradizione culinaria, piuttosto che su progetti innovativi e tecnologie di avanguardia diretti a risolvere i problemi sul tappeto tra cui l’uso efficiente delle risorse, l’agricoltura sostenibile e la sicurezza alimentare. In particolare, solo Bangladesh e Cambogia hanno scelto di aderire al cluster del riso, una risorsa alimentare di cruciale importanza per l’intero continente.

I PADIGLIONI – La Cina, ospite uscente dell’Expo, suscita alcune perplessità. Invece di affrontare almeno alcuni dei problemi più pressanti collegati al suo sbilanciato sviluppo agricolo, ha deciso di dedicare il suo padiglione temi più leggeri come i cicli dell’agricoltura tradizionale, le diverse scuole di cucina regionali e alcune innovazioni in campo agronomico. Corea del Sud, Tailandia e Malesia sembrano seguire la stessa linea, illustrando diversi aspetti della loro ricchissima e affascinante tradizione culinaria. Giappone e Vietnam saranno gli unici a collegare la loro cultura alimentare con il problema della fame e della scarsità di risorse idriche. Sforzi apprezzabili vengono invece da Cambogia e Bangladesh che manifestano una volontà decisa di migliorare la filiera produttiva del riso.

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La coltivazione del riso in Cina

L’ASIA E IL RISO Il riso è la prima commodity al mondo per valore e la seconda per area coltivata dopo il grano. Se ne producono circa 745 trilioni di tonnellate l’anno, il novanta percento dei quali in Asia (dati FAOSTAT). A differenza del grano, coltivato prevalentemente nei Paesi sviluppati, il 94% percento dell’offerta mondiale di riso proviene da Paesi in via di sviluppo. Cina e India sono i primi produttori al mondo seguiti da Indonesia e in successione da altri sei Paesi asiatici. Da millenni il riso rappresenta la componente principale della dieta asiatica e si ritiene che la sua coltivazione, caratterizzata da alta intensità di lavoro, sia alla base della storica popolosità del continente. Data la sua importanza per l’occupazione e la sopravvivenza di oltre un miliardo di persone, l’autosufficienza nella produzione di riso è sempre stata una priorità per i governi asiatici. La tumultuosa crescita economica degli ultimi decenni ha fatto sì che le popolazioni delle campagne si riversassero in centri urbani sempre più estesi. Non a caso l’ultima edizione di Expo a Shanghai aveva come tema “la città del futuro”. Tutto ciò a danno delle risorse fondamentali per l’agricoltura: terra e acqua. Inoltre, una parte consistente dei sistemi agricoli tradizionali di sussistenza sono stati convertiti in poli per la produzione di commodities destinate al mercato internazionale. L’agricoltura si è quindi progressivamente specializzata in un numero limitato di prodotti, il cui prezzo è sottoposto alle oscillazioni della domanda dell’offerta globale. Questa evoluzione ha reso più ardua la sfida dell’autosufficienza alimentare. La risposta banalmente sta nello sviluppo di sistemi di produzione sostenibili e cioè capaci di favorire l’uso efficiente delle risorse idriche e l’aumento delle rese.

IL CLUSTER RISO – L’Expo di Milano sarà organizzato intorno a diverse aree tematiche collegate a specifici ecosistemi o filiere agricole. Nel padiglione del riso verrà evocato il paesaggio delle risaie a cui si aggiungerà la descrizione  della sua storia, delle fasi della coltura e delle diverse varietà di riso. Rispetto ad altre colture, il riso necessita un’elevata quantità d’acqua, il che pone il problema di approntare adeguate infrastrutture idriche. Sin dai tempi della Green Revolution negli anni ‘70, il settore è stato al centro di una forte di attività di ricerca e sviluppo e oggi la maggioranza della produzione proviene da varietà modificate mediante ibridazione. Notevoli progressi sono stati fatti anche sul fronte della ricerca biomolecolare e della mappatura del genoma. Tuttavia i risultati ottenuti in termini di rese non sono stati sufficienti a innescare una nuova Green Revolution. In generale, sembra esserci accordo sul fatto che un ripensamento radicale dei sistemi di produzione sia necessario per risolvere la sfida alimentare nei PVS (Paesi in Via di Sviluppo). Questo però richiederà un poderoso sforzo finanziario che chiama in causa i colossi dell’agribusiness e costituisce una potenziale minaccia per il futuro di più di 150 milioni di piccoli produttori oggi attivi in tutto il mondo.

Valeria Giacomin

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Un chicco in più

Qui si può accedere al virtual tour 3D nel padiglione riso:

Per saperne di più sulla geopolitica del riso, l’IRRI (International Rice Research Institute) nel 2010 ha pubblicato un interessante rapporto sul riso e la produzione globale che affronta in modo specifico il tema sicurezza alimentare.

Trovate qui le puntate precedenti del nostro Speciale EXPO.

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Valeria Giacomin

Laurea Triennale in Finanza presso l’università Bocconi nel 2009, Double Degree in International Management con la Fudan University di Shanghai tra il 2009 e 2011 e master di secondo livello in Economia del Sud Est Asiatico presso la SOAS di Londra nel 2012. Più di due anni in giro per l’Asia e gran voglia di avventura. Tra il 2010 e il 2012 ho lavorato in Vietnam come analista, a Milano come giornalista e a Città del Capo presso una compagnia e-commerce.
Le mie aree d’interesse sono il commercio internazionale, business development e dinamiche di globalizzazione nei paesi emergenti, in particolare nel settore delle commodities agricole.
Dal 2013 sono PhD Fellow in Danimarca presso la Copenhagen Business School. Sto scrivendo la mia tesi di dottorato sull’evoluzione del mercato dell’olio di palma in Malesia e Indonesia e più in generale seguo progetti di ricerca sul settore agribusiness in Sudest Asiatico.

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