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Il 2015 si è aperto con grandi novità per l’Afghanistan. Dopo 13 anni di massiccia presenza della NATO, che ha lasciato il Paese a fine 2014, l’Afghanistan si trova ora a dover fronteggiare le molteplici sfide politiche e di sicurezza che continuano a creare ostacoli per un processo di pace che risulta ancora molto lontano

UNA STRADA LUNGA E TORTUOSA – Questa sarebbe la definizione più semplice e veloce per descrivere il difficile processo di pace e di stabilità politica dell’Afghanistan, un Paese in cui gli affari di Stato si sono risolti, il più delle volte, con le armi in pugno e con conseguenti guerre civili. Il nuovo presidente Ashraf Ghani, che ha ereditato da Hamid Karzai un Governo debole un Paese ancora instabile, ha ora il compito di accompagnare l’Afghanistan in un lento processo di democratizzazione. Il rischio che la fragile democrazia afghana possa facilmente sgretolarsi sotto i colpi della violenza, della corruzione endemica e della povertà in cui versa gran parte della popolazione incombe pesantemente sul Paese, tanto da avere condotto Ghani a rompere gli schemi politici del passato, creando nuove alleanze e nuove strategie di governo.

LA QUESTIONE PAKISTAN – La stabilità politica dell’Afghanistan passa per il Pakistan. Su questo punto non ci sono dubbi. Negli anni Ottanta la politica di islamizzazione da parte del generale pakistano Zia ul-Haq, salito al potere con un colpo di Stato nel 1977, portò, in brevissimo tempo, alla nascita di più di 1.000 madaris nei territori tribali pakistani, poi divenute luogo di reclutamento e addestramento per i jihadisti che oggi, come allora, attraversano l’evanescente Linea Durand per colpire in territorio afghano. Ma Ghani ha intuito che il tempo delle recriminazioni deve ora essere sostituito con quello del bene comune per entrambi i Paesi. Per decenni, infatti, i rapporti tra il Governo di Kabul e quello di Islamabad sono stati tesi e l’equilibrio politico è stato assai precario proprio a causa dei porosi confini, che permettono ai talebani di sfuggire facilmente alle forze di sicurezza afghane, trovando ospitalità nelle riottose aree tribali pasthun. Islamabad, dal canto suo, non ha mai totalmente nascosto il doppio gioco diviso tra l’ufficiale guerra ai talebani e alle frange dell’estremismo islamico e l’ufficioso appoggio agli stessi da parte dei servizi segreti pakistani. La prova concreta è data dal fatto che, nonostante l’esercito governativo da anni bombardi con o senza l’aiuto dei droni USA le zone del Nord Waziristan, il problema talebani non solo non è stato risolto, ma è addirittura peggiorato in entrambi i Paesi.

GLI INTERESSI STRATEGICI DI ISLAMABAD – L’allarme lanciato dall’UNAMA (la Missione delle Nazioni Unite in Afghanistan) ha ufficialmente indicato che l’aumento delle vittime tra la popolazione civile afghana del 22% e i gravissimi attentati che hanno sconvolto il Paese in questi primi mesi del 2015 hanno riportato la sicurezza come una delle priorità dell’agenda politica di Ghani. Al contrario di Karzai, che ha sempre messo in campo una politica chiaramente filo-indiana, creando più di un motivo di tensione con il confinante Pakistan, l’attuale Presidente afghano ha aperto un dialogo con il Governo di Nawaz Sharif. Islamabad, dal canto suo, ha tutto l’interesse ad accettare l’invito politico di Ghani per negoziare con le milizie talebane, anche perché la Cina, da sempre vicina al Pakistan, percepisce i militanti islamici come un pericolo per futuri accordi economici bilaterali. L’incontro tra il Presidente afghano e il Primo Ministro pakistano, avvenuto nel novembre 2014, ha ridato quindi speranze per una possibile futura strategia comune per la stabilità politica di entrambi i Paesi.

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LA STRANA COPPIA – Nei giorni scorsi ha avuto luogo a Washington il primo incontro ufficiale di Ghani con il presidente Obama, che sembra aver portato risultati politicamente rilevanti, oltre che una riapertura di un colloquio costruttivo con gli USA. Il meeting si è tradotto principalmente in una modifica del piano di riduzione del contingente americano in territorio afghano: i 9.800 marines stanziati rimarranno in Afghanistan e non verranno dimezzati, come era stato invece precedentemente stabilito. Oltre ai talebani, infatti, il futuro dell’Afghanistan è messo seriamente a repentaglio dall’ISIS, che sembra rivolgere la propria attenzione all’Asia centrale, avendone capito la portata strategica e politica. Secondo alcune fonti del Governo e della polizia afghana l’organizzazione avrebbe già creato delle basi logistiche nel Paese eventualità che, se confermata, porterebbe a conseguenze politiche rilevanti in tutta la regione. Obama e Ghani hanno quindi interessi strategici convergenti, temendo entrambi che in Afghanistan possa replicarsi quanto accaduto in Siria e Iraq. Unica soluzione possibile, che possa, per quanto costosa, scongiurare in qualche modo lo sconfinamento dei terroristi dell’ISIS in Afghanistan e limitare i danni provocati dai talebani locali è il prolungamento della permanenza militare USA, almeno per tutto il 2015.

NON SONO KARZAI – Nella gestione dei rapporti con gli USA, Ghani ha dimostrato di essere diverso da Hamid Karzai. L’ex ministro delle Finanze, dopo una lunga permanenza negli Stati Uniti, dove ha conseguito un dottorato alla Columbia University, ha capito l’importanza di avere alleati sia interni che esterni per poter condurre il Paese fuori dal pantano sociale e politico in cui si trova. Dotato di una visione politica basata sul superamento delle odiose rivalità tribali ed etniche, che lacerano il tessuto sociale afghano, Ghani ha improntato il proprio mandato presidenziale su un’idea di unità nazionale, con grandi aperture nei confronti degli altri Paesi.

Sia gli USA, sia l’Afghanistan sono infatti consapevoli di quanto sia importante, in questo momento così delicato, siglare un accordo tra i due Paesi, al fine di facilitare una stabilità geopolitica nell’area. Il ripetersi in Afghanistan della tragedia dell’Iraq è infatti un incubo che Obama e Ghani hanno tutta l’intenzione di scongiurare.

Barbara Gallo

[box type=”shadow” align=”aligncenter” class=”” width=””]Un chicco in più

Non va né sottovalutato né dimenticato che il fallimento del processo di stabilizzazione dell’Afghanistan passa anche per l’Iran, che ha contribuito pesantemente alla frammentazione del Paese. La politica iraniana in Afghanistan del divide et impera ha funzionato per decenni, creando un forte clima di instabilità e rallentando il processo di pace.[/box]

Foto: DVIDSHUB

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5 Commenti

  1. .
    Si tratta di  ingenui “errori” e non, piuttosto, di scelte consapevoli? L’attuale governo di Kabul è costituito prevalentemente da personaggi provenienti dalla cosiddetta “Alleanza del Nord”, supportata dagli USA contro i talebani . Fondamentalisti, più il folosovietico Dostum –  tradendo gli accordi stipulati a Peshawar nel 1989 da tutti i 7 gruppi della Resistenza per gestire pacificamente la transizione  alla democrazia- sono responsabili della successiva guerra civile tramite cui paesi “amici” hanno tentato di portare al governo un proprio paladino:  Dostum (Russia), Sayyaf (Arabia), il Wahdat (Iran); a questi va aggiunto  lo stesso Rabbani, presidente di turno che per primo tradì gli accordi, ed Hekmatiar (Pakistan) che avrebbe dovuto succedergli. Hanno distrutto le città, lasciato il territorio in mano a bande criminali, ucciso centinaia di migliaia di afghani, compiuto inenarrabili crimini contro l’umanità: anziché essere deferiti all’Aia, governano l’Afghanistan! Io li conoscevo, e la CIA no? Chi li porrebbe liberamente alla guida del proprio paese?   Quando, durante la resistenza antisovietica gli USA e gli altri paesi “amici” costruivano, armavano e foraggiavano i fondamentalisti, sino ad allora inesistenti in un Afghanistan permeato di sufismo, erano inconsapevoli  delle conseguenze delle loro azioni?  Non si può incendiare una foresta, lamentarsi  perchè brucia e sostenere di volerla spengere gettandovi benzina. Non può qusto governo risolvere i problemi, perché è lui “il primo problema”.

  2. GabrilJan 

    Sono perfettamente d’accordo. Le
    tradizioni sono il fondamento di ogni cultura e popolo. In Afghanistan sono
    stati fatti molti errori. Il più grave è stato quello di non tenere conto della
    storia del popolo afghano, considerandolo un semplice soggetto da “sottomettere”
    ai valori e alle regole del mondo occidentale. Si dovrebbe, al contrario,
    puntare a valorizzare le culture localie soprattutto lasciare spazio al governo afghano di risolvere le loro
    questioni politiche sia interne che esterne. Il punto è capire quanto questo
    sia realizzabile nella pratica, poiché gli interventi internazionali hanno
    alterato gli equilibri sociali e politici di questo Paese.GabrilJan

  3. Tutto sulla testa degli afghani che non hanno diritto di parola. Per la democrazia (?) all’occidentale servono i partiti ed una società politicizzata,  niente di più lontano dal Paese.  Per la stabilizzazione dell’Afghanistan è forse più importante rispettare quello che il Paese è, e non quello che altri vorrebbero fosse: non è una nazione, ma una confederazione di popoli a cui non è possibile imporre un potere scelto dall’alto, con la forza e con pesudo “elezioni”, senza scatenare scontento e reazioni. La millenaria democrazia afghana – sconquassata con la violenza di un’invasione dai sovietici- voluta da popolazioni permeate dal sufismo, tolleranti e includenti, delegava le decisioni al “Grande Cerchio” (Loya- Jergha) che includeva tutti, anche le donne, si formava dal basso, le cui decisioni erano da tutti accolte. Se davvero si vuole stabilizzare e pacificare il Paese perché non ripartire da questo?

  4. Articolo di stampo filoamericano sradicato dai dogmatici testi didattici universitari e notizie preconfezionate per la massa di pecore che credono che gli Stati Uniti abbiano contribuito o contribuiscano alla “democrazia” in Afghanistan. Mi piacerebbe che un giornalista mi desse la sua personale definizione del vocabolo “democrazia”.

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