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La Liaoning, la prima portaerei cinese
La Liaoning, la prima portaerei cinese

Mar Cinese meridionale: l’epicentro di un potenziale conflitto?

Miscela StrategicaL’avanzamento della costruzione di isole artificiali da parte della Cina nel Mare Meridionale Cinese ha creato a Washington un accesso dibattito sul come rispondere a questo ennesimo atto in violazione delle norme internazionali. Paragonato al Mar Mediterraneo per la sua importanza commerciale, il Mar Cinese meridionale è ad oggi un’area altamente sensibile ai conflitti per la sua centralità strategica. 

L’IMPORTANZA STRATEGICA – Il Mar Cinese meridionale è un’area di 3,5 milioni di chilometri quadrati al centro delle politiche economiche e di sicurezza di una moltitudine di Stati. Cina, Brunei, Taiwan, Malesia, Filippine e Vietnam si disputano un’area limitata d’importanza strategica per le risorse naturali in esso contenute, petrolio, gas e aree peschiere – il 10% del totale mondiale – e per le vie commerciali che transitano in esso.
Si stima che circa 5.000 miliardi di dollari in beni passino per l’area su navi mercantili di ogni bandiera che rappresentano circa la metà del tonnellaggio mondiale. Il petrolio che passa nell’area è sei volte maggiore quello che passa il Canale di Suez e diciassette volte maggiore quello del canale di Panama. Circa due terzi delle risorse energetiche coreane, taiwanesi e giapponesi passano nella zona, nonché l’80% di quelle cinesi. Le riserve di idrocarburi contenute nei fondali sono stimate tra i 7 e gli 11 miliardi di barili di petrolio e tra i 200.000 e i 900.000 miliardi di metri cubici di gas naturale (è bene specificare che esistono diverse stime con valori diversi, ma gli ordini di grandezza non variano e sono impressionanti).
L’area è centrale anche dal punto di vista demografico, con 1.3 miliardi di cinesi, 615 milioni provenienti dal resto dell’area ASEAN e 1.5 miliardi di indiani: l’asse di importanza del continente asiatico si sta inesorabilmente spostando verso questa piccola, ma fondamentale area. La situazione nella regione si è aggravata negli ultimi anni in seguito ad un posizione pro-attiva della Cina rispetto alla sua l’influenza nella zona.

Mare Meridionale Cinese
Le aree contestate nel Mar Cinese Meridionale

LE DISPUTE – Origine della disputa nell’area è il tentativo della Cina di ridisegnarne i confini secondo un’ipotetica nine-dash line a scapito delle Zone Economiche Esclusive così come disegnate dal diritto internazionale. La Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare (UNCLOS), entrata in vigore nel 1994, non ha risolto la questione, ma dato nuovi spunti per i reclami dei diversi stati nell’area infuocando il dibattito sulle nuove norme. Al momento otto delle isole Spartly sono sotto il controllo cinese, 29 sono controllate dal Vietnam, 8 dalle Filippine, 5 dalla Malesia, 2 dal Brunei ed una da Taiwan. Pechino sostiene di avere una precedenza storica nell’area secondo la cosiddetta “nine dash line”, un’ipotetica linea che comprende il Mar Cinese meridionale dall’isola di Hainan fino a sfiorare Singapore e Malesia.

IL RIPOSIZIONAMENTO CINESE – Durante gli ultimi due anni la Cina ha avviato un processo di riposizionamento nell’area tramite la costruzione di basi soprattutto nell’arcipelago delle Isole Spratly. Ultimo exploit nella regione sembra essere la creazione di un great wall of sand, ennesima impresa titanica in cui il regno di mezzo si sta cimentando sin da Gennaio al fine di controllare l’area a scapito dei reclami dei diversi governi dell’area. Tale impresa mira a potenziare le capacità cinesi di controllo potenziale, sorveglianza e azione nella regione. L’area di Johnson Reef, precedentemente sommersa dalle acque, è ora emersa per un’estensione di 100.000 metri quadrati. L’operazione è interessante anche dal punto di vista del diritto internazionale in quanto la Cina proclama la sua effettiva sovranità su questa regione: la capacità di sviluppo di tali progetti è usata dalla Cina per proclamare nulle le rivendicazione degli altri Paesi sulla base del diritto internazionale.

Fortino cinese su un isolotto delle disputate Spratly

L’AMMODERNAMENTO DELLA FLOTTA CINESE – Le spese militari del regno di mezzo saranno nel 2015 maggiori del 10% rispetto all’anno precedente, in linea con il rallentamento della crescita del PIL. La modernizzazione della Marina cinese sta passando anche per un miglioramento delle sue capacità – al momento limitate – di proiezione e sea control. Non è un caso, infatti, che nel 2014 la Cina abbia partecipato per la prima volta alla Rimpac, la più grande esercitazione internazionale marittima, con quattro navi. Ed è proprio nel 2014 che un rapporto dell’ufficio del Segretario della Difesa statunitense cerca di porre chiarezza sulla direzione presa dalla Marina cinese. Le ambizioni di riforma del settore sono da attribuirsi a Liu Huaqing, il quale già negli anni ’80 ha sottolineato l’importanza di modificare il concetti operativi delle forze cinesi da forze limitate all’area continentale durante la Guerra Fredda a forze capaci di proiettarsi in aree geografiche esterne. Chiave di volta di tale strategia è la portaerei acquistata nel 1998 dall’Ucraina, oggi denominata “Liaoning”. Portaerei a propulsione convenzionale da 60.000 tonnellate, può imbarcare oltre 30 velivoli e porsi come primo strumento di proiezione delle forze nel Mare Cinese meridionale. Alla Liaoning si dovrebbero affiancare nei prossimi dieci anni altre quattro portaerei, il che inciderebbe fortemente sulle capacità di azione in teatri distanti dalla Cina. In generale, le forze cinesi sono numericamente le prime in Asia. La configurazione di tali unità è – al momento – ancora concentrata su capacità anti-access/area denial, e il loro ammodernamento passa per una lunga via di modifiche per rendere l’interdizione navale più efficace.

La portaerei cinese Liaoning

UNA SVOLTA NELLA POLITICA CINESE? – Uno scontro su un’area di soli 25 miglia ha le potenzialità di diventare la polveriera per una lotta dagli esiti imprevedibili. Le asserzioni della Cina nella regione sono state paragonate senza mezzi termini a quelle della Russia in Ucraina, solo su una scala maggiore. La “nine-dash line” – reliquia del nazionalismo cinese del primo Novecento – è utilizzata come attacco dello status quo. L’area è correntemente raffigurata dalle mappe cinesi come di sua proprietà, e per questo vengono rilasciati passaporti cinesi alla popolazione che vi risiede. Tale comportamento è di totale rottura rispetto alla dottrina della crescita pacifica della Cina (中国和平崛起) portata avanti dalla precedente generazione della leadership cinese del duo Hu Jintao – Wen Jiabao. La ritrovata assertività della nuova generazione non è un isolato caso ma, come mostrato in molte occasioni, la formazione di una nuova dottrina interna e di una nuova declinazione dei rapporti con gli altri attori internazionali. Con gli investimenti cinesi attivi in tutti il mondo, il superamento del PIL degli USA e la crescente internazionalizzazione del Renminbi, il regno di mezzo sembra volere asserire sempre più la sua centralità nel sistema. L’espansione cinese nell’area, se di successo, sarebbe paragonabile alle conquiste territoriali giapponesi nel XX secolo, confermando de facto l’egemonia nel Pacifico ed estendendo ancora di più la sua ombra verso Taiwan. Non deve sorprendere che molti analisti aspettavano una tale dinamica. Ciò che sorprende è, tuttavia, la velocità con cui gli eventi sembrano svolgersi: in soli due anni il numero di incidenti è aumentato notevolmente.
Nel Gennaio del 2013 un gruppo navale cinese ha iniziato a pattugliare la “James Shoal”, un’area reclamata sia da Taiwan che dalla Malesia. Nel Luglio dello stesso anno una flotta di navi da guerra cinesi ha per la prima volta circumnavigato il Giappone, con il chiaro messaggio che il containment del regno di mezzo è una strategia perdente e che l’accesso dell’Oceano Pacifico non può essergli precluso.
Nel Novembre 2013 Pechino ha proclamato una “zona d’identificazione aerea” su un’estesa regione che comprende aree disputate con Giappone e Corea. Poco dopo, la portaerei cinese Liaoning ha iniziato la sua prima missione nel Mar Cinese accompagnata da un’intera squadra navale ad imitazione della vecchia “politica delle cannoniere”. Durante tale missione la cinese Liaoning e l’incrociatore americano Cowpens hanno sfiorato l’incidente militare.
Nel Febbraio 2014 tre navi militari cinesi hanno passato per la prima volta lo stretto di Sunda arrivando senza avvisare fino alla Christmas Island, di proprietà australiana. Nel Maggio dello stesso anno 80 navi cinesi hanno iniziato la ricerca di petrolio in una zona facente parte della zona economica del Vietnam. La costruzione del “great wall of sand” è solo l’ultimo evento di una situazione che continua ad aggravarsi.

Schermaglie tra la guardia costiera cinese e quella vietnamita

VIETNAM – La strategia cinese nell’area è chiara: umiliare uno dei molteplici rivali per educarli tutti. La scelta sembra essere caduta sul Vietnam, il quale però non accetta di farsi domare così facilmente. Il Paese non ha un accordo di difesa con gli Stati Uniti, motivo per cui sembra essere l’obiettivo perfetto. Nonostante l’ideologia comune, entrambi i Paesi sono guidati dal partito unico comunista, i rapporti sono stati storicamente tesi, in particolare dal 1979, anno in cui il Vietnam respinse un’offensiva cinese ai suoi confini. Naturalmente nessun ufficiale in Vietnam si aspetta di potere vincere una guerra tradizionale contro la Cina, ma la storica abilità del Paese di vincere in scontri asimmetrici dà al Vietnam una certa fiducia. Pertanto, non deve sorprendere se il Paese abbia acquistato sistemi d’arma sofisticati – ad esempio due sottomarini russi della classe Kilo – nonostante lo stato di estrema povertà. La questione è parecchio spinosa, tuttavia, in quanto la Cina è stata estremamente attenta nelle sue azioni aggressive al fine di non provocare una reazione militare, ma semplici rimostranze politiche. Tali azioni calibrate sono costruite al fine di creare resistenze politiche che, nel complesso, non possono essere usate come ostacolo effettivo, portando nel lungo termine alla conquista degli spazi voluti senza colpo ferire.

Unità navale filippina in addestramento

FILIPPINE – Le Filippine, altro possibile obiettivo cinese, hanno a lungo trascurato le proprie Forze Armate. Se la Cina ha equipaggiato i propri pescherecci di GPS e mezzi di comunicazione di ultima generazione per controllare le aree contestate senza l’intervento della propria Marina, tali risorse non sono disponibili per le Filippine. Conscio del propria debolezza, il Paese preferisce un approccio diplomatico ad uno showdown militare: le Filippine hanno portato il caso davanti alle Nazioni Unite per il rispetto della Convezione sul diritto del mare, finora senza successo alcuno. Un accordo di difesa con gli Stati Uniti è stato firmato nel 2014 nella speranza di creare una certa deterrenza. Tale accordo rischia però di essere controproducente sia per le Filippine che per gli Stati Uniti in quanto se le forze navali filippine decidessero di agire creerebbero il perfetto casus belli per la Cina per mostrare la propria superiorità ben prima che gli USA possano intervenire. In effetti gli analisti cinesi sottolineano con cura il basso impatto dell’influenza statunitense in Ucraina e il loro insuccesso politico e sostengono che gli scenari in cui gli Stati Uniti giocheranno il ruolo di “paper tiger” sono destinati a ripetersi.

La portaerei indiana INS Viraat seguita dalle unità di scorta

IL GIGANTE INDIANO – Gli Stati Uniti sono considerati alleato non affidabile – a diversi livelli – da molti attori della regione. Pertanto sempre maggiore attenzione è data al vicino indiano – che quest’anno ha una crescita economica superiore a quella cinese – unico attore in grado di controbilanciare, almeno demograficamente, la Cina. New Delhi è un partner importante per il Vietnam, infatti, avendo peraltro offerto una linea di credito di 100 milioni di dollari ad Hanoi per l’acquisto di equipaggiamento militare. Similmente la Corea del Sud vende armamenti alle Filippine per ri-bilanciare l’ordine dell’area in quella che è vista come la migliore strategia per limitare gli sforzi di Pechino: una rete di contro-bilanciamento regionale che escluda un intervento diretto degli Stati Uniti ed evitare una escalation militare o peggio una decisione di non intervento. 

Dimostrazioni anti-cinesi in Vietnam

CONCLUSIONI – Sin dall’arrivo della nuova leadership a Pechino il clima si è fatto più assertivo. Il duo Xi Jiping – Li Keiqiang rimprovera alla precedente generazione di avere calato troppo la testa ai propri avversari per favorire lo sviluppo economico cinese a discapito dell’orgoglio nazionale. In una dialettica sempre più diffusa, la Cina reclama il proprio posto nel sistema internazionale come grande potenza. Ciò comporta un riallineamento del Paese sul lungo termine vis a vis gli Stati Uniti – i quali pattugliano l’area dalla fine della Seconda Guerra Mondiale e hanno forte presenza in Corea, Giappone e relazioni strette con Taiwan. Il controllo dell’area darebbe alla Cina influenza su una delle regioni più importanti economicamente e strategicamente del mondo. Tale riassetto incrementale necessità di un ambizioso programma di modernizzazione delle forze armate cinesi che va oltre lo sviluppo di capacità di cyber sicurezza e aumento del budget, ma che sia capace di ridefinire le priorità della Marina rispetto ai propri interessi. Come già detto, la Cina è concentrata su capacità A2/AD di sea denial con capacità di proiezione e sea control piuttosto limitate. La protezione dal terrorismo, pirateria, linee di comunicazione e proiezione nel Mare Meridionale Cinese – nonché nella sua parte settentrionale dove la questione coreana la fa da padrone – richiede uno sviluppo e un addestramento diverso da quello attuale. Il modello cinese sembra essere, quindi, quello della Royal Navy: non una sfida tout court alla supremazia degli States, ma una forza regionale capace di condurre operazione al di fuori della sua area. Ciò che è bene notare è che l’assertività della leadership cinese riflette un crescente nazionalismo della sua popolazione. Lo stato di superpotenza – che si voglia interpretare come ottenuto o in progresso – acquisito dalla Cina ci mette davanti ad una nuova possibile interpretazione del ruolo con influenze e sfere regionali privilegiate sulle realtà mondiali. Chi si aspetta la Cina e gli Stati Uniti semplicemente collaborare sui temi del cambiamento climatico, terrorismo e proliferazione nucleare ed essere in disaccordo sulle rispettive sfere d’influenza fallisce di comprendere una verità ormai molte volte sottolineata anche in queste pagine: la Repubblica Popolare Cinese mira – in ultima istanza – a modificare le regole del sistema internazionale per come lo conosciamo e non semplicemente ad essere una delle super potenze nel mondo multipolare post caduta dell’Unione Sovietica.

Federico G. Barbuto

Un chicco in più

Per chi volesse approfondire i temi trattati consigliamo la lettura del nostro articolo A2/AD: l’equivoco strategico fra Stati Uniti e Cina e del Quaderno del Caffè N.3 – Geopolitica della Cina: Pechino sviluppa la sua strategia

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