La città di Freemantle, uno dei maggiori porti australiani sull'Oceano Indiano| License: Creative Commons
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Miscela strategicaL’interesse politico-militare dell’Australia verso l’Oceano Indiano è cresciuto notevolmente, soprattuto per via dell’ascesa navale della Cina in tale area. Tuttavia il Governo australiano fatica a sviluppare un’efficace strategia regionale e le sue Forze armate sono sostanzialmente inadeguate per difendere i vitali traffici marittimi di Canberra con il Sud-est asiatico.

LA “SCOPERTA” DELL’OVEST – L’orientamento strategico dell’Australia è sempre stato rivolto a est e a nord, in direzione rispettivamente dell’Oceano Pacifico e dell’Asia orientale. I motivi di tale scelta sono sia storici che geografici: le maggiori città australiane si trovano infatti sulla costa orientale del Paese, rivolte direttamente verso il lontano emisfero americano, mentre il nord del Paese è sempre stato visto come eccessivamente esposto ad una possibile “invasione” dall’Asia, prima giapponese negli anni Quaranta e poi cinese durante la Guerra Fredda. In virtù di ciò, l’attenzione di Canberra verso l’Oceano Indiano è stata generalmente scarsa per tutto il ventesimo secolo, anche a causa della relativa debolezza politica delle regioni australiane occidentali, subordinate completamente agli interessi economici di grandi centri orientali come Sydney e Melbourne. Negli ultimi anni, però, l’influenza nazionale di tali regioni è aumentata considerevolmente, soprattutto per il massiccio sfruttamento delle ingenti risorse minerarie locali (diamanti, carbone ecc.), mentre il graduale modificarsi degli equilibri di potenza nell’Oceano Indiano – con l’ascesa navale di India e Cina – ha costretto le Autorità australiane a dedicare maggiore attenzione a tale importante area strategica. Inoltre, le contraddizioni del “pivot to Asia” dell’Amministrazione Obama spingono l’Australia a cercare un ruolo internazionale più attivo, volto a salvaguardare la sicurezza del Paese sia a oriente che ad occidente.

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Fig. 2 – Navi container a Port Hedland, nell’Australia occidentale

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Il peso economico dell’Australia occidentale (2011)
sul totale nazionale 

  • 46% delle esportazioni totali
  • 58% delle esportazioni minerarie ed energetiche complessive
  • 75% della produzione aurifera
  • 14.6% del PIL australiano

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SFIDA NAVALE – Non c’è dubbio che il nuovo orientamento strategico di Canberra nell’Oceano Indiano dipenda strettamente dalla forza della Marina australiana, da sempre prima linea difensiva del Paese nella regione Asia-Pacifico. Sino alla fine degli anni Novanta la politica militare nazionale è stata infatti fondata sul costante potenziamento delle Forze navali, impiegate in operazioni di controllo e di pattugliamento delle principali vie d’accesso marittime al Paese. Allo stesso tempo la Marina ha anche sviluppato elaborati piani di attacco preventivi contro possibili flotte d’invasione, messi poi da parte dopo il difficile intervento umanitario a Timor Est nel 1999. A dispetto delle raccomandazioni del Defence White Paper del 2009, che ha individuato l’Oceano Indiano come un teatro strategico di primaria importanza per le Forze armate australiane, la Marina fatica però a trovare un’efficace linea d’azione sul suo versante occidentale, incapacitata sia da un parco navi antiquato che dall’assenza di una sufficiente copertura aerea. Le unità navali australiane non dispongono infatti di droni d’appoggio e la mancanza di significative installazioni militari in Australia occidentale limita seriamente la loro capacità di proiezione verso India e Sud-est asiatico. Tali carenze sono dovute principalmente ad un’eccessiva dipendenza dalla Marina americana, considerata troppo spesso come il maggiore pilastro della sicurezza marittima australiana, e alla non volontà di aumentare le spese per la difesa nazionale, ancora inferiori al traguardo minimo del 2-2.5% del PIL avanzato da molti esponenti politici e militari.

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Fig. 3 – Una nave da guerra australiana impegnata nelle recenti ricerche del volo MH370 nell’Oceano Indiano

Al momento, quindi, la Marina australiana non è in grado da sola di salvaguardare gli interessi strategici dell’Australia nell’Oceano Indiano, inclusa la sicurezza di vitali traffici commerciali con gli altri Paesi della regione. Persino la difesa di aree del territorio nazionale come le Isole Cocos (o Keeling) è lasciata completamente alla buona volontà di Marine straniere come quella indonesiana. Nonostante i continui richiami di importanti personalità pubbliche come il professor Paul Dibbs, autore di un influente rapporto sulla difesa australiana nel 1986, il Governo di Canberra rimane quindi sostanzialmente ambiguo sull’estensione dell’impegno militare australiano ad occidente, limitandosi ad adottare soluzioni poco dispendiose per il breve periodo.

IN CERCA DI ALLEATI – Una di queste soluzioni è la creazione di partnership militari con le principali potenze emergenti dell’Oceano Indiano, in particolare India e Indonesia. Con l’India la cooperazione navale è già ben avviata da tempo: le Marine dei due Paesi conducono spesso esercitazioni congiunte e la recente visita di Narendra Modi in Australia, avvenuta a margine del G20 dello scorso novembre, ha promesso un ulteriore rafforzamento di tale importante partnership strategica. Inoltre, Modi e il premier australiano Tony Abbott si sono impegnati a tenere regolari consultazioni bilaterali su temi di politica estera e di sicurezza marittima, prospettando una futura estensione della cooperazione tra New Delhi e Canberra nell’Oceano Indiano. Quest’anno è prevista anche una nuova grande esercitazione navale congiunta, sul modello della Exercise Malabar del 2007.

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Fig. 4 – Il Primo Ministro indiano Narendra Modi col premier australiano Tony Abbott (novembre 2014)

Con l’Indonesia i rapporti appaiono invece più tesi e difficili, anche in virtù del passato conflitto tra i due Paesi su Timor Est. Nonostante continue schermaglie diplomatiche e giornalistiche, l’Aviazione australiana ha ristabilito normali rapporti con quella di Jakarta sin dal 2005, e nel 2012 i due Paesi hanno tenuto un’esercitazione militare congiunta (Exercise Pitch Black) nel nord dell’Australia insieme a Singapore, Thailandia, Nuova Zelanda e Stati Uniti. Il Governo australiano ha anche donato diversi velivoli C-130 Hercules all’Indonesia come segno di amicizia diplomatica, e membri delle Forze armate indonesiane partecipano regolarmente a corsi di aggiornamento in Istituti militari australiani. Manca però una stabile cooperazione navale tra le due nazioni.

I POSSIBILI IMPREVISTI – A dispetto degli sforzi fatti, però, la posizione strategica dell’Australia nell’Oceano Indiano resta assai debole e alcuni imprevisti potrebbero annullare le misure diplomatico-militari prese di recente dal Governo di Canberra.

[toggle title=”Rottura con l’Indonesia” state=”close”]I rapporti con l’Indonesia restano difficili e un’intesa diplomatica stabile con Jakarta appare assai lontana. Oltre all’eredità di Timor Est, tensioni su immigrazione e diritti umani minacciano continuamente di interrompere la cooperazione militare tra i due Paesi. Inoltre, Jakarta è sostanzialmente contraria a qualsiasi iniziativa navale diretta contro la Cina, preferendo mantenere buoni rapporti con Pechino. Una possibile pressione australiana in senso anti-cinese potrebbe condurre a una seria rottura tra i due Paesi.[/toggle]

[toggle title=”Volatilità indiana” state=”close”]Modi ha fatto molto per accrescere il ruolo politico-militare dell’India nell’Oceano Indiano, ma la politica regionale di New Delhi resta incerta ed erratica. Il Governo indiano continua a non voler prendere impegni diplomatici troppo gravosi, e questo potrebbe irritare Canberra sul medio e lungo periodo. Inoltre, le Forze armate indiane continuano a essere gravemente disfunzionali e faticano a proiettare il proprio potere al di fuori dei confini nazionali. Queste caratteristiche limitano l’efficacia della cooperazione navale tra India e Australia, e potrebbero comprometterla nell’immediato futuro[/toggle]

[toggle title=”Orientamento verso il Pacifico” state=”close”]Il Governo australiano potrebbe scegliere di ignorare la situazione dell’Oceano Indiano, focalizzando le proprie energie solo sul Pacifico. Gli interessi economici e strategici della costa orientale continuano infatti a dominare il dibattito politico del Paese. In tal senso, nessun Partito politico sembra disposto ad accettare i costi finanziari di un riorientamento delle Forze armate nazionali verso occidente. A parte il frequente impiego retorico del termine “Indo-Pacifico”, l’interesse dei vertici politici e militari verso India e Sud-est asiatico continua ad essere inferiore rispetto a quello verso i più familiari teatri strategici del Pacifico e dell’Asia orientale.[/toggle]

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Fig. 5 – La base aerea di Pearce, nell’Australia occidentale

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[box type=”warning” align=”” class=”” width=””]RISCHI

Una serie dei rischi cui l’Australia va incontro secondo il trend attuale:

  • Isolamento dai principali sviluppi diplomatici e militari nell’Oceano Indiano
  • Incapacità di svolgere un ruolo politico e strategico attivo nella regione
  • Vulnerabilità a possibili crisi nella regione (es.: conflitto India-Pakistan, escalation navale tra India e Cina, conflitti interni nei Paesi del Sud-est asiatico ecc.)[/box]

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[box type=”note” align=”” class=”” width=””]VARIABILI

Una lista delle variabili che influenzeranno il trend attuale corroborandolo o indebolendolo, a seconda dei casi:

  • Relazioni tra Australia e Indonesia
  • Andamento dell’economia australiana, che potrebbe consentire o limitare finanziariamente il riorientamento delle Forze armate verso l’Oceano Indiano
  • Andamento dell’economia dell’Australia occidentale, con possibile crescita o ridimensionamento del peso politico della regione a livello nazionale
  • Relazioni tra Australia e Cina, e loro possibile impatto su quelle dell’Australia con India e Indonesia
  • Il riposizionamento strategico degli Stati Uniti in Asia, che potrebbe spingere l’Australia verso un ruolo più attivo nell’Oceano Indiano oppure mantenerla focalizzata sul teatro del Pacifico[/box]

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Simone Pelizza

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