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Ad oltre un anno dagli scontri di piazza tra manifestanti e forze di polizia, la situazione nella piccola isola del Golfo è rimasta sostanzialmente immutata. Infatti, il regime sunnita di Re Hamad bin Isa al-Khalifa sta vivendo una difficile stagione di stabilità che rischia di aggravare ulteriormente il conflitto sociale ancora in corso. Nonostante le buone intenzioni e le promesse di riforme della famiglia reale, il processo di pacificazione del Paese sembra essere ancora un lontano miraggio

 

IL QUADRO DELLE PROTESTE – Le manifestazioni in corso da oltre un anno pur avendo al centro rivendicazioni di carattere economico, politico e sociale, esse affondano le proprie radici nel fattore religioso. Le proteste sono state, infatti, in larga parte indette dalla popolazione sciita – la maggioranza della popolazione totale dell’isola (il 70% secondo i dati del CIA World Factbook) e da sempre penalizzata in ogni ambito della società – e dirette contro il governo e la famiglia reale sunnita degli al-Khalifa. Il movimento giovanile “14 Febbraio” e il partito islamico sciita al-Wafaq hanno guidato le proteste di questi mesi e chiesto al governo e al Re una reale volontà riformatrice. La corona bahrainita, dapprima, ha risposto alle richieste minimizzando la contesa e accusando l’Iran ed Hezbollah di fomentare le istanze sciite in funzione settaria e, in contemporanea, reprimendo duramente i manifestanti, anche con l’aiuto delle truppe saudite e qatarine inviate lo scorso marzo dai Paesi del GCC (Gulf Cooperation Council).

 

IL DISCORSO DEL RE – Dopo mesi di contesa e lotta, lo scorso giungo, il Sovrano ha promosso una commissione d’inchiesta indipendente – “Bahrain Independent Commission of Inquiry” (BICI) – volta a trovare quelle soluzioni utili a garantire un processo di pacificazione nel Paese. Ma i risultati della commissione d’inchiesta sono stati modesti e hanno messo in evidenza un responso molto chiaro: oltre ad aver sottolineato i numerosi episodi di abusi dei diritti umani e torture sistematiche nei confronti degli oppositori al regime, il report ha sottolineato come sia urgente in Bahrain introdurre un consistente pacchetto di riforme capaci di dare avvio a cambiamenti radicali nell’economia, nella politica e nella vita pubblica e sociale nazionale. Nonostante l’iniziativa promossa dal governo, la situazione nel Paese non è cambiata a causa della perdurante volontà delle autorità bahrainite di non affrontare le principali criticità della piccola isola: il mancato rispetto delle opposizioni politiche-religiose e, conseguentemente, la loro assenza dalla scena pubblica e politica nazionale, nonché la definizione di una struttura economica indipendente dal petrolio e più improntata alla finanza.

 

RIFORME, CITTADINANZA E PROMESSE – Sebbene il governo negli anni si sia fatto promotore di alcune iniziative riformatrici di secondo piano – come ad esempio, l’abrogazione del precedente Codice Penale del 1974, l’abolizione della Corte di Sicurezza dello Stato (fondata nel 1972 e ampliata nel 1995) e la concessione della cittadinanza a più di 10.000 bidun (i residenti non-nazionali, per lo più di origine iraniana, ma anche baluci, indiani e giordani) –, non ci sono dubbi che gli sciiti bahrainiti continuino ad essere la categoria più discriminata della società nazionale. Infatti, solo i sunniti dispongono di una cittadinanza attiva e possono anche godere dei relativi diritti sociali, economici e politici. Al fine di evitare un ulteriore aggravarsi della crisi politica interna, lo scorso gennaio, durante un’intervista alla TV di Stato avvenuta, il Re ha formalmente assunto una serie di impegni che prevedono provvedimenti di carattere legislativo-istituzionale e investimenti economici per oltre 14 milioni di dollari per aiutare i lavoratori nazionali, per porre le basi di una vera riforma del mercato del lavoro e per diversificare ulteriormente le entrate statali fortemente dipendenti dalle rendite petrolifere (circa il 67% del PIL, secondo i dati del CIA World Factbook).

 

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IL GATTOPARDO E GLI AL-KHALIFA – Tuttavia, le riforme annunciate dal Sovrano sono identiche a quelle promosse, in più occasioni, nel corso degli ultimi dieci-quindici anni: infatti, nel febbraio 2001, la monarchia degli al-Khalifa aveva promosso, attraverso un referendum popolare, un “programma quadro” di riforme denominato “National Action Charter”, preliminare alla concessione di una nuova Carta Costituzionale. Oggi come allora, le proposte di cambiamento politico-sociale riguardano gli stessi temi: maggiore potere al Consiglio della Shura (Consiglio dei rappresentanti o camera bassa del Parlamento), cambiamento della Costituzione, legalizzazione dei partiti politici e dei sindacati, accettazione dei sciiti come forza politica legale nella vita pubblica e di governo nazionale, nonché, infine, un maggiore rispetto dei diritti umani e delle minoranze religiose. Ma i manifestanti e le opposizioni chiedono vere riforme costituzionali capaci di garantire fin da subito un percorso di rinnovamento nel Paese come, ad esempio, una significativa riforma costituzionale che permetta loro di eleggere liberamente i membri del Parlamento e il Capo del Governo, un riequilibrio tra il potere esecutivo e quello legislativo, un rafforzamento del ruolo del Parlamento attraverso lo strumento della sfiducia parlamentare, una limitazione dei poteri dell’esecutivo, il rilascio dei detenuti politici e la creazione di nuovi posti di lavoro, uscendo così dalla marginalizzazione politica ed economica cui sono stati relegati.

 

IL SENTIERO TORTUOSO VERSO LA PACE SOCIALE – Oggi come dieci anni fa le riforme promesse dalla monarchia sunnita sono rimaste inattuate e la situazione interna al Paese è divenuta sempre più esplosiva. Purtroppo, l’indolenza e l’incuranza verso la questione sciita da parte degli al-Khalifa ha prodotto negli ultimi 13 mesi soltanto una radicalizzazione delle posizioni e una marginalizzazione della politica a favore di un irrigidimento del regime, lasciando scoperti e inalterati i molti nodi al pettine della crisi politica interna. La presenza del contingente americano nell’isola non fa che condizionare l’esito di una qualsisasi rivoluzione dal basso che rimetta in discussione i diritti di Washington sul prezioso avamposto nel Golfo Persico. Pertanto, il futuro del Bahrain sembra essere ancora incerto e lontano da un qualsivoglia percorso di pacificazione nazionale, quale punto d’arrivo del capitolo made in Manama della Primavera Araba 2011.

 

Giuseppe Dentice

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Redazione

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