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Hot Spot – Lo Yemen continua a far parlare di sé per i risvolti internazionali della sua complessa situazione interna. Da questo partiamo per comprendere gli eventi in corso

Tra i Paesi che hanno fortemente vissuto l’ondata delle Primavere arabe del 2011, e che a seguito del loro verificarsi hanno avviato – seppur faticosamente – un processo di transizione politica, lo Yemen continua a far parlare di sé per i risvolti internazionali della sua complessa situazione interna. Ed è da questa, e dalle caratteristiche/criticità del Paese, che bisogna partire per la comprensione degli eventi correnti. Situato nella parte sud-occidentale della Penisola Araba, lo Yemen si trova in una posizione strategicamente rilevante grazie all’affaccio sullo stretto di Bab el-Mandeb. Questo rappresenta, infatti, un importantissimo crocevia commerciale che, attraverso il passaggio dal Golfo di Aden prima e dal Mar Rosso poi, consente alle imbarcazioni che partono dall’Oceano Indiano di raggiungere lo stretto di Suez.

[toggle title=”La situazione economica” state=”close”]Alla posizione favorevole nella Penisola araba, però, non corrisponde una florida situazione interna. Come per gli altri Paesi dell’area, lo Yemen ha per lungo tempo contato sulle rendite petrolifere come principale fonte di reddito. Ma le riserve stanno via via esaurendosi, e addirittura potrebbero estinguersi del tutto nel giro di un decennio: tegola per uno degli Stati meno ricchi dell’area, che per contro vede un costante incremento della propria popolazione e il perpetuarsi di problematiche idriche e alimentari. Nonostante i tentavi iniziati a partire dal 2011 per migliorare l’accesso a risorse e fonti energetiche, la scarsità di bacini idrici derivata dal clima desertico fa sì che quasi la metà della popolazione non riesca a rifornirsi di acqua, potabile e non, e rende particolarmente complesso lo sviluppo del settore agricolo. La vita dello Yemen, dunque, è vincolata all’importazione di derrate alimentari e agli aiuti internazionali, che dopo aver costituito per lungo tempo una parte rilevante delle entrate rischiano di subire una brusca frenata a causa dell’instabilità politica, poiché talvolta legati collegati a clausole di condizionalità.[/toggle]

[toggle title=”La società e la politica” state=”close”]

La debolezza economica si intreccia con quella del tessuto sociale, che vede una frammentazione della popolazione lungo tre direttrici:

  1. la profonda divisione tra popolazioni del nord e del sud, che vantano origini differenti e non si sono amalgamate dopo l’unificazione territoriale del 1990;
  2. la presenza di diverse tribù in contrasto tra loro, intrecciata a doppio filo con le divisioni religiose, che vedono la compresenza di una maggioranza sunnita e di una minoranza sciita, prevalentemente zaidita;
  3. il fatto che lo Yemen, storicamente Paese di militanti islamici, “ospiti” sul suo territorio parte del gruppo di Al-Qaeda della Penisola Araba (AQAP), e che la frangia yemenita è considerata la più pericolosa tra quelle affiliate ad Al-Qaeda.

Chiude il cerchio l’attuale conflitto civile, il quale vede contrapporsi gli Houthi (che nel 2004 avevano iniziato le proprie rivendicazioni contro il tentativo di affermare il culto salafita in luogo del tradizionale zaidita) e i lealisti al Presidente Hadi. Dopo mesi di proteste finalizzate alla cacciata del Governo, e il rifiuto della bozza di nuova Costituzione – che prevedeva tra l’altro la divisione federale del Paese in sei regioni distinte – lo scorso gennaio il Presidente ad interim Hadi e i membri del Governo si sono dimessi dopo essere stati assediati per giorni dagli Houthi, che hanno provveduto a sostituirli con un Governo temporaneo da essi guidato. Posto agli arresti domiciliari, ma riuscito a fuggire, Hadi si è spostato nella città di Aden il 21 febbraio scorso, nel tentativo di ripristinare il proprio Governo, considerato come legittimo dalla comunità internazionale. Anche grazie al supporto delle armi iraniane (sebbene manchi la sicurezza del coinvolgimento diretto del Paese nell’attuale conflitto), gli Houthi hanno guadagnato sempre più terreno nella parte meridionale del Paese. Preoccupati dalla loro avanzata – e anche dal potenziale ruolo che l’Iran avrebbe potuto giocare in essa –, alcuni Paesi hanno avviato, lo scorso 25 marzo, una campagna di bombardamenti nell’area di Aden. Il leader della coalizione internazionale anti-Houthi è l’Arabia Saudita, coadiuvata militarmente da Bahrein, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Giordania, Kuwait, Sudan e Qatar. Supporto non militare proviene da Belgio, Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti e Turchia, e più recentemente dal Marocco.[/toggle]

Ben posizionato strategicamente ma bisognoso di supporto economico e politicamente frammentato, lo Yemen si pone dunque come Paese “ottimale” per accogliere un’influenza esterna ordinatrice, ruolo tuttavia conteso (o spartito) tra molteplici attori internazionali:

  • l’Arabia Saudita che, complice la condivisione della corrente religiosa e la presenza di numerosi lavoratori yemeniti sul proprio territorio, cerca di influenzare anche politicamente l’andamento del Paese;
  • l’Iran, che vorrebbe sfruttare la posizione geografica dello Yemen e la minoranza sciita (circa il 35% della popolazione), per creare un proprio “avamposto anti-saudita”;
  • i Paesi della NATO, Stati Uniti in testa, che considerano lo Yemen come il baluardo della lotta contro AQAP.

E saranno proprio le influenze esterne di Arabia Saudita, Iran, Sudan, Consiglio di Cooperazione del Golfo, Stati Uniti, Europa e Paesi NATO ad essere al centro di questo approfondimento.

Introduzione di Giulia Tilenni

Lo Yemen al centro del confronto Arabia Saudita – Iran

Le capacità militari schierate in Yemen
di Emiliano Battisti

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[tab_title] Contesto [/tab_title]
[tab_title] Fattori chiave [/tab_title]
[tab_title] Prospettive [/tab_title]
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[tab] L’intervento militare non è il primo nella storia saudita in Yemen: nel 2009 Riyadh intervenne nelle zone nei pressi del confine successivamente all’uccisione di una guardia di frontiera per fermare i tentativi d’infiltrazione dei miliziani Houthi. Inoltre, attualmente l’Arabia Saudita è impegnata nella campagna contro ISIS in Siria, dove il Paese ha preso parte a diversi bombardamenti aerei sulle posizione jihadiste. Le sue Forze Armate sono equipaggiate ormai da anni con armi e sistemi d’arma di origine occidentale, soprattutto made in USA, ma anche europea come i cacciabombardieri Tornado e i caccia EF-2000 Thyphoon (comunemente conosciuti come Eurofighter). L’Aeronautica è la punta della lancia delle forze saudite, anche perché è quella con un notevole livello di addestramento unito a mezzi di tipo avanzato. Altro discorso per le forze di terra, le quali sono sì equipaggiate con armi e mezzi all’avanguardia, ma sono del tutto da sperimentare in combattimento, soprattutto con una forza di tipo milizia come quella degli Houthi. Al momento attuale i sauditi schierano circa 100 velivoli, per lo più caccia F-15C per la superiorità aerea e cacciabombardieri F-15S per i bombardamenti di precisione.  Questi sono affiancati da caccia EF-2000 Thyphoon e cacciabombardieri Tornado IDS (Interdiction Strike – interdizione e attacco). Gli altri Paesi facenti parte della coalizione a guida saudita contribuiscono con diverse versioni del caccia multiruolo F-16 Fighting Falcon e con Mirage-2000 di costruzione francese.[/tab]
[tab] L’Arabia Saudita ha deciso di non muoversi da sola, ma di radunare attorno a sé una coalizione militare per fermare le azioni del Movimento Houthi in Yemen.  A un primo sguardo, questo gruppo unitosi a Riyadh nell’operazione denominata Decisive Storm (Tempesta Decisiva) sembra coerente, comprendendo Paesi della regione (e non, essendoci anche il Marocco) a maggioranza musulmana sunnita. Gli Stati partecipanti all’azione militare contro gli Houthi hanno anche in comune l’obiettivo di mandare un messaggio chiaro al proprio interno per scoraggiare eventuali ribellioni contro le autorità di Governo. Un’analisi più approfondita della coalizione mette in luce la presenza in essa dell’Arabia Saudita, dell’Egitto, degli Emirati Arabi Uniti e del Qatar, Paesi che al momento attuale si confrontano più o meno direttamente sul terreno libico, appoggiando con supporto logistico e diretto le principali fazioni in lotta (l’Egitto e gli Emirati con il governo di Tobruk; il Qatar con il governo di Tripoli). Evidentemente, l’Iran è percepito come potenziale nemico in grado di mettere da parte, almeno nell’area della penisola arabica, le divergenze geopolitiche in altri scacchieri. Inoltre, va notato che Paesi come la Giordania e gli Emirati Arabi Uniti partecipano attivamente alla guerra contro l’ISIS al fianco, de facto, dell’Iran. [/tab]
[tab] L’Arabia Saudita fornisce il maggior contributo alla coalizione, schierando, come descritto in precedenza, un centinaio di velivoli dell’Aeronautica e circa 150.000 uomini nei pressi del confine con relativi mezzi. Reparti di aviazione sono schierati anche da tutti gli altri Paesi che compongono la coalizione. Gli attacchi aerei sulle posizioni delle milizie Houthi sono iniziati il 25 Marzo. Il controllo dello spazio aereo yemenita è stato preso in poche ore soprattutto a causa della scarsa presenza di sistemi d’arma antiaerei (caccia intercettori o batterie di missili SAM – Surface to Air Missile). L’impegno della coalizione anti-Houthi si estende anche all’ambiente marittimo. A largo delle coste yemenite sono presenti unità navali dell’Arabia Saudita e dell’Egitto, con il compito di prevenire l’afflusso di rifornimenti per le milizie Houthi da parte dell’Iran. In particolare, le navi egiziane pattugliano lo stretto Bad al-Mandab, mentre le unità saudite hanno esteso la loro area operazioni nelle acque yemenite a controllo dei porti.  A breve dovrebbero aggiungersi alcune unità pakistane. Da non sottovalutare che Arabia Saudita, Egitto ed Emirati Arabi Uniti possiedono capacità di assalto anfibio, un’opzione da tenere in considerazione nel caso di un intervento di terra. A questo proposito, accanto ai 150.000 uomini schierati dai sauditi sul confine yemenita, l’Egitto e il Pakistan si appresterebbero a inviare piccoli pacchetti di forze terrestri. Questa opzione è presa in considerazione anche da Riyadh, che vorrebbe evitare un impegno massiccio terrestre. In questo quadro, l’appoggio degli Stati Uniti risulta essere fondamentale in alcuni campi precisi: l’ISR (Intelligence Recoinnassance and Surveillance – Ricognizione Sorveglianza e raccolta d’informazioni), soprattutto di tipo satellitare, in quanto numerosi assets aerei sono schierati in Afghanistan e nella guerra all’ISIS; supporto logistico; assistenza nella pianificazione e nel coordinamento, data la maggiore esperienza nella guida di coalizioni degli Stati Uniti rispetto all’Arabia Saudita; addestramento delle forze regolari yemenite. [/tab]
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Il ruolo dell’Arabia Saudita in Yemen
di Veronica Murzio

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[tab_title] Fattori chiave [/tab_title]
[tab_title] Prospettive [/tab_title]
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[tab] A sei giorni dall’inizio di attacchi aerei sullo Yemen, la Coalizione guidata dall’Arabia Saudita non è riuscita nel suo obiettivo di fermare l’avanzata delle milizie Houthi. Anzi. Del 29 Marzo è la notizia della caduta del porto di Shaqra a 100 km da Aden mentre il giorno successivo erano segnalati scontri all’interno della città. Secondo l’ambasciatore Saudita negli Stati Uniti, Adel al-Jubair, Riyadh “non ha avuto scelta”nell’intervento e“e le loro azioni sono state dettate dal desiderio di preservare il legittimo governo yemenita e impedire la presa di potere del radicale movimento degli Houthi.” Allo stesso tempo, però la prospettiva di un attacco via terra sembra essere stata sospesa. Probabilmente questa decisione è stata presa ricordando la non esemplare prova data dall’esercito Saudita contro gli Houthi nel 2009. [/tab]

[tab] Le ragioni che possono aver indotto il Regno Saudita ad attaccare sono principalmente di ordine politico sia interno che estero. A livello geopolitico l’azione può essere ricondotta a un incrementarsi dello scontro tra le due potenze della Regione l’Iran e l’Arabia Saudita. L’inquietudine del Regno verso il passaggio in orbita iraniana dello Yemen unita alla mancanza di confine fisico tra i due Paesi è vivissima. In un’intervista riportata da Bruce Riedel nell’Ottobre 2014 un Principe Saudita affermava che il “regno si trovava circondato da pupazzi iraniani e che alleati di Teheran controllano quattro capitali arabe: Bagdad, Beirut, Damasco e Sana’a”. Allo stesso tempo, come ha fatto notare il Jerusalem Post, l’intervento militare è anche dettato dall’inazione americana che appoggiando le milizie sciite in Iraq e con i negoziati sul nucleare sta permettendo all’Iran di agire indisturbato in tutto il Medio Oriente. L’azione militare potrebbe essere, dunque, un tentativo di forzare la mano all’Iran portandolo a intervenire direttamente in Yemen. L’operazione in Yemen, però, potrebbe anche essere un modo per rafforzare la nuova gerarchia interna al regno dopo la salita al trono di re Salam bin Abdulaziz Al Saud. In particolar modo l’attenzione è puntata verso il giovane Ministro della Difesa, Muhammad bin Salman (n.b. figlio del sovrano) la cui promozione prese gli esperti di sorpresa sia per la sua età (34 anni pare), che per la sua mancanza di esperienza. Questo giovane è stato sempre un favorito del nuovo re e ha fama di essere un uomo audace e ambizioso. Un successo nell’attuale crisi yemenita potrebbe essere fondamentale per la sua ascesa nella Casa regnante. [/tab]

[tab]Come Simon Henderson ha ben descritto, l’intervento militare in Yemen da parte dell’Arabia Saudita, è una scommessa che si basa sulla possibilità delle sue forze di fermare gli Houthi. Fino ad ora l’intervento aereo ha portato alla distruzione dei depositi di armi e aeroporti. La forza degli Houthi, però, non è mai stata l’aereonautica o la qualità delle armi bensì le tecniche di guerriglia e l’abilità di continuare a combattere in condizioni estreme. L’idea di inviare truppe di terra, azione paventata dal Ministro degli esteri yemenita, Riyadh Yaseen, potrebbe portare a un numero di perdite inaccettabili. Con l’appoggio degli altri Paesi della Coalizione, i Sauditi potrebbero allontanare gli Houthi da Aden e, forse, a liberare Sana’a ma sarebbe difficile tenerla senza lasciare truppe sul campo per un lungo periodo. La continuazione dell’intervento militare, a mio avviso, porterà o alla divisione de facto dello Yemen in due con Aden capitale per il governo Hadi o ad uno stato di guerra civile aperta con truppe saudite presenti a “pacificare” il Paese. Ciò, a sua volta, condurrebbe all’esacerbarsi del conflitto settario (sciiti sunniti) con un rafforzamento dei gruppi jihadisti quali AQAP (al Qaeda nella penisola arabica) e Isis. Soluzione alternativa sarebbe l’entrata in campo del Qatar che già una volta, nel 2009, riuscì a ottenere un cessate il fuoco tra l’Arabia Saudita egli Houthi. Difficilmente però una qualunque di queste soluzioni potrebbe essere presentata come “vittoria”.[/tab]
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Il ruolo dell’Iran in Yemen
di Simone Pelizza

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[tab_title] Prospettive [/tab_title]
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[tab]È difficile valutare con certezza la reale estensione dell’influenza iraniana in Yemen. Nonostante le continue accuse dell’Arabia Saudita e dei suoi alleati regionali, non ci sono infatti prove evidenti di un massiccio coinvolgimento di Teheran nella guerra civile yemenita. È vero che l’Iran ha spesso fornito armi ai ribelli Houthi, come dimostrato dalla cattura di un dhow iraniano carico di lanciamissili cinesi in acque territoriali yemenite nel gennaio 2013. Ed è altrettanto vero che Teheran ha instaurato rapporti ufficiali con gli Houthi sin dal maggio dello stesso anno, quando l’Ambasciatore iraniano a Sanaa incontrò uno dei leader del movimento, Saleh Habra, promettendo solidarietà e sostegno alla loro causa. Tuttavia la posizione dell’Iran nel Paese sembra molto più debole e limitata di quanto si creda. Gli Houthi agiscono infatti in sostanziale autonomia da Teheran, mentre il coinvolgimento iraniano sul terreno rimane più virtuale che reale, fatto più di gesti simbolici che di effettiva forza militare. A Sanaa non c’è nulla di paragonabile al contemporaneo e massiccio spiegamento di uomini e mezzi della Repubblica islamica visibile in Siria e in Iraq, teatri strategici ben più importanti agli occhi della leadership iraniana del lontano e povero Yemen. La verità è che il coinvolgimento iraniano in Yemen appare più accidentale che pianificato, frutto delle circostanze e dell’incompetenza del Presidente Hadi, incapace di includere positivamente la minoranza sciita nel Governo del Paese.[/tab]

[tab]La debolezza della posizione iraniana in Yemen è dimostrata anche dalla cauta reazione di Teheran ai bombardamenti aerei sauditi dei giorni scorsi. Pur condannando duramente l’iniziativa di Riyadh, il Ministro degli Esteri Mohammad Javad Zarif non è andato al di là di generici richiami per una soluzione politica della crisi yemenita, mentre il Presidente Hassan Rouhani ha avuto conversazioni telefoniche anche con i leader di Francia e Gran Bretagna, sostenitori esterni della campagna saudita contro gli Houthi, chiedendo un intervento diplomatico internazionale per fermare il conflitto. Non si tratta certo di iniziative bellicose e, a dispetto del sensazionalismo dei media arabi, non si segnalano nemmeno movimenti significativi della Marina iraniana verso lo stretto di Bab-el-Mandeb e le coste yemenite. Questo non vuol dire che non esista a Teheran un fronte interventista a favore degli Houthi: molti membri del clero iraniano hanno infatti giudicato le dichiarazioni di Zarif come “insufficienti”, chiedendo a gran voce un maggiore sostegno per la causa dei ribelli yemeniti, mentre diversi esponenti del Parlamento hanno anche attaccato duramente il Presidente turco Erdogan per il suo supporto esterno alla campagna aerea saudita, minacciando di cancellare la sua prossima visita a Teheran. Pur non indifferenti alla causa degli Houthi, in virtù del ruolo storico dell’Iran come difensore delle minoranze sciite in Medio Oriente, Zarif e Rouhani stanno però cercando di raffreddare questi sentimenti bellicisti, insistendo per una mediazione diplomatica tra le varie fazioni della guerra civile yemenita. Contro un intervento armato a Sanaa pesano infatti l’esito incerto dei negoziati con l’Occidente sul programma nucleare nazionale e la difficile situazione militare in Iraq, dove l’offensiva per strappare Tikrit all’ISIS ha rivelato serie divergenze tra milizie filo-iraniane e coalizione aerea a guida americana. A livello logistico, poi, un invio significativo di uomini e mezzi in Yemen appare estremamente difficile e rischioso, visto il pesante blocco aeronavale imposto dall’Arabia Saudita e dai suoi alleati intorno al Paese.[/tab]
[tab]Per il momento, la risposta di Teheran all’iniziativa militare saudita non andrà oltre qualche blanda protesta diplomatica, in attesa di concludere il negoziato chiave sul nucleare con i Paesi occidentali. Inoltre, l’assenza di una vera e propria strategia per lo Yemen – chiaro segno del coinvolgimento accidentale dell’Iran nelle vicende yemenite – impedisce al Governo iraniano di adottare una posizione più risoluta a favore degli Houthi. Tuttavia è molto probabile che Teheran cercherà comunque di inviare segretamente armi e consiglieri militari ai ribelli yemeniti, sia per difendere il proprio prestigio politico nel Golfo Persico che per indebolire la posizione saudita in Siria e in Iraq. Una guerra prolungata in Yemen potrebbe infatti avere risultati catastrofici per Riyadh, dimezzando il sostegno saudita ai ribelli anti-Assad e alle fazioni sunnite in Iraq. Dopotutto, ad essere in discussione ad Aden e a Sanaa è la sicurezza nazionale saudita, non quella iraniana. Con un impiego minimo di risorse, l’Iran può dare abbastanza forza agli Houthi per infliggere gravi perdite alla coalizione militare creata da Riyadh, mettendone a rischio la stessa sopravvivenza sul lungo periodo. Inoltre, la crisi in Yemen ha rafforzato i rapporti di Teheran con i suoi principali alleati regionali (Assad, Hezbollah, sciiti iracheni) ed eurasiatici (Russia e Cina), dando nuova energia alle ambizioni internazionali del Governo iraniano. Accidentale e limitato, l’intervento in Yemen potrebbe quindi avvantaggiare l’Iran sullo scacchiere geopolitico mediorientale, soprattutto nel medio e lungo periodo.[/tab]
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Il piano regionale della crisi

Il Sudan: combattere gli Houthi per convincere i sauditi
di Beniamino Franceschini

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[tab_title] Prospettive [/tab_title]
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[tab]Il Sudan sta contribuendo all’operazione “Tempesta decisiva” con 4 aerei (uno dei quali forse è stato già abbattuto) e circa 6mila soldati, avendo manifestato all’Arabia Saudita la disponibilità a partecipare alle manovre terrestri. Fino a cinque anni fa, tuttavia, la presenza di Khartoum in una coalizione saudita impegnata – nei fatti – contro Teheran sarebbe stata assai improbabile. I rapporti tra Sudan e Iran sono sempre stati molto cordiali, soprattutto per il carattere islamista (sebbene sunnita) del Governo di Khartoum e per la comune ostilità degli a agli Stati Uniti. Ancora nel 2014 le Autorità sudanesi ritenevano l’Iran il principale alleato, una relazione stabilmente basata sulla cooperazione militare.

Qualcosa, però, è cominciato a cambiare negli ultimi due anni, con il progressivo avvicinamento del Sudan all’Arabia Saudita, fino al definitivo capovolgimento di alleanza fortemente ribadito dai vertici di Khartoum alla vigilia delle operazioni in Yemen. La priorità, la «red line» secondo il ministro della Difesa Hussein, è difendere la regione – della quale ora il Sudan si considera parte fondante – e arrestare il pericolo che minaccia l’Arabia Saudita sia in quanto Stato, sia in quanto terra sacra dell’Islam.[/tab]
[tab]Combattere in Yemen contro gli houthi e al fianco di Riyadh significa schierarsi contro l’Iran, nonostante, paradossalmente, la maggior parte delle armi sudanesi arrivi proprio da Teheran. Al-Bashir, comunque, aveva cominciato già da tempo a guardare con interesse all’Arabia Saudita, spinto dalla devastante crisi politico-economica interna. Dal 2008 il Sudan sta attraversando una fase molto turbolenta, rapidamente aggravata dall’autonomia del Sudan del Sud, che ha privato la controparte del 75% delle riserve petrolifere. Khartoum ha chiuso il 2014 con il PIL al +2,6%, dopo il -6% del 2013 e il -10,1% del 2012 (dati della Banca mondiale), mentre l’inflazione ha raggiunto a febbraio 2015 il 23%. In aggiunta il Paese è stato attraversato da vaste rivolte represse nel sangue, con almeno 200 morti solo nel biennio 2011-2013. Per quanto l’Iran potesse garantire in passato un’alleanza strategica per il Sudan e una via d’accesso ad armamenti e aiuti finanziari, le difficoltà attuali non permettono a Teheran di investire ingenti risorse per favorire la ripresa di Khartoum. Accettando il tentativo di reshifting regionale saudita, invece, il Sudan otterrà il sostegno del quale necessita: maggiore assistenza economica; forniture di petrolio; impiego della leva arabo-sunnita per ricompattare alcuni settori della popolazione e tentare una nuova fase di islamizzazione del Paese; miglioramento delle relazioni con l’Egitto e, latu sensu, con gli Stati Uniti.[/tab]

[tab]Il Sudan proseguirà nel percorso di allineamento con l’Arabia Saudita e le Monarchie del Golfo: non ha altra scelta, perché i rapporti con l’Iran sono ormai compromessi. Da Riyadh arriveranno il denaro fondamentale per la tenuta del Paese e per le forniture militari – forse anche per quelle contrattate con la Cina tramite la mediazione di Teheran. Il processo di affermazione della nuova alleanza non sarà tuttavia semplice. In Arabia si sa perfettamente che il cambio di rotta sudanese è solo opportunistico, ma altri fattori di rallentamento saranno la diffidenza dell’Egitto (con il quale il clima però sta migliorando) e il coinvolgimento di fatto degli Stati Uniti. Al-Bashir è incriminato dalla Corte penale internazionale e Washington è tra i suoi maggiori avversari. Sebbene non ci sia alcuna possibilità che i due Paesi riprendano nel medio periodo le normali relazioni, è inevitabile che, per triangolazione, gli USA debbano confrontarsi con alcuni affari sudanesi in qualità di potenza non ostile, con un cambio di prospettiva – non di linea – su qualche dossier. La vicinanza alle Monarchie del Golfo potrebbe inoltre favorire un rafforzamento dei caratteri del Sudan quale Paese islamico, supportato dalla consulenza saudita e da centri religiosi wahabiti che sostituiscano quelli finanziati dall’Iran e chiusi dal Governo di Khartoum per marcare i nuovi equilibri.[/tab]
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Il ruolo del Gulf Coorperation Council (GCC)
di Marco Giulio Barone

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[tab]Il Gulf Cooperation Council (GCC) è un’organizzazione regionale a vocazione prevalentemente economica ma che nel corso degli anni ha sviluppato anche strumenti di intervento per garantire la sicurezza regionale. Il GCC si compone di sei Paesi del Golfo (Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Oman e Qatar) che, condividendo alcune caratteristiche fondamentali quali modello economico, sistema giuridico ed esigenze geopolitiche, si sono raggruppati in una compagine regionale che dal 1981 ha come obiettivi primari l’integrazione economica e la creazione di un mercato interno alla regione. A questi si sono aggiunti programmi infrastrutturali su scala regionale ed i colloqui per la creazione di una moneta unica. Lo Yemen, che pur non si affaccia sul Golfo, è considerato da anni un possibile membro dell’organizzazione nell’ottica di una generale stabilizzazione della penisola arabica, obiettivo chiaramente disatteso visti gli sviluppi degli ultimi mesi. Il GCC ha giocato un ruolo fondamentale per Sana’a, anche se non incisivo abbastanza da evitare il progressivo degrado delle capacità di governance della presidenza Hadi, la quale non è riuscita a mettere in cantiere le riforme strutturali necessarie a combattere la frammentazione politica con crescenti e diffuse opportunità economiche. Alla parte economica si affianca il ruolo militare che il GCC ha assunto in queste settimane, partendo dalle iniziative strutturali Peninsula Shield Force e GCC Joint Military Command. Il GCC ha agito da regista politico per le operazioni militari a guida saudita, ora parzialmente sostituito dalla Lega Araba, in seno alla quale la coalizione è cresciuta oltre i confini della penisola arabica (Sudan, Egitto, Giordania).[/tab]

[tab]Il GCC ha assistito economicamente lo Yemen fin dai primi anni 2000, ma l’incapacità yemenita di recepire e mettere a frutto efficacemente gli aiuti congiunta alle questioni interne al GCC hanno di fatto rallentato il processo di ristrutturazione del Paese, favorendo quindi quegli attori virulenti che rappresentano un fattore di debolezza endemica per Sana’a (Houthi, al-Hirak, AQAP). In effetti, a partire dal 2012, l’organizzazione ha varato un piano di aiuti per 8 miliardi di dollari a sostegno delle riforme che la presidenza Hadi avrebbe dovuto realizzare negli anni successivi. Di fatto gran parte dei fondi non è mai arrivata in Yemen. Il Paese si è dimostrato incapace di gestire programmi complessi e la corruzione dilagante e le clientele hanno inficiato la realizzazione di progetti che pur avessero una copertura finanziaria. Inoltre, gli attriti intestini al GCC hanno rallentato il flusso di denaro a causa di contenziosi politici (e/o geopolitici) più o meno palesi. Ad esempio, la rivalità tra Arabia Saudita e Qatar, che spesso si sviluppa “per procura” nei teatri di guerra (Libia e Siria in primis), ha portato a problemi e discordie nella gestione dei rapporti con Sana’a. Il Qatar ha inoltre finanziato attori locali yemeniti al di fuori della cornice istituzionale GCC, provocando il disappunto di Riyadh. Invece, Oman e Bahrein, bisognosi del sostegno degli altri Stati della regione, si sono trovati a dover diventare donatori, per contro subendo una contrazione dei programmi economici a loro destinati in favore del più povero Yemen.[/tab]
[tab]L’attuale crisi in Yemen rappresenta il fallimento del GCC nel ruolo di security provider. Sebbene lo scopo dell’organizzazione sia di natura economica – ma con caratteri chiaramente geopolitici – la necessità di includere lo Yemen per non subirne l’instabilità ne ha ampliato sia gli strumenti che le ambizioni. Ma non tutti gli Stati membri hanno apprezzato il ruolo di leadership che l’Arabia Saudita ha avocato a sé, nonostante ne rappresenti il membro più influente. La minaccia diretta alla sicurezza regionale ha ricompattato i Paesi della regione, che hanno in sostanza rispettato gli accordi militari legati al GCC, anche se gli strumenti già in essere si sono rivelati insufficienti ed hanno richiesto un ampliamento della dimensione operativa ed una coalizione che trascende la sola penisola. Questo determina un ruolo di secondo piano per l’organizzazione regionale, che lascia il passo alle iniziative saudita ed egiziana, ed alla Lega Araba. Due i percorsi possibili a partire dallo stato attuale: acquisire una preziosa – anche se pesante – lesson learned per correggere i grossi errori di governance che hanno minato l’operato del GCC in Yemen nel medio periodo oppure ridurre le ambizioni dell’organizzazione regionale alla sola economia, deputando le funzioni di governance e sicurezza ad altre istituzioni (o accettando una parziale involuzione al rapporto negoziale tra Stati membri). Soluzione quest’ultima sfavorevole ai membri più piccoli, i quali beneficiano della cornice di sicurezza comune a costi ragionevoli, ma che per contro subiscono la pressione politica del tentativo egemonico di Riyadh nella regione.[/tab]

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Mondo occidentale e crisi in Yemen

Gli USA e lo “Yemen Model”
di Marco Spada

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[tab] Il conflitto interno yemenita sta mostrando le sue dimensioni regionali grazie al supporto esterno della sunnita Arabia Saudita e dell’Iran sciita rispettivamente al Governo di Abd Rabbih Mansour Hadi ed ai ribelli Houthi. Gli Stati Uniti si trovano nella scomoda situazione di avere una storica e continuativa alleanza economica, politica e militare con i sauditi, ma al contempo di sedersi al tavolo delle trattative nucleari con l’Iran, nonché di avere il supporto indiretto di Teheran nella lotta contro lo Stato Islamico. A complicare la situazione va tenuto conto dell’annosa operazione antiterroristica degli Stati Uniti nei confronti di Al-Qaeda nella Penisola Araba (AQAP), potente cellula del movimento sunnita attiva nel sud dello Yemen. L’amministrazione Obama ha sempre definito l’operazione antiterroristica in Yemen come un successo, un modello da esportare anche in altri contesti, con riferimento esplicito all’Iraq ed alla Siria. Lo Yemen Model, attuato con il supporto saudita e del governo yemenita, si manifesta come l’esatto esempio di small footprint, in contrapposizione, anche figurata, alla più corposa strategia di boots on the ground che ha caratterizzato gli interventi in Medio Oriente sotto l’amministrazione Bush. Non vi è stato, pertanto, alcun invio di truppe di terra, bensì l’utilizzo di bombardamenti mirati di drones ed il supporto all’intelligence ed alle forze militari del Governo yemenita al fine di contrastare i movimenti terroristici. In realtà l’operazione, pur avendo raggiunto discreti successi tattici a breve termine, ha rivelato la pochezza strategica nel lungo periodo.[/tab]

[tab]Le mancanze della strategia americana risiedono soprattutto nella poca attenzione data ai problemi interni dello Yemen, la cui radicalizzazione ha portato al susseguirsi delle violenze degli ultimi mesi. Menzione particolare merita il modo in cui è stata gestita la transizione dal governo Saleh, in carica praticamente dal 1978, destituito in seguito alla primavera araba yemenita, in favore di un governo provvisorio di unità nazionale guidato da Abd Rabbih Mansour Hadi, scelto dal National Dialogue Conference, in accordo con le Nazioni Unite. In realtà il governo Hadi si è rivelato tutt’altro che provvisorio, democratico e di unità nazionale, mantenendo buona parte delle forze del Paese lontano dalle decisioni politiche e favorendo la creazione di vuoti di potere, specie nel sud dello Yemen. Di tale caos ha beneficiato proprio AQAP, che ha manifestato rinnovato vigore nelle capacità di esportare il jihad anche al di fuori dei confini nazionali, rivendicando i recenti attentati alla redazione di Charlie Hebdo. La complessa situazione interna yemenita ha invece sfavorito proprio gli Stati Uniti, costretti al ritiro dei diplomatici e dei contingenti militari dal Paese (presi d’assalto dagli Houthi), vanificando molti degli sforzi effettuati per creare una base stabile da cui combattere AQAP.[/tab]

[tab]La posizione degli Stati Uniti è più che mai complessa. Anzitutto in questo momento manca all’interno dello Yemen un valido interlocutore con cui Washington possa accordarsi in maniera costruttiva per definire le proprie strategie e difendere i propri interessi: non lo è stato il governo Hadi, non lo saranno i rivoltosi Houthi. E la situazione di instabilità non può che giocare a favore di Al-Qaeda nella Penisola Araba. Inevitabile il sostegno nelle operazioni militari all’alleato saudita, che complicherà però le relazioni tra Washington e Teheran. La prospettiva migliore per Obama è quella di un rapido ritorno all’integrità territoriale dello Yemen, al fine di evitare pericolosi vuoti di potere che possano avvantaggiare i movimenti terroristi. La lezione imparata a proprie spese, e della popolazione yemenita, dovrebbe portare gli USA a riflettere sul fallimento dello Yemen Model, ripensare la propria strategia e ritornare sui propri passi, evitando di promuovere in Iraq ed in Siria un modello basato sulla cura dei sintomi piuttosto che delle cause, dati i miseri risultati raccolti nella penisola araba.[/tab]

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UE, NATO e sicurezza della navigazione
di Emma Ferrero

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[tab]L’Alto Rappresentante dell’Unione Europea per gli Affari Esteri e le Politiche di Sicurezza, Federica Mogherini, ha rilasciato il 26 marzo scorso, a seguito del deteriorarsi degli eventi nello Yemen, una dichiarazione che esclude senza giri di parole la possibilità di un intervento militare a guida europea nel Paese. L’Alto Rappresentante, infatti, sottolinea con estrema chiarezza che l’azione militare non è la soluzione. Al contrario, invita gli attori regionali ad agire responsabilmente e costruttivamente, al fine di riprendere il negoziato fra le parti per avviare un processo di transizione stabile e controllato. L’Unione Europea, dunque, si dichiara preoccupata e vicina alla popolazione yemenita, ma non riesce a porre in essere un’adeguata pressione politica in merito alla questione. Anche la NATO riconosce la criticità della situazione nello Yemen, ma diversamente dall’Unione Europea non prende posizioni ufficiali.

Il Segretario Generale Jens Stoltenberg si è limitato a fare un rapido accenno alla situazione nel corso della conferenza stampa del 25 marzo, in risposta ad una domanda dei giornalisti presenti.  Il nesso fra la crisi nello Yemen e la NATO può essere ridotto in tre punti: la preoccupazione legata ad un progressivo collasso del Medio Oriente, l’accrescimento del fattore terroristico nella regione e il rapporto di cooperazione della NATO con i paesi partner, in particolare la Giordania. Ciò detto, anche l’Alleanza non sembra intenzionata a portare avanti un’azione diretta, politica o militare. Il coinvolgimento dei paesi europei nell’area, quindi, si mantiene sul piano delle operazioni legate alla sicurezza della navigazione e di lotta alla pirateria nel Golfo di Aden.[/tab]
[tab] La presenza dei Paesi europei nella regione è principalmente legata alle missioni internazionali con funzioni di lotta alla pirateria, scorta di convogli umanitari del WFP (World Food Program) e, in generale, di protezione delle acque e delle coste del Golfo di Aden. Le missioni in questione sono la Missione Atalanta, a guida Unione Europea, e la Missione Ocean Shield, a guida NATO. La prima nasce nel 2008 nel contesto della European Common Security and Defence Policy, con l’obiettivo di contrastare le azioni della pirateria somala nelle acque del Corno d’Africa e nell’Oceano Indiano. Il mandato prevede la protezione delle imbarcazioni del WFP, della Missione dell’Unione Africana in Somalia, il contrasto alle azioni di pirateria e di rapina a mano armata, il monitoraggio delle attività di pesca al largo della Somalia ed il supporto ad altre missioni internazionali nell’area. Il mandato è stato esteso fino al Dicembre 2016.

La missione NATO Ocean Shield, iniziata nel 2009, si svolge nella stessa area geografica. Il mandato NATO prevede, oltre alla protezione e alla scorta di navi mercantili, attività di ricognizione e intelligence legate alla lotta alla pirateria somala. Elemento caratterizzante di questa missione è la sua funzione di deterrenza e prevenzione. Entrambe le missioni citate svolgono regolare attività nello stretto di Bab el-Mandeb, snodo delicatissimo per i traffici di greggio – e non solo – che dal Medio Oriente si muovono verso il Mediterraneo. Lo stretto, della lunghezza di 32 km, è la via di collegamento più rapida fra l’Oceano Indiano e il Mar Rosso ed è una delle aree a più alto tasso di abbordaggi, in particolare nella porzione di mare del Golfo di Aden fra lo Yemen e la costa settentrionale somala.[/tab]
[tab]Nel Golfo di Aden, e nello specifico nello stretto di Bab el-Mandeb, vanno a concentrarsi gli interessi dei Paesi importatori di greggio. Primo fattore di rischio è l’instabilità politica dei Paesi che si affacciano sullo stretto, ivi compreso lo stato yemenita, oggi al collasso. Oltre al non-Stato somalo, la cui economia si basa quasi unicamente sulle attività illecite dei gruppi criminali e terroristici attivi sul territorio, anche l’assenza di autorità nello stato yemenita potrebbe portare ad un crescente controllo del mare da parte dei gruppi terroristici operanti in loco, nella fattispecie Al Qaeda nella Penisola Arabica – che trova la sede delle sue cellule di controllo e di addestramento nello Yemen –  e affiliazioni dello Stato Islamico.

L’instabilità politica dello Yemen, a sua volta, ha generato forti ripercussioni sul piano finanziario. Le Borse Europee hanno subito un brusco crollo il 26 marzo, successivamente all’attacco della coalizione guidata dall’Arabia Saudita contro i ribelli Houti. Il prezzo del petrolio, infatti, ha registrato un gap del 4%. Un ulteriore effetto dell’azione condotta dalle forze aree della coalizione saudita è da riscontrare sul piano umanitario. Molte agenzie europee hanno allarmato la comunità internazionale circa la disastrosa condizione della maggior parte della popolazione, che già da anni vive in condizioni di estrema povertà. Per sfuggire ai raid arei, migliaia di cittadini yemeniti hanno affollato i campi profughi nel paese. Campi che, stando alle stime dell’Organizzazione Mondiale per le Migrazioni, sono già punto di snodo per immigrazione clandestina, traffici illegali, contrabbando e tratta di esseri umani via Golfo di Aden.[/tab]
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Foto: Ahron de Leeuw

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Redazione

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